Parliamoci chiaramente: l’università pubblica è un’istituzione in stato comatoso. Il DDL Bernini (DdL 1240), l’ennesima “riforma” del sistema universitario, staccherà definitivamente la spina che da una parvenza di vita ai nostri atenei. Parliamo di tagli che si aggirano intorno ai 700 MILIONI di euro, che tradotti in termini pratici significano meno posti per borse di dottorato o di ricerca e ancora meno posti di lavoro stabili nell’università a fronte della moltiplicazione di figure contrattuali estremamente precarie. In risposta a questo DDL sono nate delle Assemblee Precarie di ricercatori e studenti in vari atenei italiani, accomunati tutti dalla frustrazione nel vedere un’università che offre sempre meno sicurezze e che allo stesso tempo è sempre più asservita alle logiche di mercato e belliche. Dopo l’assemblea nazionale che si è tenuta a Bologna a inizio febbraio, è stato dichiarato uno stato di agitazione per questo marzo – questa mobilitazione non è solo un percorso contro questo modello di università e il sistema neoliberista che la sostiene, ma anche una corsa contro il tempo. Infatti, sebbene per ora l’esame del DDL da parte del Senato sia stato sospeso, non ci vorrà molto tempo prima che questa riforma diventi legge.
Ed è proprio per questo motivo che il corpo studentesco e universitario era in piazza sabato, in occasione di un momento quasi offensivamente anacronistico conosciuto ai più come “L’inaugurazione dell’anno accademico”: cerimonia in cui si assiste a tanti discorsi altisonanti, propaganda governativa e vestiti sfarzosi nella loro cerimonialità. Il paragone con “l’università reale” là fuori è ancora meno generoso quando si considera che mentre si svolgeva tale cerimonia, il corteo carnevalesco dei precari veniva fermato a più di un kilometro di distanza e represso con le manganellate. Non ci soffermiamo sulla violenza poliziesca, che sarebbe come indicare la luna e guardarsi il dito, ma concentriamoci invece sulla scelta di fermare il corteo prima dell’auditorium dove si teneva l’inaugurazione dell’anno accademico: non viene da chiedersi il senso di fermare un corteo di un centinaio di studenti e ricercatori vestiti a carnevale che aveva già un accordo con l’Università per fare parlare una delegazione all’evento? La risposta è semplice: la Guerra. Utilizziamo la G maiuscola perché non ci sia nessun fraintendimento: non stiamo parlando solo del conflitto ucraino o del genocidio in corso in Palestina, bensì di un vero e proprio clima di guerra che è alla base della direzione politica ed economica dei governi e padroni europei. In un tale contesto, il fronte interno DEVE essere pacificato e non si può dunque rischiare che una ministra sia contestata e assediata dalle stesse persone che dice di rappresentare.
A maggior ragione, la riforma Bernini in sé è una riforma di guerra: la ristrutturazione dell’università a colpi di tagli e precarizzazione rende la ricerca più ricattabile e piegata alle politiche belliche di questa congiuntura storica. Basti vedere le collaborazioni con aziende della filiera bellica e le università israeliane (i famosi progetti dual use), così come la crescente dipendenza dei nostri atenei sui finanziamenti derivanti da enti privati che poi dettano la linea sui contenuti dei corsi che dobbiamo seguire. Guai dunque a pensare che i tagli dell’università siano unicamente il seguito naturale di una crisi economica che porta il governo a togliere fondi all’università seguendo una logica utilitaristica. Al contrario: il taglio dei fondi è il grimaldello con cui il governo unisce le esigenze finanziarie a quelle politiche. Non si deve credere a chi scrive per quanto detto finora, basta il DDL 1660 con la sua apertura all’ingresso dei servizi “segreti” in università a confermarlo, perché in un regime di guerra, chi mette in discussione il sistema universitario rappresenta una minaccia nazionale. Tornando all’assemblea precaria, non possiamo che esprimere solidarietà nei suoi confronti e invitare chiunque stia leggendo ad affacciarsi ad essa, perché le basi per costruire l’università che vogliamo vanno gettate ora, in diretto conflitto con chi desidererebbe vederla come un laboratorio permanente di politiche elitarie, escludenti e belliche.