Pregi e difetti del Labriola di Manfredi [di Gervasio]

[Commento all’articolo “Labriola e il senso della storia”, di Manfredi]

A quali condizioni è possibile trovare nella storia una vera conoscenza? La storia ha un senso senza risultare teleologica? In che modo la conoscenza che si trae dalla storia può essere uno strumento utile nell’azione politica?

Di fonte a queste tre domande ugualmente impegnative, e su cui hanno riflettuto generazioni di filosofi e di storici, è difficile non trovarsi in soggezione. Oggi, in un periodo in cui il relativismo e il rifiuto della cosiddetta “Grand Theory” dominano le scienze storiche, ci vuole molto coraggio a porsi queste domande in controtendenza rispetto alla regnante anarchia postmoderna. Questo coraggio non manca sicuramente a Manfredi, autore dell’Articolo “Labriola e il senso della storia”, pubblicato qualche giorno fa su Area Scettica.

Manfredi tenta di rispondere a queste domande partendo per l’appunto da Labriola, autore a lui caro e che dimostra di conoscere in modo approfondito. Non si tratta di una conoscenza erudita che sfodera possenti citazioni, ma è piuttosto una conoscenza critica, che individua anche i limiti interpretativi e che opera delle comparazioni fruttuose. Forse, se si deve individuare un limite nell’impostazione generale dell’articolo, questo risiede nella mancata contestualizzazione dell’autore (dell’epoca e del panorama intellettuale in cui scrive). D’altro canto, non si tratta di una mancanza voluta, bensì obbligata a causa del taglio dell’articolo. Per questo motivo non si può recriminare nulla all’autore, che ha invece il merito di aver riassunto in così poco spazio problemi molto estesi e complessi.

L’articolo di Manfredi cerca di inquadrare il pensiero di Antonio Labriola, appoggiandosi all’interpretazione che ne dà Alberto Burgio, introducendo i lettori a un dibattito tutto interno alla filosofia della storia. Per uno storico che non ha padronanza del linguaggio proprio delle scienze filosofiche è alquanto difficile orientarsi in simili problemi, ma il breve saggio di Manfredi rende comprensibili e accessibili questi contenuti. Si tratta, pertanto, di un contributo fondamentale per tutti gli storici che non vogliono limitarsi a registrare fatti e produrre tassonomie, ma che cercano, invece, di inquadrare i fatti in una cornice interpretativa coerente.

Totalità, storia globale e monismo

L’articolo principia con la distinzione labriolana di storia a parte obiecti e a parte subiecti (l’arcinota distinzione tra Geschichte e Historie, messa in crisi a metà Settecento proprio dall’irruzione della filosofia della storia). Secondo l’autore, la narrazione storica (storia a parte subiecti) si fonda, e deve fondarsi, sulla storia a parte obiecti, concepita come una totalità. Il recupero della categoria hegeliana di totalità è fondamentale per Labriola quanto per Marx perché permette di concepire il processo storico nel suo complesso, ricercando, per ogni evento, il principio genetico (l’origine) in un complesso di fattori che non possono essere slegati gli uni dagli altri. In parole povere: la storia è una sola, “totale” o “globale”. All’interno di questa possiamo fare dei tagli e “astrarre” un campo di indagine (che sia una determinata epoca, un paese, o una disciplina), ma fuori dall’infinità di interrelazioni che uniscono in modo inscindibile la società umana, queste “astrazioni” non hanno alcun senso. Non solo perché, per esempio, la “storia economica” non è in grado di dirci nulla fuori dal suo collegamento con la storia politica, delle idee ecc., ma anche perché non ha alcun senso fuori dalla storia tout court, fatta da persone realmente esistite che non sono solo homines oeconomici.

Il recupero della storia “totale” non deriva dall’esigenza di spiegare “tutto” con “tutto”, sarebbe impossibile. Lo nota anche Manfredi che sottolinea, riprendendo Engels, i limiti della conoscenza: “la conoscenza è conoscenza umana e ha come limite i limiti di una umanità non eterna, chiusa nei confini di ciò che può raggiungere”.[1] Ma riconoscendo i limiti di questa conoscenza, e con l’ausilio di un po’ di ingegno, si può ben tentare di ricostruire collettivamente dei quadri interpretativi complessivi. Non tanto per il gusto di elaborare una “teoria del tutto” (non è proprio questo l’intento), ma per la semplice osservazione che le categorie e i modelli interpretativi specifici che elaboriamo astraendo, hanno una coerenza solo se messi a sistema e connessi a un quadro di insieme, alla storia totale.

La totalità, correttamente ripresa da Labriola e da Manfredi, si rivela un incredibile antidoto allo strutturalismo, che era penetrato persino nel marxismo grazie al contributo di Althusser. Se si concepisce la storia nel suo processo totale, non c’è il rischio di isolare “metafisicamente” alcuna struttura (società, modo di produzione, sistema o dir si voglia), analizzandola esclusivamente secondo le sue dinamiche interne come un sistema chiuso. Non solo perché esiste un “prima” ed esiste un “altrove” per ogni società, ma anche perché il limite evidente di questo approccio alla storia è quello di concepire staticamente ogni struttura evitando, consapevolmente, la domanda fondamentale della storia, ovvero “come l’umanità è passata dagli uomini delle caverne all’industrialismo e al post-industrialismo moderni”.[2] Il recupero della totalità, in altre parole, permette di rispondere alla domanda riguardante lo sviluppo complessivo dell’umanità tutta, domanda che era stata ignorata o rifiutata da altri approcci tangenti al marxismo.

Una volta scongiurato il “vizio metafisico” (astrarre senza tener presente della totalità, senza partire dal concreto per ritornare al concreto), si deve adattare anche la ricerca storica in questa direzione. Manfredi non si sofferma su queste conclusioni di Labriola esposte nel Discorrendo (nell’articolo sono presenti solo implicitamente), ma è bene sottolinearle di fronte a un pubblico di storici. L’unità della storia, il suo “monismo”, implica anche che la ricerca debba tendere al monismo; con le parole di Labriola una “tendenza critico-formale”.[3] Infatti, se per ogni disciplina è richiesta una sempre maggiore specializzazione (fino alla microstoria), questa specializzazione deve essere successivamente ricondotta a un quadro generale in modo da non cadere nel semplice empirismo. Si tratta di un’indicazione particolarmente importante oggi, in un periodo in cui l’estrema parcellizzazione della ricerca storica rischia di produrre una serie di branche non comunicanti e di compartimenti stagni. Infine, anche se oggi non sembra un rischio effettivo, Manfredi mette in guardia anche dal vizio opposto, ovvero quello dello di partire da una totalità astratta ricadendo nella “storia dimostrata, dimostrativa e dedotta[4], slegata dall’analisi di profondità.

Manfredi ci restituisce un Labriola coerente e profondissimo, capace di analizzare e approfondire i più rilevanti problemi che riguardano il metodo e l’epistemologia storica. Un Labriola che guarda la totalità della storia e che rifiuta schematismi e dogmatismi del marxismo volgare. Un Labriola, insomma, della migliore tradizione marxista e, sotto questo punto di vista, validissimo ancora oggi.

Alcuni problemi, non partendo prevenuti

I problemi sopraggiungono solo quando si inizia a parlare di “senso” della storia e di “progresso”, due termini a cui oggi è difficile guardare senza una certa dose di scetticismo. Chi scrive questo commento però non parte prevenuto, tutto il contrario. Oggigiorno le critiche che vengono mosse alla nozione di “progresso”, nella maggior parte dei casi, sono portate avanti dai sostenitori del relativismo che rifiuta, con la nozione di progresso, anche l’accettazione di qualsiasi criterio oggettivo di verifica scientifica (tanto per i “fatti” quanto per le “interpretazioni”). Infatti, la critica al “progresso” va di pari passo con il bollare di “positivismo” qualsiasi approccio metodico e che ricerca una coerenza di qualche tipo. Se questa è la critica al concetto di “progresso” come categoria analitica per interpretare la storia, è molto debole, anzi, è piuttosto stupida. Il problema del “progresso” nella filosofia della storia (non solo del Labriola, ma di tutte le filosofie della storia), a giudizio di chi scrive, va affrontato partendo da una postura differente, senza il rifiuto del metodo scientifico, analizzando piuttosto altre debolezze strutturali implicite a questo tipo di approccio filosofico.

Manfredi, riprendendo Labriola, rivendica il procedimento scientifico di “astrarre” “forme preminenti” o “momenti decisivi” dalla storia (a parte obiecti) per fornire un modello interpretativo che sia in grado anche di indicare “tendenze e direzioni”. Si tratta, per inciso, dell’“astrazione determinata” che Marx indica come il metodo corretto per approcciarsi allo studio della disciplina storica nella famosa Introduzione a Per la critica dell’economia politica (pubblicata postuma). L’astrazione così concepita, come base per raggiungere una sintesi superiore e una comprensione del particolare nella totalità, è un procedimento che possiamo giudicare come corretto a prescindere dalla previsione delle tendenze, ma difficilmente si può slegare da queste. Difatti, è assolutamente naturale, e in un certo modo inevitabile, rivolgersi alla storia per avere delle risposte sul futuro. Oltretutto, per quanto sia una considerazione piuttosto banale, occorre sottolineare come passato, presente e futuro formino un continuum. Se la domanda di storia guarda oltre la mera fascinazione antiquaria, è inevitabile lo sguardo verso il futuro e quindi anche l’interesse politico.

C’è però un salto logico nel ragionamento che viene proseguito. Riguardo la ricerca della tendenza, Manfredi scrive “Ciò che è implicito è che questo procedimento è sempre in funzione di una narrazione, che il lavoro scientifico sulla storia se non vuole ridursi a un metodo di elencare fatti senza renderne conto deve includere delle tesi e farsi politico: ha bisogno di astrarre un senso dalla storia.”[5] Il problema con questa proposizione è l’affermazione di una immediata identità tra narrazione (e quindi interpretazione) e punto di vista politico e ideologico.

È senz’altro vero, come ricorda Manfredi, che lo storico, e tutti gli uomini, non sono al di fuori della storia e dal contesto che li determina; che non esiste un uomo che possa dirsi super partes rispetto al processo di produzione sociale, che è anche produzione della conoscenza, e che quindi è anche una conoscenza politica, una narrazione da un determinato punto di vista. Ma ponendo in questi termini l’equazione si commette lo stesso errore di quelle posture irrazionalistiche tanto critiche verso la filosofia della storia, ovvero si rifiuta (più o meno consciamente) la possibilità – o quanto meno il tentativo – di una ricerca obiettiva che non sia anche e immediatamente politica. Ne consegue un’accettazione passiva della propria “deformazione ideologica” e si finisce in una spirale che tende a confermare le proprie tesi di partenza con una selezione interessata del materiale, operando un’astrazione che quindi non è più “determinata” ma diventa “determinante” del processo conoscitivo stesso. In altre parole, si giunge alla teleologia, e alla storia “dimostrata, dimostrativa e dedotta”.

Il problema, in realtà, si pone su diversi livelli, per cui è meglio proseguire con ordine.

La “tendenza” e il “senso”

L’analisi del continuum storico, della totalità interconnessa di passato-presente-futuro, pone degli evidenti limiti conoscitivi per l’ultimo termine della terna. Infatti, se il passato si è concluso (ed è “storia”), lo si può osservare ed analizzare in maniera sostanzialmente differente rispetto al futuro. Motivo per cui la previsione, come riconosce Manfredi, è una previsione di tendenza. Si tratta di una tendenza perché ovviamente non sono individuabili “leggi storiche” che regolano il destino umano, se non altro perché, come ricorda Marx “gli uomini fanno la loro storia”, e ne deriva un margine di possibilità ampio che deriva dall’arbitrio e dall’agire umano.

La tendenza si può comunque ricavare dall’astrazione di “forme preminenti” e “momenti decisivi”, che però sono ricavati solo dalla storia a parte obiecti, sulla quale non si può intervenire (in quanto conclusa). E questi “momenti” non derivano direttamente dall’analisi dei dati “crudi”: sarebbe ridicolo pensare che le tesi possano nascere spontaneamente dall’analisi disinteressata delle fonti. Epperò, lo statuto di veridicità dell’interpretazione della storia a parte obiecti (passata) è sostanzialmente differente rispetto alla previsione della tendenza che si può ricavare, tanto più quando questa previsione passa da essere una previsione generica a una previsione specifica.

Si tratta di un problema non solo della previsione “morfologica” – per riprendere le parole del Labriola –, ma del marxismo tutto che ha spesso ricavato un senso (o il senso) dalla storia, figurando previsioni sbilanciate in maniera fin troppo evidente verso la teleologia.

Su questo tema si espresso a più riprese Hobsbawm, il quale ha evidenziato la differenza sostanziale tra le diverse previsioni di Marx, per esempio tra quella che riguarda la tendenza all’accumulazione capitalistica e la previsione dell’avvento della società senza classi. La prima “si basa su un’analisi storico-teorica diversa e più significativa della previsione che lo stesso proletariato in quanto classe diventerà «l’espropriatore degli espropriatori». Le due previsioni per quanto connesse non sono identiche e, anzi, possiamo accettare la prima senza dover accogliere la seconda.”[6] Il problema della seconda previsione è quello già accennato sopra, quello della narrazione che si fa immediatamente politica e che “determina” la lettura della storia stessa. Si tratta del “senso” che figura aprioristicamente un esito della tendenza e che impedisce di considerare altre alternative, che pure sono sempre possibili. Invece, la prima delle due previsioni, come molte altre categorie analitiche che derivano dall’astrazione marxiana, conserva una propria validità in quanto “scientifica”, perché deriva da un’osservazione empirica della storia e del capitalismo. Non è, infatti, necessariamente connessa con il “fine” ultimo del comunismo perché si fonda sull’analisi critica della totalità storica a parte obiecti, e non sul telos.

Concludendo su questo primo punto possiamo sintetizzare quanto segue. Il difetto dell’analisi di Manfredi sta nella sovrapposizione del “senso” specifico, politico e ideologico, con l’analisi di tendenza generale che deriva da un’analisi empirica della storia totale. La concezione materialistica della storia, invece, può e deve essere slegata da un esito teleologico (anche se lo si definisce accortamente come “morfologico”). Infatti, l’analisi della progressiva separazione dell’uomo dalla proprietà (dalle condizioni oggettive della realizzazione del suo lavoro, ovvero l’alienazione), il susseguirsi di alcuni modi di produzione (non necessariamente gli stessi indicati da Marx), le considerazioni generali sulla produzione materiale della vita come filo conduttore della storia ecc. sono tutte considerazioni che mantengono una validità nei confronti della storia a parte obiecti a prescindere dall’avvento del comunismo. Quest’ultimo rientra nell’ambito della possibilità storica, e non della necessità; e non riconoscere questa finestra di possibilità equivale a ricadere inevitabilmente nel determinismo.

Il proletariato e il relativismo storico

Il secondo problema deriva dall’individuazione di “unsenso” nella storia sulla base di un soggetto determinato, e quindi storico. Infatti, come riconosce Manfredi, un senso si può ricavare solamente relativamente a un narratore e a un punto di vista specifico e quindi a un giudizio di valore. Non si tratta, in questo caso, di un soggetto singolo (lo studioso), ma di soggetti collettivi e storici. Si tratta dunque di un relativismo rigorosamente storico che non vuole confondersi con il relativismo soggettivista irrazionalistico. Se non si può ricavare un senso prescindendo da giudizi di valore, e questi sono storicamente determinati, è evidente però, che anche lo statuto veritativo di questo senso diventa di conseguenza “storico”. Allora come è possibile ricavare un’analisi scientifica che abbia un “senso” che ci fornisca qualcosa di più di una conoscenza valida solo per l’hic et nunc? Purtroppo, non è possibile rispondere a questa domanda se si assumono queste premesse.

La rivendicata storicità del “senso” non è problematica solo rispetto al futuro, e quindi rispetto al fatto che una determinata interpretazione connessa a un senso specifico possa essere superata sulla base di un nuovo soggetto storico-sociale che ne elabora una nuova, ma è problematica soprattutto rispetto al passato. Se si estende al passato questo relativismo storico si finisce con attribuire lo stesso statuto di verità – in quanto questo statuto di verità è storico – alla teoria tolemaica e a quella copernicana perché, fino al XVII secolo, la prima aveva una validità relativa ad un momento storico, e quindi era oggettiva nel senso di “soggettivo universale” (riprendendo le parole di Gramsci). Purtroppo però, la terra non ha iniziato a girare intorno al sole dalla metà del XVII secolo.

Certo, l’impostazione del Labriola e di Manfredi non è così ingenua. Non si tratta sicuramente del materialismo storico “marxista-leninista” stampo sovietico (capace di tenere insieme allo stesso tempo lo scientismo e la teleologia, gli aspetti peggiori del positivismo e della filosofia della storia). Infatti, il materialismo storico non è concepito come “la visione mondiale scientifica della classe operaia” (riprendendo la definizione della SED). Della filosofia del Labriola si preferisce sottolineare l’elemento di “tendenza”, aperta e critica rispetto allo studio della realtà concreta e delle sue trasformazioni. Allo stesso tempo però, non è problematizzato a sufficienza il fatto di collegare la “visione scientifica” alla “classe operaia” (o ai suoi intellettuali e al suo partito), visto che questo sarebbe il soggetto storico determinato che attribuisce un senso alla storia. Anzi, nella parte finale dell’articolo sembra quasi che l’angolo visuale della classe operaia possa avere degli intrinsechi vantaggi epistemologici che possono essere universalizzati rispetto ad altri soggetti storici. Ma perché mai un qualsiasi soggetto sociale dovrebbe avere questi vantaggi? Non ci è dato saperlo.

Il “progresso”

Il terzo e ultimo problema è quello del “progresso” che, in quanto intimamente connesso a giudizi di valore, deriva direttamente dal “senso” attribuito alla storia. Come sostiene Manfredi: “Il problema del progresso è legato indissolubilmente al problema del senso della storia e in un certo senso vi si sovrappone: il progresso, sia auspicato e previsto, sia ritrovato in processi passati, è l’individuazione di un movimento in relazione a un senso.”[7] Ma il senso, come si è tentato di dimostrare, non è implicito in alcuna analisi scientifica e di tendenza, e deriva piuttosto da un’attribuzione soggettiva e storica di giudizi di valori, si tratta dunque di un progresso relativo? Non sembra che questa conclusione spaventi in alcun modo Manfredi che, anzi, rivendica la relatività di questo progresso. Il problema è, ancora una volta, il legame con l’analisi scientifica, che c’entra poco con questa connotazione del concetto di “progresso”, ma che si connette con esso attraverso l’attribuzione di un senso.

Il progresso, come sottolinea anche Manfredi, va tenuto distinto dallo “sviluppo”, che invece, secondo una serie di parametri verificabili, è riscontrabile in varia misura. Infatti, se lo sviluppo rappresenta qualcosa di puramente materiale e di per sé neutro, il progresso contiene necessariamente un giudizio di valore. Anche il progresso, come lo sviluppo, sarebbe osservabile nei processi storici. È tuttavia significativo che nell’unica sezione in cui si sviluppa il concetto di progresso, l’unico esempio che viene portato per parlare di come questo si manifesti nella realtà (in modo non lineare, con possibilità di un regresso relativo ecc.) è quello del “progresso tecnico”. Ma cos’altro sarebbe questo progresso tecnico se non uno sviluppo avalutativo?

Il problema, in ultima analisi, è lo stesso del “senso” della storia. Lo sviluppo delle forze produttive lungo il corso della storia, la trasformazione e la complessificazione dei sistemi sociali che regolano la vita dell’uomo ecc. sono fattori di sviluppo empirici della storia a parte obiecti. Le categorie analitiche del materialismo storico – la legge del valore-lavoro, la categoria di modo di produzione e di formazione sociale, l’analisi dello sviluppo del capitalismo – sono chiavi interpretative della storia a parte subiecti, discutibili e opinabili, ma scientifiche. Invece, l’idea di progresso e il senso attribuito alla storia fanno parte di un altro tipo di discorso che non è direttamente connesso all’analisi obiettiva, e che pertanto non può avere lo stesso statuto veritativo e che invece rivendica a tutti i costi.

Conclusioni, la storia e la politica

Questa impostazione filosofica rispetto al senso e al progresso ha come implicito obbiettivo quello di impostare le questioni politiche sullo stesso piano di quelle “scientifiche”. Se il senso deriva dall’analisi di tendenza e dall’analisi obiettiva, anche il progresso è ricavabile scientificamente (per quanto sia relativo a un soggetto) e ne consegue la possibilità di indicare con maggiore precisione cosa sia “progressivo” e cosa “regressivo” o “reazionario”. Ma si tratta di una pretesa non fondata, e, in ultima analisi, pericolosa.

L’approccio appena descritto ricorda, non a caso, quello che adopera Lukács nel suo Lenin dove, esaltando la figura del rivoluzionario russo, si sforza di dimostrare come dall’analisi della totalità storico-sociale derivi immediatamente tutta l’impostazione politica di Lenin (che ha solo applicato coerentemente la dialettica di Marx). Se il soggetto storico rivoluzionario è indubitabilmente il proletariato, e questo deriva da un’analisi oggettiva della realtà, anche la prassi politica conseguente, e la nozione di cosa è e cosa non è progressivo, deriva a cascata da questa analisi scientifica. Ma il salto logico, anche in questo caso, è a monte. La previsione del “proletariato” come soggetto rivoluzionario predestinato a rovesciare il capitalismo non deriva dall’analisi obiettiva della tendenza: è un’inferenza che, per quanto possa essere argomentata, non è “oggettiva” e iscritta nella storia. Ancora una volta può essere utile richiamarsi a Hobsbawm che in una recente introduzione al Manifesto del partito comunista ha approfondito questo problema. In Marx, e di conseguenza in buona parte del marxismo successivo, l’analisi del proletariato come soggetto storico della rivoluzione deriva “da un argomento filosofico, anzi escatologico, sulla natura e il destino umani.”[8] Infatti, se si segue filologicamente lo sviluppo del pensiero di Marx, questo giunge prima al comunismo e al proletariato, e solo dopo al materialismo storico e all’analisi scientifica del “mondo delle merci”. Per questa ragione si può e si deve distinguere tra questi due ordini di discorso differente.

Se quindi può essere legittimo, per quanto arbitrario, stabilire che per un determinato soggetto storico (come la classe lavoratrice) esista un criterio di valore che indica cosa è progressivo e cosa no; non è legittimo sostenere che questo sia scientifico, neanche con tutte le accortezze del caso. Oltretutto, come accennato prima, si tratta di un procedimento molto pericoloso perché, come è già successo in alcuni casi estremi, può minare le fondamenta stesse della ricerca scientifica. È il caso dell’approccio ždanoviano che postulava una totale congruenza tra affermazioni politiche e scientifiche e, quindi, una virtuale intercambiabilità delle proposizioni di entrambe le forme a qualsiasi livello di discorso. Questo si basava sulla considerazione che non esistesse un campo specialistico per il discorso scientifico né un pubblico specializzato per questo tipo di discorso, e finiva con l’attribuire la virtuale superiorità dell’autorità politica su quella scientifica. Non è difficile dedurre la ragione dell’irrigidimento ideologico che, in Unione Sovietica, stritolò il marxismo in un letto di Procuste dogmatico e soffocante.

Queste considerazioni sul progresso e sui limiti teleologici dell’articolo di Manfredi non vogliono però concludere che la storia non serva alla politica, tutt’altro. Chi scrive è un fervente sostenitore della lotta dei lavoratori e degli sfruttati, e si è sempre schierato con loro in prima linea. In questa lotta la conoscenza della storia, così come dell’economia, della filosofia, ecc. è fondamentale perché permette di fondare su basi solide un progetto politico e di rottura. Lo ricorda ancora una volta Labriola: “La conoscenza del passato giova ed interessa praticamente, solo in quanto essa può dar luce e orientazione critica a spiegarsi il presente.”[9] Ma questo non vuol dire che si possa ricavare un “senso” e un “progresso” immanente alla storia e che questo debba guidare le nostre scelte politiche. Se vogliamo che la storiografia ci guidi nel giudizio – questa volta sì, di valore – del presente, dobbiamo far sì che rimanga una scienza, con parametri propri di analisi e criteri di verifica forti. Solo così può illuminarci nella lettura del presente e nella progettazione del futuro.


[1] Manfredi, Labriola e il senso della storia, in Area Scettica (cap. 2)

[2] Eric J. Hobsbawm, De Historia, Rizzoli, Milano, 1997, p. 96

[3] Labriola, Discorrendo di socialismo e filosofia, in Saggi sul materialismo storico, Editori Riuniti, Roma, 1964, p. 222

[4] Labriola, Del materialismo storico. Dilucidazione preliminare, in Saggi sul materialismo storico, p. 93

[5] Manfredi, Labriola e il senso della storia, Area Scettica (cap. 2)

[6] Eric J. Hobsbawm, De Historia, p. 57

[7] Manfredi, Labriola e il senso della storia, Area Scettica (cap. 6)

[8] Eric. J. Hobsbawm, Come cambiare il mondo, Rizzoli, Milano, 2011, p. 122

[9] A. Labriola, In memoria del manifesto dei comunisti, in Saggi sul materialismo storico, p. 62

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Labriola e il senso della storia [di Manfredi]


Se quella della storia non è una scienza dura, da cui trarre posizioni univoche e determinismi, è comunque possibile trovarvi una vera conoscenza? A quali condizioni la storia ha un senso senza risultare teleologica? E infine, in che modo la conoscenza che si trae dalla storia può essere uno strumento utile nel presente e non solo una descrizione?
Le tre domande appena poste sono certamente impegnative, forse le tre domande fondamentali che la filosofia può porsi rispetto alla storia e sicuramente domande molto serie per una filosofia politica. Non c’è da stupirsi che la filosofia politica che dall’Ottocento a oggi più di ogni altra ha cercato di fondare l’azione per il cambiamento radicale della società -il materialismo storico- si sia fondata proprio sulla storia, appunto, in quanto questa offre un principio diacronico e un ricco campo di analisi per chi non voglia fare dell’atto politico una questione morale o l’eternarsi del presente. Allo stesso modo, non c’è da stupirsi di come, con la battuta d’arresto che le forze sociali promotrici di questo pensiero hanno subìto, anche lo statuto della storia sia rimasto menomato. Di fronte alla storia arbitraria, frantumata, deoggettivizzata o già solo trascurata, vogliamo rimettere in luce la visione di una storia fertile e capace di porsi come principio guida dell’azione con il contributo di Antonio Labriola, un pensatore che, a riguardo, ha scritto pagine tanto utili e sottili, quanto ingiustamente dimenticate dal pensiero politico contemporaneo. Labriola, vissuto tra il 1843 e il 1904, è stato uno dei primi veri marxisti italiani, forse il primo grande intellettuale marxista nel paese. Il suo approdo al socialismo è travagliato: passando per Hegel, Herbart e Spaventa giunge a scrivere i testi che prenderemo come contributo in questa esposizione a partire dal 1895. Con questi suoi scritti introdurrà in Italia il materialismo storico in una forma ben più raffinata del socialismo superficiale e positivista che lo circondava al tempo, non senza entrare in contrasto tanto con uomini politici, come Turati, quanto con grandi filosofi come Gentile e Croce, che fu suo allievo. Quando Labriola affronta la stesura dei suoi Saggi sul materialismo storico è già passato da tempo al socialismo e da tempo è entrato in corrispondenza con molti dei più importanti punti di riferimento del movimento operaio europeo, da Kautsky a Sorel fino a Engels. Vediamo allora quanto il pensiero di questo marxista della prima ora può ancora parlarci a ben più di un secolo di distanza, concedendoci la licenza di spaziare anche nei suoi dintorni.

  1. STORIA A PARTE OBIECTI E STORIA A PARTE SUBIECTI
    Quando Labriola fonda il comunismo critico – come lui chiama il socialismo marxista, in opposizione a quello utopistico – sullo studio scientifico della storia, non lo fa in modo volgare, come molti positivisti del suo tempo e dei tempi successivi, pretendendo di trarre dall’analisi della società e della sua trasformazione leggi e teoremi astratti nello stesso modo in cui si possono derivare nella matematica e nella geometria. Non si tratta nemmeno di ritrovare processi regolari e certi nelle cose reali come si trovano nella chimica o nella biologia. Labriola si scaglia proprio contro chi vuole instaurare nessi meccanici nello sviluppo della storia e della società.
    Com’è possibile allora ottenere dalla storia una conoscenza? Per un pensatore inserito, quale è Labriola, sulla scia di Marx ed Engels, la risposta non può essere che l’applicazione di un metodo scientifico all’analisi della storia. Si tratta di superare l’ingenuità delle spiegazioni che noi diamo dei processi fin dall’inizio dei tempi integrandovi l’osservazione metodica e l’esperimento, così da rendere critica la nostra conoscenza. Per vedere cosa questo voglia dire nel caso specifico e non privo di complicazioni della storia, possiamo partire da un dato rilevato negli appunti del corso di filosofia della storia che Labriola tenne a Roma tra il 1902 e il 1903, pubblicati con il titolo di Storia, filosofia della storia, sociologia e materialismo storico. La parola “storia” starebbe per due «ordini di nozioni diverse», un ordine reale che è «l’insieme delle cose [effettivamente] accadute» e un ordine narrativo che è «l’insieme dei mezzi letterarii che sono adoperati per tentarne la esposizione». Insomma, da un lato abbiamo la storia «a parte obiecti», ovvero la «somma degli accadimenti», il piano reale e assolutamente incommensurabile della Storia con la maiuscola che è l’oggetto della nostra ricerca; dall’altro la storia «a parte subiecti» ovvero l’arte di raccontare questi stessi accadimenti1. È utile porre questa distinzione per capire a cosa e da dove stiamo cercando di applicare criteri scientifici, il discorso sulla storia a parte obiecti resta sempre e necessariamente un discorso e, come ogni narrazione, si basa su scelte di valore che non hanno premesse oggettive o esiti univoci. Si tratterà invece di sottoporre al vaglio della scienza ciò su cui si opera la scelta di valore, ossia di dotarci degli strumenti per una analisi corretta dei fatti storici che astraiamo per la nostra narrazione dalla storia a parte obiecti:
    quindi non è la storia nel senso di narrazione che sia diventata una scienza, perché la narrazione rientra sempre nel campo dell’intuitivo, ma è che i nostri mezzi per arrivare al rifacimento del passato sono diventati corretti ossia scientifici.2
    Non solo questo vuol dire trattare il dato di fatto con la massima cura tramite le prassi (ad esempio la filologia, il controllo incrociato con larghi corpus e l’attento esame degli archivi) e gli strumenti (ad esempio la datazione al carbonio e la digitalizzazione dei reperti) più avanzati, ma anche imbrigliare la propria ragione affinché non scada nel “vizio metafisico”. Labriola, riprendendo Engels, dipinge tale vizio nel Discorrendo come l’assenza di metodo genetico, il che vuol dire considerare le cose e soprattutto le categorie senza mettere in luce il processo per cui si sono generate o sono state astratte. Si tratta di prendere le questioni così come vengono, senza che lo studio del loro porsi in essere ne evidenzi l’interdipendenza e la genesi, così che sia possibile, invece, pensarle come isolate o assiomatiche. Nelle parole di Labriola, il vizio metafisico è caratterizzato
    dal fissare, come per sé stanti, e del tutto indipendenti l’uno dall’altro, quei termini del pensiero, i quali in verità son termini solo in quanto rappresentano i punti di correlazione e di transizione di un processo; e, in secondo luogo, nel considerare quei termini stessi del pensiero come un presupposto, un’anticipazione, o anzi un tipo od un prototipo della povera e parvente realtà empirica.3
    Non si può fare di cose come ad esempio la classe una categoria che superi la realtà: perché la classe possa essere usata come una categoria bisogna sempre porla in relazione alla sua realtà effettiva, per cui è composta dalla somma delle realtà storico-sociali da cui è astratta. Questa critica è mossa anche agli stessi “marxisti” che al tempo di Labriola trattavano le leggi della storia come leggi naturali, che postulavano la inevitabilità deterministica del socialismo come una realtà e le categorie da cui la si derivava come assolute piuttosto che relative alla società effettiva.
    Questi marxisti trasformano
    le condizioni, i rapporti, le correlatività di coesistenza economica [in categorie con] un certo che di fantasticamente sovrastante a noi; come se nel problema ci fossero altri dati da questi in fuori: […] uomini e uomini, che, in precise condizioni di tempo e di luogo, trovansi in varia dipendenza tra loro, per l’uso così e così distribuito e collegato dei mezzi necessarii all’esistenza.4
    Proprio come chi, nel darwinismo, passa dall’evoluzione (come processo che riconosciamo nel reale) alla Evoluzione (come legge dello svolgersi delle cose, con la maiuscola), ipostatizzando come idea metafisica quello che è «l’espressione compendiaria di infiniti processi, che dan luogo a tanti problemi circostanziali e non ad un singolo teorema»5.
  2. LO STATUTO DI LEGGI E CATEGORIE
    La critica di Labriola ai limiti di schemi di lettura che vengano imposti alla storia sta nel frammento de Da un Secolo all’altro. Se lo schema preso in causa dallo scritto, non a caso composto al tramontare del XIX secolo, ossia la convenzione del secolo che dividerebbe la storia in porzioni centenarie, può sembrare banale, la posizione di rifiuto consapevolissimo delle strutture tradizionali imposte al flusso della storia sostenuta da Labriola ha esiti tutt’altro che ovvi, anche in relazione alle pieghe che il marxismo già aveva preso con Labriola in vita e che continuerà a prendere dopo la sua scomparsa. Attenzione, non si tratta però di rifiutare la possibilità di usare strutture e categorie per analizzare la Storia, ma di come utilizzare queste categorie sociologiche. Se vogliamo mettere queste categorie in compendio, farne una struttura rigida e quasi una metafisica della storia, allora sbagliamo. Così si critica l’incasellamento, «gl’ismi tutti in fila», dei modi di produzione in una successione lineare (schiavismo, poi feudalesimo, poi capitalismo e infine Dio voglia socialismo) apparentemente scientifica perché spiegata tramite categorie e fatti sociologici, ma in realtà riduttiva e metafisica rispetto alla realtà di un secolo che racchiude «una moltitudine di cose, qualitativamente diverse e dinamicamente difformi». Il risultato di questa impostazione, ce lo dice già Labriola, è l’ «utopismo dell’attendere il prossimo o futuro avvenire» con tutte le sue disastrose conseguenze politiche6.
    Allo stesso tempo, però, si può indicare un senso della storia, una direttiva che sia relativa alla forma del progresso stesso, e su questo progresso individuare quella che Labriola chiama la “data sociologica”. Su come si possa concepire il progresso relativamente senza essere relativisti torneremo in chiusura, ma possiamo già rilevare come l’essenza del materialismo storico nell’affrontare la sua materia non dovrebbe essere l’individuazione di vere e proprie leggi della storia, se non in quanto mantengono la coscienza del loro essere astratte dalla storia, senza che alla storia prescrivano nulla di per sé. Questo non le rende strumenti meno utili, le rende invece strumenti effettivi e non attori. Ad esempio, sempre in Da un secolo all’altro, si afferma, e non si saprebbe come farlo meglio, che
    i criterii […] dell’analisi sociologica devono essere sì i principii direttivi d’ora innanzi d’ogni ricerca storica: ma questa rimane sempre legata alle impreteribili ragioni empiriche della rappresentazione del fatto, e deve rifiutarsi qualunque pretesa di imperativi aprioristici.7
    Lo statuto di leggi e verità nel marxismo in effetti è problematico e non privo di contraddizioni più o meno apparenti. Lo stesso Engels pone la questione delle leggi storiche in termini ambigui in alcuni passaggi dell’Antidühring, testo che Labriola apprezzava al punto di definirlo «il più grande libro di scienza generale che sia uscito da penna di socialista»8. Detto questo, sarebbe sbagliato prendere alla lettera questi passaggi senza contestualizzarli in un testo che non si è risparmiato, d’altro canto, il dovere di problematizzare le condizioni di verità delle scienze tra cui si include il materialismo storico. Engels parte innanzitutto dal rilevare il dato «discretamente banale e molto discretamente inutile»9 che la conoscenza è conoscenza umana e ha come limite i limiti di una umanità non eterna, chiusa nei confini di ciò che può raggiungere. E se il bagaglio collettivo del pensiero dell’uomo è limitato, tanto più il pensiero di ogni singolo è tutt’altro che “sovrano”. La realtà delle cose quindi starebbe fuori da ogni singola pretesa di verità, ma nonostante ciò oltre l’uomo finito
    si realizza in una serie di uomini che pensano in modo assolutamente privo di sovranità; la conoscenza che ha incondizionata presa di verità si realizza in una serie di relativi errori; né l’uno né l’altra possono realizzarsi altrimenti che mediante una durata infinita della vita dell’umanità.10
    Questo pensiero trova forse la sua forma più chiara nella penna di Gramsci, che nel §17 del quaderno 11 ragiona su come «oggettivo significa sempre “umanamente oggettivo”, ciò che può corrispondere esattamente a “storicamente soggettivo”, cioè oggettivo significherebbe “universale soggettivo”». Perché questo universale soggettivo si possa veramente raggiungere servirebbe l’unificazione del discorso dell’uomo, la costituzione di «ciò che gli idealisti chiamano “spirito” [il quale] non è un punto di partenza, ma di arrivo»11. Riportiamo questa versione gramsciana della questione perché supera un effettivo limite della prospettiva posta da Engels, vale a dire l’assunzione che il reale sia autenticamente conoscibile nella sua totalità dall’uomo totalizzato, come se la prospettiva di quest’ultimo venisse a coincidere con la realtà delle cose. D’altro canto, Gramsci mantiene la natura fondamentalmente umana – sociale e storica – di quella che chiamiamo verità anche al suo estremo limite, in quanto è accordabile solo dall’uomo.
    In ogni caso questo approccio all’oggettività mette bene in luce il limite della pretesa di conoscenza esatta del mondo, da parte di un essere parziale nel mondo quale è l’uomo. L’unica risposta possibile è che questa sia un caso limite, raggiungibile soltanto rimandandone il compimento all’infinito, nel caso della verità “sovrana” ricercata da Engels, o rimandandolo all’unità, nel caso dello “spirito” ricercato da Gramsci. Nel frattempo però, dovendoci attenere a questo limite per mantenere il fondamento materiale, e quindi operativo, della conoscenza, ci resta altro da fare se non accodarci a Wittgenstein e dichiarare che «su ciò di cui non si può parlare si deve tacere»?
    Qualcosa in realtà possiamo dire, perché a conti fatti la possibilità stessa di uno sciogliersi all’infinito di questa contraddizione mostra – per Engels – una direzione e una aspirazione alla verità nonostante il suo essere praticamente insolubile.
    In questo il pensiero umano è, nella stessa misura, sovrano e non sovrano e la sua capacità conoscitiva è, nella stessa misura, limitata e illimitata. Sovrano e illimitato per la sua disposizione, la sua vocazione, la sua possibilità, la sua meta finale nella storia; non sovrano e non limitato nella sua espressione singola e nella sua realtà di ogni momento. Lo stesso si ha per le verità eterne, se mai l’umanità arrivasse al punto di non operare che su verità eterne,
    su risultati del pensiero che posseggano il valore sovrano e l’incondizionata pretesa di verità, essa sarebbe pervenuta a quel punto in cui l’infinità del mondo intellettivo sarebbe esaurita tanto in atto che in potenza, e sarebbe compiuto il celeberrimo miracolo dell’innumere numerato.12
    Ma senza prospettarci infinità da capogiro, la scienza può raggiungere “verità di ultima istanza”? La risposta di Engels è che questo è possibile solo nelle scienze matematizzabili e, anche in questo caso, non in modo universale. Già parlando di fisica e chimica le possibilità di trovare questo tipo di verità sicure si fanno esigue e, se poi si raggiunge la scienza degli organismi viventi, «si sviluppa una tale varietà di relazioni reciproche e di causalità che non solo ogni questione risolta suscita un numero infinito di questioni nuove, ma anche ogni nuova questione può essere risolta per lo più solo parzialmente»13. Se poi approdiamo alla terza tipologia di scienze riconosciuta da Engels, le scienze storiche, la corsa alla verità “di ultima istanza” si fa ancora più disperata. Manca, infatti, la ripetizione che dovrebbe permettere l’inferenza, e quindi la conoscenza «è relativa perché essa si limita a penetrare il nesso e la successione di certe forme di società e di stato che vigono solo per un dato tempo e per dati popoli»14. Come avremo modo di notare più avanti, questo vuol dire che ogni legge generale “di ultima istanza” della storia non può che essere sterile.
    Questo non vuol dire però che la storia e, in generale, la scienza quando non raggiunga risultati indubitabili, sia inutile; possiamo rendercene conto ragionando su come una legge può essere trovata e messa all’opera rispetto ad ambiti determinati senza che questo vada a minarne lo statuto di verità. L’esempio portato da Engels è quello della legge di Boyle: scoprendo Regnault che questa non funziona universalmente, avrebbe dovuto quest’ultimo dichiarare: «la legge di Boyle è soggetta a mutabilità, quindi non è una verità pura, quindi in generale non è una verità e dunque è un errore»? Con un realismo basato innanzitutto sulla necessità che la verità, perché possa aiutare l’uomo, deve essere operativa prima che teoretica, Engels ci risponde che «così avrebbe commesso un errore molto più grande di quello contenuto nella legge di Boyle; nel mucchio di sabbia dell’errore il suo granellino di verità sarebbe sparito»15. Si può obiettare che l’errore provi come il modello, nelle sue premesse, non aderisca alla realtà, e questo sarebbe vero! Ma è possibile costruire modelli che effettivamente vi corrispondano? Quando dalla storia si trae un senso, questo è a minor diritto un senso se non coglie il senso, che nella storia può infilare solo la teologia o il moralismo?
    L’obiettivo di trovare questo senso con l’articolo determinativo tramite una legittima analisi scientifica è attaccato da Labriola nel suo secondo saggio. Qui porta una critica alla “dottrina dei fattori”, ovvero quel pensiero secondo il quale invece di una visione unitaria della storia – che come vedremo è invece necessaria per Labriola – si debba individuare una serie di fattori indipendenti che si relazionano tra loro (o addirittura un solo fattore eletto a metro della storia), ad esempio il fattore economico, il fattore Stato, il fattore culturale e via dicendo, che permettano di leggere e comprendere pienamente la storia tramite lo studio del loro interagire. La conseguenza di questa impostazione era la pretesa che, a partire da uno o più fattori, si potesse ricondurre la storia a una dinamica determinata su questo o quel versante, e che quindi si potesse trovare, ad esempio, il senso della storia nel susseguirsi delle forme giuridiche. Un errore simile potremmo trovarlo anche in quelle letture del marxismo che confondono i processi economici individuati da Marx con l’unico fattore che possa spiegare la storia e fondare l’azione (e spesso la mancanza di azione) politica. La critica alla “dottrina dei fattori”
    è significativa per il discorso che stiamo affrontando, perché mette chiaramente nero su bianco il ruolo dell’astrazione narrativa nel pensare e capire la storia:
    ogni storico che cominci a narrare, compie, per così dire, un atto di astrazione. Innanzi tutto eseguisce come un taglio in una serie continuativa di avvenimenti; e poi prescinde da molti e svariati presupposti e precedenti, e anzi spezza e scompone una intricata tela.16
    Ma non si tratta solo di astrazione intesa come taglio sul piano estensivo, non solo, insomma, della necessità di trovare un punto di partenza e un punto di fine, di trovare presupposti da darsi a scapito di altri che saranno taciuti; si tratta anche di astrarre forme e agenti dai fatti e di applicarvi una analisi che li valorizzi:
    e pure in quel complesso bisogna introdurre un certo sentimento di analisi, risolvendolo in varii gruppi e varii aspetti di fatti, od in elementi concorrenti, che appariscono poi ad un certo punto come delle categorie per sé stanti.17
    L’analisi ci porta a individuare le “forme prominenti” della storia e a farne delle categorie che, dal punto di vista della narrazione, ci paiono unitarie e dotate di caratteristiche e qualità d’azione indipendenti; in realtà i confini di questi campi che delimitiamo con l’astrazione sono sbiaditi e mobili proprio per la natura dinamica e unitaria della storia che si sta narrando. Rispetto allo Stato ad esempio, questo «slarga i suoi confini esterni, o altera i suoi limiti interni verso la società, crescendo o diminuendo di poteri e di attribuzioni, o cambiando di forma nell’esercizio di quelli e di queste»18. È quindi profondamente illegittimo usare queste astrazioni, questi fattori, come i termini di una equazione e sperare di potervi trarre un determinismo naturalista.
    L’astrazione evidentemente non toglie la necessità dell’individuazione di categorie e fattori, né toglie valore epistemologico allo studio delle loro interazioni, ma ne richiede una analisi critica. Non basta individuare i fattori immediati che ci appaiono nel considerare questa o quella vicenda: possiamo trovare nel «movimento apparente» della storia considerata in questo modo «delle indicazioni, che rimandano ad altro»19, ovvero a qualcosa che esula dal fattore o dal piano su cui stiamo costruendo la narrazione. E se invece di andare a cercare questo “altro” si ipostatizzano delle astrazioni categoriali, e si fa ad esempio la storia tenendo fermi come «punti di vista» o il diritto, o le forme economiche o la morale, si finisce per «trad[urli] in leggi, imperativi e in principi che st[iano] al di sopra dell’uomo stesso». Un solo fatto «permanente e sicuro» si può scoprire nella storia, ovvero che il suo oggetto sono «gli uomini congregati in una determinata forma sociale, per via di determinati vincoli»20.
    All’altezza del terzo saggio la questione va a toccare esplicitamente lo statuto delle “leggi storiche”, individuate dall’uomo nell’atto del narrare, ma a un livello precedente: non per forza come contenuto bensì come presupposto della narrazione storica. Quindi, dalla storia a parte obiecti si astraggono con cura scientifica «forme prominenti» e «momenti decisivi […] non in quanto siano al di sopra di essa come la sua regola o il suo modello, ma in quanto sono essa stesso in atto»21. Si tratta non di trovare ciò che governa la storia, ma – data come già esposto brevemente l’unità di materia e coscienza nel fenomeno storico – di trarre da essa tendenze e direzioni che ci permettono di spiegarci quella che, senza, sarebbe solo una rapsodia arbitraria completamente in mano a chi la racconta o una tassonomia incapace di esprimere altro che se stessa. Ciò che è implicito è che questo procedimento è sempre in funzione di una narrazione, che il lavoro scientifico sulla storia se non vuole ridursi a un
    metodo di elencare fatti senza renderne conto deve includere delle tesi e farsi politico: ha bisogno di astrarre un senso dalla storia. Bisogna stare attenti a non confondere questa presa di posizione per la necessità del senso attribuito alla storia con la ricaduta in una teleologia, nel pensare che vi sia effettivamente un fine della storia (da distinguere dal fine del progresso) o una struttura superiore alla storia come insieme dei fatti. E sia chiaro che se per forza di cose il senso deve emergere nella narrazione, non vuol dire che sia solo fabbricato da questa. Il senso della storia è il riflesso intelligibile dell’umanità che partecipa nel processo storico, della sua volontà indissolubilmente legata al mondo con cui si rapporta attraverso l’atto del lavoro e, così come non esiste uomo che sia super partes in questo processo, «non c’è storico che possa dirsi imparziale, perché, per essere tale, bisognerebbe che fosse fuori di tutti i punti di vista»22.
  3. OCCORRE FANTASIA
    Abbiamo visto come la conoscenza data dallo studio della storia – e della società – sia scientifica nel senso che viene dall’analisi scientifica dei dati in campo: come da diverse registrazioni della posizione di un corpo nel tempo io posso inferire il suo moto, le forze che lo causano e tentare una previsione sulla sua posizione nel futuro, allo stesso modo l’analisi della storia deve inferire narrazioni dai dati disponibili rilevati con rigore. Già qui, però, la questione si fa più complicata: come è possibile inferire una narrazione storica mantenendo lo statuto epistemologico dello studio sulla storia? Nel caso di un oggetto tanto incommensurabile quanto l’insieme dei fatti e delle forze che costituiscono la storia a parte obiecti poi, ogni dato ha un suo statuto intenzionale che non dipende dal dato stesso; come renderne conto?
    Il rischio è che la «esorbitante empiria» porti ad analisi senza capo, che si finisca «per fare degli eruditi che non sono dei sapienti». E a mano a mano che aumenta la «massa dei particolari», si fa più difficile la loro ricomposizione ad arte, ossia l’attribuzione di un senso tramite la narrazione al dato storico in esame. Come si sviluppa la capacità di accumulare dati affidabili deve allora svilupparsi la capacità di coordinarli e di stendere relazioni tra di essi. Qui non si scappa, «per scrivere la storia occorre sopra tutto la fantasia; il che è il più grande schiaffo che si possa dare agli eruditi del mestiere»23.
    È impossibile infatti trattare la realtà storica senza sovrapporvi la nostra propria filosofia, non importa quanto ingente sia «la somma dei particolari che [si] abbia raccolta e quale che sia la fatica spesa per avvicinarsi alla sentita e intuitiva riproduzione del passato»24. Nell’atto di narrare noi conferiamo inevitabilmente senso, e non conferiamo senso in modo arbitrario, ma su scelte di valore guidate dal nostro interesse e dalla nostra filosofia, le cui domande per il Labriola di Storia, filosofia della storia… sono il binario per il quale attribuiamo i principi direttivi, ossia andiamo oltre il dato per trarre una conoscenza che, se vogliamo farci capire senza pretese di precisione lessicale, potremmo chiamare sintetica.
    Così che voglio dire che le persone le quali si preparano agli studi storici, non si potrà dire che siano veramente preparate con metodo scientifico se non quando, oltre all’impossessarsi dei metodi corretti per l’apprendimento dei fatti, siano anche giunte a farsi una adeguata idea dei principii direttivi degli accadimenti, in quanto quei principii sono negli accadimenti stessi. E voglio dire che lo storico scientificamente preparato deve anche aver raggiunto quel grado di maturità intellettuale, che consiste nel poter rispondere a quei quesiti che costituiscono la somma della filosofia della storia.25
    La narrazione storica stessa è a sua volta un atto storico, che riflette e rimodella il panorama su cui nasce. Non esiste scampo da questa necessità e nella sua ineludibilità sta il criterio di verità che si può accordare al racconto della storia. Può l’uomo smettere di raccontare la propria storia, dal momento che vi ha accesso? E se la risposta – come è ragionevole che sia senza inventarsi future società improbabili – è no, può l’uomo evitare di imporre sé stesso sulla storia? Di nuovo, dobbiamo umilmente ammettere che non è possibile, ma possiamo scusarci giacché non ci imponiamo sulla storia come individui astratti, ma come il frutto della storia stessa. È evidente che non possiamo fare a meno della storia, ce ne serviamo volenti o nolenti per natura, a prescindere che l’uso che ne facciamo sia scientifico e legittimo: in senso positivo, giustifica e guida la nostra azione nel presente e in quanto giudizio di valore pone lo smarcamento tra una forza sociale e i suoi nemici; in senso negativo, attacca le strumentalizzazioni operate da questi nemici e i loro tentativi di delineare un proprio campo come autonomo o moralmente superiore. La verità che possiamo trarre dalla storia è insomma vera non rispetto a qualche oggettività super partes: è essa stessa un atto storico il cui valore facciamo dipendere dalla sua aderenza ai limiti duri dell’esperienza da cui è tratto e dai limiti altrettanto severi dell’uso che se ne vuole fare.
  4. MONISMO E UNITÀ DELLA STORIA
    Se il senso è legittimamente attribuito alla storia, ma la storia in sé non possiede leggi o fini, qual è la base di questa attribuzione?
    Labriola nega, in effetti, la possibilità di applicare un determinismo in senso classico alla storia, ma non per questo è impossibile trarre da essa un’analisi politica valida per l’azione. Labriola parla infatti di un “determinismo storico”, che tiene conto e anzi emerge dalla «interazione tra la componente oggettiva (le cose, la materia) e la componente soggettiva (volontà e prassi) del mondo umano»26. In Un marxismo «alquanto aristocratico» – studi su Antonio Labriola, Burgio scrive che con il determinismo storico di Labriola ci troviamo di fronte a qualcosa di diverso dal determinismo della fisica o della chimica: questo determinismo storico è mediato, tendenziale, per conseguenza di una ontologia monistica che non pone più la materia e la volontà su piani diversi, ma che riconosce la stretta interrelazione tra le due. Se la realtà storica è dinamica (e qui può tornarci in mente l’assenza di ripetizione rilevata da Engels), lo si può attribuire alla «incidenza della soggettività, dell’attività libera e operosa della componente soggettiva della totalità storico sociale»27.
    Concepire un posto per la soggettività nello studio dei processi storici oggettivi e dare a questa soggettività una forma proattiva e non riducibile è un procedimento non scontato, che deve fondarsi sulla natura riconosciuta al lavoro stesso. Questo non porta Labriola a irrazionalismi o misticismi; anzi, Labriola giunge a questa conclusione proprio osservando la realtà effettiva dei processi produttivi in cui vede chiaramente il compartecipare inestricabile di elementi tradizionalmente soggettivi alle dinamiche più elementari della produzione. Il monismo di Labriola consiste nel ruolo del lavoro come “mattone” fondamentale della storia a parte obiecti (il lavoro è «inteso come equivalente al concetto di agire storico»28); è considerato l’attività fondamentale dell’uomo, il vero processo in cui l’uomo costituisce e svolge sé stesso. Attraverso il lavoro l’uomo incorpora la sua soggettività nella realtà oggettiva con cui
    si rapporta, e attraverso questo processo a sua volta l’uomo si oggettiva. Labriola ci dà un esempio pratico di cosa intenda parlando in questi termini del lavoro tramite l’immagine del calzolaio che
    nelle scarpe che produce ci mette via una parte di sé stesso, le sue energie meccaniche, dirette dalla volontà, ossia dirette dall’attenzione volontaria, secondo la forma preconcetta, nella quale si assomma, come in intento ed in proposito, la sua attività cerebrale in quanto egli è in atto di lavorare.29
    Il calzolaio stesso è presente nel frutto della sua opera come la sua forza lavoro che la ha portata a termine, e in questa si include la sua «attenzione volontaria, secondo la forma preconcetta». In modo molto banale, la volontà che ha portato il calzolaio a portare a termine il suo lavoro è parte di quelle forze che hanno trasformato il cuoio in scarpa. Diventa anche rilevante l’idea di “forma preconcetta”: il fatto che si sia prodotta proprio una scarpa, con determinate tecniche, una determinata foggia e un determinato uso, si può ascrivere solo al lavoro accumulato delle conoscenze umane, alla tradizione che è anche questa frutto del lavoro dell’uomo nella sua componente spirituale: «che cos’è il sapere stesso, se non un prodotto della prassi sociale, collettiva – l’espressione, per dirla con il Marx dei Grundrisse, dell’ “intelletto generale”»30?
    Mettendo in luce l’aspetto soggettivo che inerisce al decorso storico e la conseguente impossibilità di trarre previsioni strettamente deterministiche dallo stesso, Labriola non sta affermando anche che allora non è più possibile inferire conclusioni e previsioni dai fenomeni sociali –non sta insomma negando la possibilità di “applicare la storia” ad altro che la descrizione del suo oggetto diretto – sta invece evidenziando la ragione materialissima per cui queste conclusioni e previsioni possono avere un valore tendenziale, di determinismo mediato, ma non un valore assoluto.
    La conoscenza stessa per Labriola è lavoro, è operante e nasce dalle energie investite in un processo reale, posizione che ha le sue radici nei fondatori stessi del materialismo storico. Già dalla Ideologia tedesca Marx ed Engels accordano allo spirito una sua materialità attraverso il linguaggio in cui si oggettivizza. Ma non solo: la coscienza sarebbe un prodotto sociale che emerge dalla necessità di relazioni e rapporti. In questo senso «è innanzitutto semplice coscienza dell’ambiente sensibile immediato e del limitato legame con le altre persone e cose esterne all’individuo che prenda coscienza di sé»31. La coscienza nel suo stato “primordiale” è quindi coscienza della natura in cui si è immersi e coscienza di vivere in una società: dipende dal rapporto con il mondo e con gli altri, perciò è legata alle condizioni materiali della vita. Solo con la divisione tra lavoro manuale e mentale, allora, «la coscienza può realmente figurarsi di esser qualcosa di diverso dalla coscienza della prassi esistente, concepire realmente qualche cosa senza concepire alcunché di reale»32.
    In Labriola il lavoro inteso come oggettivazione degli elementi soggettivi è strettamente legato alla teoria della coscienza come prodotto materiale del lavoro: la visione di Labriola in questo senso è marcatamente monistica. Accompagna questa concezione una visione unitaria della storia come resa diacronica dell’esistenza dell’uomo, e quindi come storia unitaria del processo del lavoro.
    Quella di Labriola per l’unità della storia è una vera propria presa di posizione, un principio che permette all’analisi dei processi storici di risultare rilevante oltre i confini dei dati che
    affronta direttamente. Volendo superare i limiti in cui Labriola imposta direttamente la questione ciò vale anche rispetto all’azione politica che, essendo poietica e non narrativa, non delimita il suo campo a priori ma lo pone nell’azione. Per fondare questa operazione, però, serve una continuità tra le forze storiche, così che la loro opposizione – che resta in ogni caso contraddittoria – abbia un piano su cui svolgersi verso un suo superamento. Se concepissimo, ad esempio, le classi in lotta come totalmente separate da una battaglia che le accomuna solo per il piano sociale dove ha luogo, staremmo distruggendo le basi per una analisi di questa lotta, dei risultati e delle interazioni a cui porta. Infatti sono proprio le classi in lotta a costituire il piano sociale del conflitto, e questo non esiste esternamente da loro. Se volessimo vedere le classi come due eserciti impegnati sul campo di battaglia della storia dimenticheremmo che nella sua forma concreta questi eserciti sono il campo di battaglia stesso, e dovremmo quindi astrarre una storia metafisica dove farli incontrare, perdendo quindi la concretezza dell’analisi e il suo valore epistemologico. Allo stesso modo, non possiamo separare meccanicamente struttura e sovrastruttura, lavoro intellettuale e lavoro manuale, storia dell’occidente e storia dell’oriente ecc… Non senza qualche influenza hegeliana, la dialettica storica per Labriola implica la necessità di concepire la storia come un processo unitario, senza per questo sminuirne la contraddittorietà interna.
    Per l’idea che Labriola si fa del suo stesso percorso intellettuale, il materialismo storico è «in primo luogo» proprio questo principio unitario della storia che permette di comprendere il «variare delle forme» che lui avrebbe tanto cercato già prima della stagione marxista, dallo hegelismo allo herbartismo33. Il materialismo storico insomma è la prospettiva che permette di vedere la storia in modo unitario senza negarne la dinamicità.
    La volontà aperta contenuta in questa concezione è di conferire alla storia una «finalità», di superare una visione empirista dello studio della storia che vorrebbe risolvere quest’ultimo nello studio dei singoli episodi, in «un’elencazione dei fatti». Lo studio della storia necessiterebbe invece di un «punto di vista in base al quale ordinare la materia storica», ma procedendo in questo modo non si può negare una fondazione della storia sull’ «idealismo». Seguendo un’impostazione hegeliana, Labriola concepisce il piano espositivo – la storia a parte subiecti – e il piano della storia reale in un rapporto nel quale «si implicano vicendevolmente» per superare «l’unilateralità delle determinazioni astratte».34
    Io accetto come fondamentale per la filosofia della storia l’esigenza hegelliana del riconoscimento dell’unità storica, e rigetto l’obiezione di coloro che rimproverano ad Hegel di avere introdotto arbitrariamente il concetto dell’unità nella storia. Senza l’unità la storia non avrebbe fine e la considerazione storica si dovrebbe di nuovo risolvere nella esposizione empirica delle varie storie speciali.35
    L’unità della storia serve quindi proprio per dare alla storia un fine, ma non si parla affatto di teleologia: questo va sempre costruito in completa aderenza con il lavoro scientifico sul materiale storico. Non viene meno insomma il rigore sperimentalista (e quindi il fatto che la lettura della storia parte dal dato oggettivo e arriva al senso) che è il vero fondamento rivoluzionario del marxismo come filosofia scientifica della storia e della politica, e che, nel caso di Labriola, ha forti radici in Herbart.
  5. LA SCIENZA ADATTA E L’OGGETTO DETERMINATO
    Il senso della storia che individuiamo rispetto a questo fine, costruito a partire da uno specifico punto di vista, non è però per Labriola generico o aleatorio. Cioè, è relativo in quanto deve essere posto rispetto al suo narratore, ma necessita di rispondere a ciò che può essere scientificamente astratto dalla realtà sociale con consequenzialità rispetto al suo mutamento. Non si può dare un senso alla storia che sia conoscenza legittima traendolo ad esempio dalla psicologia individuale, dalla teologia o dalla matematica. L’unità necessaria a permettere il senso e il progresso non può essere costruita a partire da scienze statiche o slegate dall’avvicendarsi diretto degli avvenimenti. Allo stesso modo, anche questa scienza mutevole non va trattata in quanto legislatrice della realtà, ma in quanto strumento per affrontare legittimamente la comprensione dei fenomeni storici. La scienza in questione per Labriola come per il resto della tradizione marxista è l’economia. Attraverso lo studio del lavoro – che come abbiamo visto è in un certo senso il fondamento della storia in quanto attività dell’uomo, ciò che pone e svolge la realtà dell’uomo – e dei frutti del lavoro possiamo ottenere la conoscenza legittima su cui costruire un sapere storico. Attenzione però, a non credere che si tratti «di ritradurre in categorie economiche tutte le complicate manifestazioni della storia», quella dell’economia rispetto alla comprensione della storia non è un’opera né di legislazione né di traduzione: non stiamo riducendo gli avvenimenti al loro significato per la scienza economica, piuttosto Labriola vuole spiegare come « “in ultima istanza (Engels)36” i fatti storici possono essere spiegati “per via della sottostante struttura economica (Marx)” »37.
    Per tornare a Labriola, «accade nel determinismo storico [che] si cominci[…] appunto dai motivi, poniamo religiosi, politici, estetici passionali e così via, ma poi occorre di tali motivi ritrovar le cause nelle condizioni di fatto sottostanti»38. Questo non rende queste motivazioni estranee allo studio della storia, né le rende solamente accessorie. Si può però sempre ricondurre – e non ridurre! – questi fenomeni alla struttura sociale sottostante, che pure non si nega possano agire su di essa.
    Ne risulta l’importanza della psicologia sociale, da intendersi non come «la fantastica esistenza di una psiche sociale, né [l’] escogitazione di un preteso spirito collettivo [con] proprie leggi, indipendenti dalla coscienza degl’individui e dai loro materiali ed assegnabili rapporti», neppure come una «generalizzazione combinatoria» delle singole psiche. Si vuole invece parlare di «quelle concrete e precise forme di spirito» che caratterizzano soggetti sociali, uno degli esempi di Labriola sono i contadini francesi durante il periodo rivoluzionario: «quei contadini, che divenuti poi liberi lavoratori e piccoli proprietarii, o aspiranti alla proprietà, da vincitori oltre i confini a breve andare si trasformarono in automatici istrumenti della reazione»39. Scelgo di riportare proprio questo tra gli altri perché rende pienamente l’idea della psicologia sociale come psicologia di un soggetto determinato, individuato e caratterizzabile nelle sue vicende e azioni, nei suoi interessi e nelle sue potenzialità. Si tratta insomma della necessità di considerare, a fianco della “fredda” economia, la costituzione di soggetti sociali nella loro vitalità e psicologia. Si intravede qui la tematica della coscienza, del senso comune, che sarà esplorata in modo più conseguente da Gramsci, ma già si presenta come necessario integramento ad una scienza della storia che considera gli attori reali, e non in generale corpi astratti, ritenendo che anche gli aspetti sovrastrutturali ne siano un elemento fondamentale e definitorio.
    L’economia stessa non può essere una economia astratta, ma come già nell’Antidühring Engels delineava scagliandosi contro le “robinsonate”, la scienza economica è tale solo nel momento in cui affronta le situazioni reali. Anche se Labriola non ha mai potuto avervi accesso, lo stesso tema è trattato in modo più elaborato nell’introduzione ai Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, già dalle prime pagine. L’idea che si possa dare una economia naturale basata sugli assiomi delle più semplici relazioni tra individui astratti, per l’appunto i nostri Robinson senza tempo, è pura illusione. Non c’è in realtà in questo paradigma la rappresentazuione di uno stato di cose naturale, si tratta invece del riflesso del terreno sociale su cui crescono queste idee: la società civile borghese. In questa società della libera concorrenza il singolo appare svincolato dai legami naturali ecc. che in precedenti epoche storiche ne hanno fatto un accessorio di un conglomerato umano determinato, limitato [il corsivo è mio].40 La visione dell’uomo astratto, «posto dalla natura stessa» invece che «individuo che sorge storicamente»41 è qualcosa di legato alla società civile borghese nello specifico, dove l’interesse fondamentale è quello del singolo proprietario. Si tratta di una situazione tutt’altro che connaturata all’uomo fuori dalle contingenze della storia moderna, infatti «più ci addentriamo nella storia e più l’individuo, e quindi anche l’individuo che produce, ci appare non autonomo ma parte di una totalità più vasta»42. Questo non perché l’uomo borghese sia separato dal resto della storia e veramente indipendente, ma l’epoca che crea questo modo di vedere, il modo di vedere del singolo isolato, è proprio quella dei rapporti sociali […] finora più sviluppati. L’uomo è nel senso più letterale del termine ζῷον πολιτικὸν, non solo un animale sociale, bensì un animale che può isolarsi solo nella società.43
    Insomma, è vero che ci sono delle costanti nella storia dell’economia e del lavoro, ma nonostante queste abbiano un fondamento nel «fatto che il soggetto, l’umanità, e l’oggetto, la natura sono i medesimi»44, questo non ci può far dimenticare la differenza che intercorre tra momenti diversi dello sviluppo reale dello stesso processo. Che ad esempio «nessuna produzione è possibile senza uno strumento di produzione, anche se tale strumento fosse soltanto la mano»45 non toglie che il mutare di questo strumento porti a cambiamenti radicali nel modo della produzione: asserire che la necessità di uno strumento è una costante del lavoro non dice assolutamente nulla senza che si dia una ulteriore– e tutt’altro che costante – determinazione concreta. In realtà dal tentativo di fondare una economia “generale”, si possono solo ricavare tautologie, e quando sembra non essere il caso ci troviamo semplicemente di fronte a salti logici che naturalizzano fenomeni specifici a interessi e modi di produzione determinati, come nel caso dell’interesse individuale presunto fondamento dell’economia, che a conti fatti è la forma dell’interesse borghese nella moderna società civile.
    L’attribuzione del senso alla storia non solo deve trovare gli strumenti adatti in scienze che si confanno alla sua scala e al suo oggetto, ma deve anche saper usare questi strumenti tenendoli ben stretti a sé stessa, alla realtà di quella storia a parte obiecti che è l’unica materia prima legittima per questa operazione. In modo veramente sottile, secondo Labriola, si può ricondurre questo fatto alla natura del pensiero, che come abbiamo visto è prodotto sociale e di uno sforzo – lavoro – determinato. La forma e lo statuto della nostra conoscenza emergono, allora, nelle parole di Labriola nel Discorrendo, dall’ «esigenza realistica di considerare i
    termini del pensiero, non come cose ed entità fisse, ma come funzioni; perché quei termini hanno valore, solo in quanto noi abbiamo qualcosa da pensare attivamente, e siamo in effettivo atto di pensare, procedendo»46. Costanti astratte o totalizzanti, insomma, sono o sterili o illegittime, il discorso sulla storia e sul lavoro può dare frutti solo se trae sensi e lezioni specifiche a un oggetto più o meno determinato e approcciabile con gli strumenti della storiografia. Allo stesso tempo, questo non porta a una frammentazione – e quindi a una contraddizione del principio di unità della storia – quando il discorso affrontato è ricondotto a un piano comune ed espandibile, a una unità storica che permette alle conoscenze legittime che si possono trarre dallo studio della storia di diventare strumenti in altri contesti, nella lettura del presente o nell’azione politica.
  6. IL PROGRESSO
    Resta un’ultima questione da affrontare: si è visto come, in modo più o meno esplicito, ogni passo della teoria del senso della storia in Labriola faccia riferimento al senso che noi attribuiamo a essa nell’atto della narrazione, più che una pretesa di scoprire un senso intrinseco alla storia stessa. La cosa si fa evidente nel modo in cui Labriola affronta la nozione di progresso.
    Il problema del progresso è legato indissolubilmente al problema del senso della storia e in un certo senso vi si sovrappone: il progresso, sia auspicato e previsto, sia ritrovato in processi passati, è l’individuazione di un movimento in relazione a un senso. Il progresso è essenzialmente posto rispetto a qualcosa a cui si dà valore, non esiste se non in relazione a un metro con cui leghiamo e rendiamo portatori di senso gli eventi storici.
    Il progresso non sarebbe la direzione intrinseca e generale del moto storico. Invece, da un lato sarebbe relativo alle aspirazioni concrete che ci permettono di individuarlo, tracciarlo e perseguirlo; dall’altro sarebbe tutt’altro che costante e teleologico.
    Innanzitutto quindi il progresso è tale in relazione alle aspirazioni morali o materiali del soggetto umano che vuole individuarlo, e perciò è posto secondo certe metriche, certe tendenze rese significative dall’interesse – ad esempio – dell’autore in accademia o della classe. Non si può parlare di un progresso in sé, in Del Materialismo storico, dilucidazione preliminare si legge che
    Il concetto di progresso, per chi lo esamini bene addentro nella sua natura specifica, implica sempre dei giudizi di valutazione; e, per ciò, non è che si possa confonderlo con la nozione nuda e cruda del semplice sviluppo, il quale non include punto quell’incremento di pregio, per cui noi di una cosa diciamo che essa progredisca.47
    Dal punto di vista degli strati sociali consci di appartenere alla propria classe e degli intellettuali a loro organici, si può porre e misurare il progresso a partire dal concretizzarsi degli interessi dei soggetti sociali nelle loro aspirazioni. In questo senso cosa si intende come progresso non è solo soggettivo, ma prende forma dalle aspirazioni effettive delle forze sociali: il progresso ad esempio nel porsi e svilupparsi delle relazioni tra scienza e fede, Chiesa e Stato, proletariato e borghesia .48
    Già da questo primo punto risulta evidente come il progresso non sia garantito «come una carta di assicurazione»49. A maggior ragione se il progresso esiste non come sviluppo
    connaturato alla storia a parte obiecti, bensì come processo individuato per un giudizio di valore relativo all’interesse storico di una classe, nessuna analisi della realtà può garantire il proseguire costante di questa o quest’altra tendenza. Anche volendo prescindere da ciò, per lo stesso motivo per il quale dobbiamo allontanare l’idea di leggi sovrastoriche Labriola afferma invece il carattere accidentato e contraddittorio del processo storico, esprimendo diffidenza per la fede nel progresso come continuo e necessario incedere delle tendenze storiche, prima tra tutte quella allo sviluppo e alla complessificazione del processo produttivo. Labriola aveva in mente l’arretramento dell’Italia nel sedicesimo secolo, che testimonierebbe la possibilità perlomeno relativa del regresso («è da ultimo accertato il regresso parziale e relativo avveratosi più volte nella storia, come ne stette per secoli a documento l’Italia»50). Quello che Labriola esclude è il regresso in senso assoluto: se è possibile che una tecnica o uno strumento finisca perduto, è però ancor più vero che il progresso tecnico tende a sopravvivere ai popoli che lo hanno messo in essere.
    Occorre forse di ricordare che la scrittura non fu mai più perduta, per quanto i popoli che ne furono i rinvenitori sparissero dalla storica continuità? Occorre forse ricordare, che noi rechiamo tuttodì nelle nostre tasche, su i nostri orologi, il quadrante babilonese, e che noi usiamo l’algebra che fu introdotta da quegli arabi, la cui attività storica si è poi dispersa come sabbia nel deserto?51
    Non si può fare a meno di riconoscere in questa ultima presa di posizione di Labriola una eccessiva centralità data all’aspetto tecnico – e quindi dei mezzi, piuttosto che dei modi, di produzione – del progresso umano, ma il nocciolo che possiamo trarre ampliandone l’orizzonte è che se un popolo o un paese può soccombere alla storia, il suo contributo al progresso umano, e quindi alla tecnica, alla produzione, all’organizzazione sociale, non scompare con lui. Possiamo dire insomma che in una prospettiva abbastanza ampia, l’uomo tende al progresso e questo può farci da guida nell’intendere la storia:
    Gli è indubbio sì, che il profresso non abbraccia materialmente il succedersi delle generazioni, e che la sua nozione non implica nulla di categorico, tanto che le società han fatto anche regresso, ma ciò non toglie che questa idea possa servirci come di filo conduttore e di stregua, per dare significazione al processo storico.52
    Definito così il progresso, Labriola vi riconosce anche in Storia, filosofia della storia… la facoltà di “dare significazione al processo storico”, di esprimere i giudizi di valore che permettono alla narrazione di un periodo o fatto storico di dire più che la semplice cronaca di quel determinato periodo o fatto. In termini certamente un po’ troppo ottocenteschi, si esprime così:
    Il concetto di progresso, più e più volte applicato alle varie condizioni del vivere umano, si converte come nella idea di una scala, di una ascensione, di un venirsi perfezionando dell’uomo nel cammino della civiltà. Quando questo abito di comparazione s’è formato, ci pare di poter misurare come ad una stregua tipica le differenze che corrono tra i Greci del mondo omerico e quelli della Atene periclea, tra i Romani del primo secolo dell’impero e i barbari Germani, che stavano loro di fronte. Per via di questa, direi qualificazione dei fatti storici, essi acquistano il carattere di valori; e se questi valori non ci fossero, sarebbe inutile affannarsi nella ricostruzione del passato.53
    L’evento storico assume valore rispetto al progresso e, così facendo, diventa un valore, non solo possiamo allora (come qui Labriola che, ricordiamolo, scrive un testo da leggere a
    lezione) comparare diversi momenti storici tra loro; possiamo anche riportare questi valori nel presente, farne una bandiera o una guida per le sfide storiche che ci stanno di fronte. Forse, l’esempio più forte è quella grande rivoluzione d’ottobre che anni dopo, nel biennio rosso e nella resistenza, ma anche più avanti fino al cuore del secolo scorso fu un vero e proprio mito e faro per le masse operaie e al contempo lo spettro più terrificante agli occhi dei padroni nostrani, tedeschi e americani. C’è qui forse l’influsso della spinta mitica di Sorel, ma oltre al valore simbolico, il valore è anche ciò che rende utilizzabile il dato storico nelle scienze sociali, ciò che trasforma la tassonomia in narrazione e la rapsodia in senso.
  7. CONCLUSIONE, IL PROBLEMA DELLA FONDAZIONE
    Abbiamo già parlato di storia come narrazione e quindi astrazione, di come il senso richieda un punto di vista e ora di come l’oggetto storico necessiti di una valorizzazione per individuarvi il progresso. Abbiamo visto come si possa trarre una conoscenza legittima, consapevoli dei suoi limiti, da queste caratteristiche e processi della storia. Già questo potrebbe bastare – di fronte all’evidenza che dallo studio della società passata e presente si sono tratte e si traggono ancora le basi del lavoro delle forze sociali, dalle organizzazioni operaie ai quadri delle istituzioni padronali – come descrizione del modo in cui per Labriola l’uomo si approccia alla storia e vi trae una conoscenza. Questo sarebbe impossibile se si negasse la legittimità di attribuire un senso e una unità all’oggetto storico.
    Tuttavia resta il fatto che non stiamo effettivamente fondando questa conoscenza, l’origine del senso della storia resta indeterminata nelle mani del soggetto. Certo, tramite l’ontologia del lavoro possiamo dare un fondamento al processo per il quale l’operazione di attribuzione di senso è legittima, ma se abbiamo anche notato che questo processo non è mai applicabile “in generale” quello che manca è un fondamento della validità di ogni sua attribuzione particolare.
    Possiamo riconoscere la validità degli strumenti che impieghiamo nel trovare il senso, possiamo ribadire la legittimità della natura soggettiva (e non per questo relativista) del senso della storia, ma non possiamo esaurire in astratto la questione della valorizzazione della storia. Nonostante il riconoscimento, tramite la psicologia sociale, dell’incisività dei caratteri e della costituzione dei soggetti reali, la fondazione del senso nella storia resta in ultima istanza una responsabilità di chi opera la sua narrazione. E il fatto di non aver tematizzato e affrontato pienamente questo aspetto e le sue implicazioni resta effettivamente un tallone d’Achille del discorso labrioliano: non perché non possa reggersi in piedi senza, ma perché così non riesce a toccare fino in fondo l’implicazione politica del dare senso alla storia.
    Se la storia, invece che essere il prodotto della narrazione di un singolo storico, è il prodotto di una forza sociale, se il soggetto non è il generico soggetto del ricercatore ma è la società civile, la classe, un partito, ecco che le fondamenta della conoscenza storica sono gli interessi e le visioni del mondo di questa forza sociale determinata e fondata sulla sua effettiva forma e posizione nel modo di produzione e nella società. Si può parlare di relativismo? Solo se si è disposti ad accettare che “relativo” qui vuol dire “relativo a delle condizioni determinate e reali”, che proprio per la loro realtà e determinatezza possono svolgere la funzione di fondamenta per la storia e per l’azione sociale. La teoria gramsciana degli intellettuali rappresenta probabilmente il terreno più solido e fecondo su cui si potrebbe edificare tale fondazione, in quanto studia come la coscienza emerga dai gruppi umani, come si raffini
    progressivamente e si costituisca in soggetto concreto, in quanto esamina la storia di questi gruppi, la loro genesi e il loro sviluppo. L’analisi della società e della sua storia non potrebbe basarsi su altro che la società e la sua storia.
    Alla luce di questo limite, possiamo comunque provare, a modo di conclusione, a rispondere in base alle riflessioni fatte alle tre domande che ci siamo posti in apertura.
    Possiamo quindi trovare una vera conoscenza nella storia? A condizioni di riconoscere che questa conoscenza non si riferirà mai direttamente alla storia a parte obiecti, a condizione di riconoscere che questa conoscenza non si presenterà in leggi e determinismi, a condizione che questa conoscenza si basi sempre sullo studio effettivo di dati raccolti con il rigore della scienza, possiamo dire di sì, che una conoscenza tendenziale e narrativa della storia può essere validamente ritrovata nella storia.
    Il tentativo di dare un senso a questa conoscenza è legittimo? Possiamo rispondere che non solo lo è, ma risulta necessario e naturale. Il senso che diamo alla storia deve essere considerato come il prodotto della natura umana della storia e della sua narrazione. Ogni narrazione implica un senso determinato dalla posizione del soggetto storico che ve lo attribuisce. La necessità del senso non verrebbe solo da parte del soggetto narrante, ma lo stesso oggetto storico, in quanto oggettivazione di una soggettività, può essere legittimamente letto come intenzionale e sensato.
    Come possiamo fare della conoscenza storica qualcosa di utile e non solo descrittivo? La natura soggettiva dell’attribuzione del senso rende il racconto storico potenzialmente politico: quando la rivendicazione del soggetto valorizza o rende un valore un evento o un periodo storico, questo diventa uno strumento per la lettura partigiana della storia da parte di tale soggetto, che oltre alla scontata conseguenza del trovare una bandiera in questa storia, può trovarvi strumenti realmente validi per affrontare il presente. La storia è utile in modo molto concreto: in quanto valorizzata in funzione delle aspirazioni di soggetti sociali determinati, in quanto orizzonte critico e non dogmatico.

  8. NOTE
    1- A. Labriola, Storia, filosofia della storia, sociologia e materialismo storico, in SFP, pp.794-797.
    2- Ivi , p.795.
    3- A. Labriola, Discorrendo di socialismo e di filosofia , in SFP, p.708.
    4- Ivi, p.711.
    5- Ivi, pp.710-711.
    6- A. Labriola, Da un secolo all’altro, in SFP, pp.851-853.
    7- Ivi, p.852.
    8- In S. Miccolis (a cura di), Carteggio, p.559.
    9- F. Engels, Antidühring, p.92.
    10- Ivi, pp. 92-93.
    11- A. Gramsci, Quaderni del carcere, p.1416.
    12- F. Engels, Antidühring, p.93.
    13- Ivi, p.94.
    14- Ivi, p.95.
    15- Ivi, p.97.
    16- A. Labriola, Del materialismo storico – Dilucidazione preliminare, in SFP, p.564.
    17- A. Labriola, Storia, filosofia della storia, sociologia e materialismo storico, in SFP, p.796.
    18- A. Labriola, Del materialismo storico – Dilucidazione preliminare, in SFP, p.564.
    19- Ivi, p.568.
    20- Ivi, p.569.
    21- A. Labriola, Storia, filosofia della storia, sociologia e materialismo storico, in SFP, p.796.
    22- Ivi, p.798.
    23- Ibidem.
    24- Ibidem.
    25- Ivi, p.799.
    26- A. Burgio, Un marxismo «alquanto aristocratico» – Studi su Antonio Labriola, p.151.
    27- Ivi, p.152.
    28- Ivi, p.126.
    29- A. Labriola, Discorrendo di socialismo e di filosofia – Postscriptum all’edizione francese , in SFP, p.790-791.
    30- A. Burgio, Un marxismo «alquanto aristocratico» – Studi su Antonio Labriola, p.128.
    31- K. Marx, F. Engels, L’ideologia tedesca, in La concezione materialistica della storia, p.80.
    32- Ivi, p.81.
    33- Ivi, p.27.
    34- Ivi, pp.41-42.
    35- A. Labriola, Se l’idea sia il fondamento della storia, in Luigi Dal Pane, Antonio Labriola nella politica e nella cultura italiana, p. 131.
    36- Il riferimento è alla Lettera a Bloch del settembre 1890, dove Engels scrive: “secondo la concezione materialistica della storia la produzione e riproduzione della vita reale è nella storia il momento in ultima istanza determinante. Di più né io né Marx abbiamo mai affermato. Se ora qualcuno distorce quell’affermazione in modo che il momento economico risulti essere l’unico determinante, trasforma quel principio in una frase fatta insignificante, astratta e assurda” in K. Marx, F. Engels, La concezione materialistica della storia, p.185.
    37- A. Labriola, Del materialismo storico – Dilucidazione preliminare, in SFP, p.543.
    38- Ivi, pp.542-543.
    39- Ivi, p.544.
    40- K. Marx, Introduzione ai “Lineamenti fondamentali per la critica dell’economia politica”, p.17.
    41- Ibidem.
    42- Ivi, p.18.
    43- Ibidem.
    44- Ivi, p.19.
    45- Ibidem.
    46- A. Labriola, Discorrendo di socialismo e di filosofia , in SFP, p.708.
    47- A. Labriola, Del materialismo storico – Dilucidazione preliminare, in SFP, p.628.
    48- A. Labriola, Da un secolo all’altro, in SFP, p.850.
    49- A. Burgio, Un marxismo «alquanto aristocratico» – Studi su Antonio Labriola, p.103.
    50- A. Labriola, Del materialismo storico – Dilucidazione preliminare, in SFP, p.629.
    51- Ivi, p.630.
    52- Ivi, p.631.
    53- A. Labriola, Storia, filosofia della storia, sociologia e materialismo storico, in SFP, pp. 800-801.
    BIBLIOGRAFIA
    Alberto, Burgio (2023), Un marxismo «alquanto aristocratico» – Studi su Antonio Labriola, Bologna, DeriveApprodi.
    Franco, Sbarberi (a cura di, 1973), Antonio Labriola – Scritti filosofici e politici, Torino, Einaudi, nelle note abbreviato in SFP.
    Friedrich, Engels (1878), Antidühring, Roma, Editori Riuniti, 1968
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Sui fatti del 16 ottobre e le mobilitazioni per la Palestina

Un’infinità di gocce può cadere in un bicchiere senza conseguenze, ma una singola goccia, pur cadendo esattamente come le altre, alla fine ne fa tracimare il contenuto. Le piazze sono tornate ad essere popolate, in massa, dopo anni di passività. Il genocidio a Gaza ha messo a nudo le contraddizioni del sistema imperialista, permettendo la rottura di un argine già fragile, ora non più ricostruibile, obbligandoci a fare la storia. 

A partire da settembre, un’ondata di mobilitazioni innescate da una combinazione – non fortuita – di elementi, come la Global Sumud Flotilla, ha riportato al centro dell’attenzione pubblica la realtà materiale dell’apartheid israeliano. La partecipazione e la visibilità della Flotilla hanno contribuito a trasformare la solidarietà con la Palestina da sentimento diffuso ma atomizzato a terreno di conflitto politico concreto.

In questo contesto si è inserito l’appello alla lotta di classe lanciato dal Collettivo Autonomo dei Lavoratori Portuali di Genova (CALP) durante la grande manifestazione del 30 agosto, con la parola d’ordine «BLOCCHIAMO TUTTO». Un appello che ha rappresentato un salto di qualità decisivo: dalla denuncia al blocco navale israeliano e la solidarietà umanitaria alla messa in discussione diretta dei meccanismi materiali che rendono possibile il genocidio: la logistica, i porti, la produzione e la circolazione delle merci e delle armi.

Questi elementi hanno innescato un effetto domino che ha portato allo sciopero generale del 22 settembre, lanciato dall’USB, le grandi mobilitazioni dei giorni successivi all’attacco israeliano alla Flotilla, lo sciopero generale del 3 ottobre e la manifestazione nazionale del 4 ottobre a Roma. Un ciclo di lotte che ha segnato una rottura netta con la fase precedente, per dimensioni e partecipazione, esprimendo una radicalità che supera le posizioni del cosiddetto “campo largo” della sinistra parlamentare; un movimento che ha preso di mira direttamente il governo Meloni nella sua complicità, politica ed economica, con il  genocidio del popolo palestinese.

Il movimento ha espresso il peso, l’urgenza, e l’efficacia dello strumento dello sciopero generale, promosso dai sindacati di base, capace di  paralizzare le città italiane per giorni. Alla chiamata ha risposto immediatamente il corpo studentesco: è in questa fase che è emersa con chiarezza la funzione strutturale delle istituzioni accademiche nella riproduzione dell’apparato bellico e della guerra imperialista. 

A Bologna, lx studentx hanno dato vita a molteplici fronti di lotta nei dipartimenti.

UniBo si è confermata più affezionata agli interessi legati all’economia di guerra che alla tutela del diritto allo studio e a una produzione del sapere libero, spalancando le porte a investimenti bellici e, contemporaneamente, riducendo il numero di borse di studio per studentx idonex. È nella fase mobilitativa che il movimento studentesco ha saputo reagire.. Il blocco al corso di filosofia dedicato all’esercito, la sospensione dell’esercitazione “NATO Model Event”, le mozioni, nei dipartimenti e in senato accademico, per il blocco degli accordi con le università e i progetti di ricerca israeliani, e le vittorie dellx studentx nei dipartimenti di Fisica, di Filosofia e di Storia, culture e civiltà.

Come studentx del DISCI,  anche noi abbiamo preso parte all’ondata di proteste di questo autunno, organizzando in prima linea la lotta a partire dal plesso di San Giovanni in Monte, la sede in cui studiamo e ci troviamo ogni giorno. A distanza di qualche mese sentiamo che è arrivato il momento di fare un bilancio della mobilitazione a cui abbiamo partecipato, tenendo in considerazione degli aspetti critici quanto degli elementi positivi che hanno contraddistinto questa esperienza di lotta.

Nelle settimane precedenti al blocco illegale della flottiglia e al picco delle mobilitazioni, come coordinamento di Area Scettica, ci eravamo già attivatx per preparare la mobilitazione all’interno del DISCI. In particolare, nei giorni immediatamente precedenti alle manifestazioni oceaniche del 3 e del 4 ottobre, avevamo organizzato un presidio nel chiostro per far sì che anche il nostro dipartimento prendesse una posizione netta nei confronti della collaborazione con le università israeliane, rescindendo ogni legame con lo Stato genocida di Israele. Dopo il presidio del 2 ottobre, organizzato insieme al FGC, e dopo le manifestazioni del 3 e del 4 ottobre, abbiamo vissuto delle settimane intense, fatte di assemblee e iniziative continue.

Insieme alle altre organizzazioni studentesche che hanno collaborato con noi, il Fronte della Gioventù Comunista e Cambiare Rotta, abbiamo tentato di far passare al consiglio di dipartimento una mozione studentesca che prendesse una posizione netta contro le complicità dell’Unibo, che sviluppa numerosi accordi con le università israeliane. Come parte integrante di questa mozione abbiamo tentato di coinvolgere tutta la comunità studentesca in un percorso di discussione collettiva e di mobilitazione, costellato di iniziative e di assemblee, che è culminato con l’occupazione del plesso di San Giovanni in Monte il 15 e il 16 di Ottobre. Nel fare questo, abbiamo tentato di realizzare una convergenza tra le varie organizzazioni che hanno preso parte alla mobilitazione, mettendo da parte ogni identitarismo per il conseguimento di un fine comune: la rescissione degli accordi e il passaggio della mozione. 

Sotto molti punti di vista, il percorso che abbiamo intrapreso ha dato risultati sorprendenti e inaspettati. Considerando il contesto di San Giovanni in Monte, una sede periferica e poco frequentata, la mobilitazione studentesca ha visto partecipare molti più studentx di quanto ci aspettassimo. La partecipazione diretta di tuttx lx nostrx compagnx di studio è sempre stata proattiva, con interventi stimolanti e non rituali in ogni assemblea e con un coinvolgimento attivo molto più largo delle strette cerchie di militanti. Per un altro verso ci ha sorpreso l’essere riuscitx a costruire quella convergenza fruttuosa tra i vari soggetti politici che hanno dato vita alla mobilitazione.

Inoltre, un altro dato estremamente positivo che dobbiamo registrare è quello di essere statx in grado di non appiattire la mobilitazione su un semplice ed astratto elemento solidaristico, individuando piuttosto la connessione che passa tra i nostri luoghi di studio e il genocidio. Caratteristica comune alle mobilitazioni che si sono susseguite per mesi nelle nostre università è stata la capacità di individuare  responsabili e complici a noi più vicini (il governo e i rettori), indicando il nesso strutturale tra l’economia di guerra e i luoghi della nostra formazione. Si tratta di un risultato tutt’altro che scontato se si mettono a confronto le mobilitazioni di questo autunno con quelle del decennio precedente.

Il giorno della discussione della mozione studentesca, il 16 ottobre, abbiamo dato vita a un presidio molto partecipato, provando la forza e la determinazione dellx studentx del nostro dipartimento. E questa è stata, in ogni caso, una dimostrazione notevole e una vittoria di per sé. 

Al termine della seduta di discussione eravamo convintx di aver vinto in tutti i sensi, con l’approvazione della mozione studentesca da parte del consiglio. Purtroppo però, come abbiamo scoperto qualche settimana dopo, le cose erano andate diversamente. Infatti, dopo aver analizzato attentamente il verbale della seduta del 16 ottobre, ci siamo resx conto di alcune differenze fondamentali tra la mozione nella sua formulazione iniziale e la versione finale approvata a larga maggioranza. Alla luce di quanto abbiamo potuto constatare, ci pare che l’approvazione della mozione non è stata una vittoria, bensì una sostanziale  sconfitta.

La criticità maggiore riguarda il secondo punto che, come presentato dalle rappresentanze studentesche, recitava:

“Il Dipartimento DISCI prenda una posizione ferma a favore della rescissione di ogni accordo che sia in qualche modo implicato con il genocidio del popolo palestinese e che non ne siano stipulati più in futuro”

La delibera adottata dal Consiglio invece era la seguente:

“Il Dipartimento DISCI si impegna a sospendere o rescindere gli accordi con istituzioni direttamente e indirettamente coinvolte nel complesso militare-industriale israeliano o nella violazione dei diritti umani e del diritto internazionale, salvaguardando al contempo i rapporti accademici fondati sul dialogo e sulla libertà di ricerca.”

La formulazione conclusiva, risultato di vari emendamenti presentati da alcunx professorx, aveva depotenziato completamente le nostre richieste, rendendo impossibile fare leva su questo provvedimento per ottenere la rescissione di singoli accordi. Tutti gli accordi di UniBo con enti israeliani, infatti, sono di natura non militare e quindi non rientrano nei criteri definiti per la rescissione. Pur non essendo di natura militare, ogni accordo con le università israeliane è un accordo con un sistema di produzione del sapere che puntella le strutture di uno stato genocida. La libertà di ricerca non può essere compatibile e deve essere portata avanti al di fuori di un modello di questo tipo. 

Oltre a questo, le modifiche ai punti proposti dalla mozione avevano snaturato completamente la mozione in molti altri punti, rendendola un comodo contentino per quietare lx studentx.

Anche a causa della nostra inesperienza, e per via della comunicazione poco efficace con le rappresentanti che si trovavano dentro a presentare la mozione, non ci siamo resx conto del fatto che quest’ultima  stesse venendo rimaneggiata, cantando vittoria anzitempo e concludendo precocemente l’occupazione.

Nelle settimane e mesi successivi abbiamo partecipato alle piazze in sostegno alla Resistenza palestinese e contro le politiche di riarmo, ma un dato è saltato all’occhio: dopo i numeri impressionanti di settembre/ottobre, eravamo in una decisa e repentina fase di reflusso. Gli scioperi di novembre e dicembre ne sono stati la dimostrazione plastica, dal momento che l’approccio settario di alcuni sindacati ha minato l’unità di queste piazze, acuendo lo scollamento tra le avanguardie e le masse lavoratrici e studentesche che avevano aderito con entusiasmo alla mobilitazione autunnale. Naturalmente non si può imputare il reflusso solamente a questo fattore, dal momento che una riduzione quantitativa nella mobilitazione era prevedibile: tuttavia, crediamo che degli altri scioperi improntati alla convergenza avrebbe aiutato a rinsaldare il rapporto con una parte di queste masse che erano scese in piazza. 

Questa non vuol essere una critica sterile e fatta dall’alto, piuttosto desidera essere un invito alle persone che ci conoscono e con cui abbiamo condiviso gli spazi in facoltà nell’ultimo anno. Un invito a continuare a lottare unitamente, con lo sguardo volto ai prossimi scioperi che stabiliranno una continuità sostanziale col percorso di lotta delineato finora: basti pensare allo sciopero internazionale del 6 febbraio dei portuali contro la guerra. Il dato positivo dei percorsi intrapresi insieme fino a questo momento è la forza propulsiva che ha dimostrato il nostro protagonismo. Infatti, sebbene spesso ci ritroviamo davanti a scenari (locali ed internazionali) sempre più cupi, abbiamo mostrato di avere la capacità di reagire unitamente contro un sistema che ci pone davanti a delle contraddizioni ormai esasperate.

Un simile grado di protagonismo e convergenza può continuare, a patto che si continui a rinfocolare l’identificazione immediata della guerra imperialista come il primo nemico contro cui scagliarsi, dalle nostre facoltà fino alla Palestina. Il successo delle piazze per la Palestina è dipeso infatti anche dalla prontezza dimostrata da masse e movimento a mobilitarsi contro guerra e genocidio, individuando e attaccando i legami tra le nostre istituzioni, la filiera bellica e il genocidio in Palestina. Crediamo che mantenendo come l’obiettivo l’attacco unitario alle politiche belliche della nostra classe dirigente sia il modo migliore di riannodare i fili delle mobilitazioni autunnali, continuando a lottare nei nostri luoghi di studio e posti di lavoro, rinfocolando i legami che abbiamo creato con lx studentx e lavoratorx che hanno condiviso questo percorso di lotta con noi. Questo va fatto perché questi mesi non vanno derubricati ad un caso straordinario, un “io c’ero” da raccontare tra 20 anni: piuttosto, è stata la dimostrazione che siamo in una situazione esplosiva in cui la propensione a mobilitarsi contro le politiche guerrafondaie del nostro governo è più forte che mai. Sta semplicemente a noi rilanciare queste lotte, senza temere reflussi o battute d’arresto.

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Lettera aperta al Dipartimento: contro il Genocidio, mobilitiamoci per la Palestina!

30 settembre 2025

Al Direttore di Dipartimento, all3 professor3 ordinari3 e associat3, a ricercator3, alla responsabile amministrativo-gestionale, all3 rappresentanti del personale tecnico-amministrativo, dell3 assegnist3 di ricerca e dell3 student3, all3 organizzator3 dell’incontro di giovedì,

a nome del coordinamento studentesco di Area Scettica attivo al DISCI, scriviamo questa lettera in riferimento all’incontro organizzato in dipartimento in data 2 ottobre 2025 nell’Aula Grande dalle ore 17.00 alle ore 19.00.

Dopo quasi due anni in cui il dipartimento non si è esposto sul tema – se non nell’ultima settimana, con la lettera collettiva a firma di docent3 aderenti allo sciopero del 22/09, pur tardiva e di inesistente circolazione tra student3 -, riteniamo necessario che questo momento di confronto su come attivarsi collettivamente rispetto al genocidio in corso a Gaza sia reso pubblico e vi possano partecipare tutt3 l3 student3. Richiediamo inoltre che l’incontro non avvenga nell’Aula Grande, bensì nel chiostro, in modo da facilitare la partecipazione di tutt3. La nostra richiesta nasce dalla volontà di rompere definitivamente il silenzio sul coinvolgimento della nostra università nello sterminio del popolo palestinese.

Infatti, è chiaro che l’Università di Bologna non haeffettivamente rescisso gli accordi con Israele. Nella mozione passata in Senato accademico – non quella proposta dall3 student3 – vengono riconfermati i progetti di ricerca con università e aziende israeliane attualmente in vigore. Per questo motivo è necessario agire e utilizzare il momento di confronto di giovedì per mobilitarsi e organizzarsi con l’obiettivo di far cessare tempestivamente ogni rapporto tra la nostra università e Israele.

Area Scettica esprime la sua piena solidarietà con la missione della Sumud Flotilla, che sta per giungere a Gaza per creare un corridoio umanitario permanente per rompere l’assedio israeliano al popolo palestinese. Nel momento in cui le imbarcazioni non si troveranno più in acque internazionali, riteniamo che i governi debbano garantire con ogni forza possibile l’incolumità di tutt3 l3 attivist3 e che queste raggiungano la destinazione, visti anche i precedenti e ripetuti attacchi al largo della Tunisia e di Creta, avvenuti in violazione di qualsiasi norma di diritto internazionale. Ci sembra fondamentale che tale supporto provenga anche dalle istituzioni culturali come le università, e da un dipartimento che mira a diffondere la conoscenza, e non la distruzione sistematica e genocidaria, di Storie Culture e Civiltà nel mondo.

Inoltre, Area Scettica aderisce alle mobilitazioni che si sono svolte a partire dallo sciopero generale dello scorso 22 settembre in tutta Italia. La nostra solidarietà va anche a tutt3 coloro che si sono impegnat3 nella mobilitazione degli scorsi giorni e di quelli che seguiranno. Rilanciamo anche la partecipazione alla manifestazione nazionale che si svolgerà a Roma sabato 4 ottobre.

Ci auguriamo di avere i destinatari e le destinatarie di questa lettera a nostro fianco nelle future mobilitazioni.


Firme
Area Scettica
Aurora Caporale (CR), Rappresentante degli studenti nel consiglio del DISCI
Chiara Esposito (FGC), Rappresentante degli studenti nel consiglio del DISCI
Viola Ingrosso (CR), Rappresentante degli studenti nel consiglio del DISCI

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Il Pessimismo Attivo di Antonio Gramsci

[di Manfredi]

Nel corso della produzione di Antonio Gramsci a partire dal 1920 ricorre più volte un’espressione di Romain Rolland: “pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà”1.

Nei quaderni si ritrova come critica all’attitudine di chi è pronto a tralasciare di considerare le condizioni oggettive, i fatti e la storia quando gli fa più comodo, per gettarsi in imprese velleitarie in cui la volontà non ha sostanza da cui partire. Al contempo, si volge contro coloro che al primo impedimento si nascondono al riparo di quelle stesse condizioni oggettive, della necessità storica, per gettare la spugna e rimettere il proprio compito a qualche fantomatico automatismo della storia. A questo “ottimismo dell’intelligenza” (dove l’intelligenza è il regno dei fatti e delle leggi storiche, il corpo logico del marxismo) Gramsci contrappone un “ottimismo della volontà”, appunto.

E’ in un certo senso un mantra morale per l’attitudine del militante, destinato a diventare sempre più rilevante con il montare della forza fascista, nel momento più buio in cui aggrapparsi a false speranze

(come nella famosa “svolta” del 1930, che tanto innervosì il prigioniero Gramsci) o lasciarsi affondare nella disperazione diviene più facile: “ogni collasso porta con sé disordine intellettuale e morale. Bisogna creare gente sobria, paziente, che non disperi dinanzi ai peggiori orrori e non si esalti a ogni sciocchezza, pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà”2.

Ma anche in precedenza l’espressione era stata utilizzata nella sua accezione più diretta, morale e quasi pedagogica. Nel 1920 compare nell’Ordine Nuovo esplicitamente come “parola d’ordine di ogni comunista consapevole degli sforzi e dei sacrifizi che sono domandati a chi volontariamente si è assunto un posto di militante nelle fila della classe operaia”3. Gramsci qui si rivolge a un partito, il PSI, che con le sue contraddizioni ci aiuta a individuare il significato di questa frase al di là del suo senso immediato, collocandola nel quadro più ampio delle esigenze politiche del Gruppo dell’Ordine Nuovo e delle conseguenze ancora fresche della rivoluzione d’ottobre. Quello di Gramsci è un pessimismo attivo, come rilevato da Badaloni, che nasce dalla ricezione del leninismo e dal porsi in opposizione alle deformazioni del movimento socialista del suo tempo.

Gramsci è esposto agli scritti di Lenin quando, nel 1918, iniziano ad essere tradotti in italiano e a comparire nel paese; gli daranno gli strumenti per trarre una lezione proficua, capace di svilupparsi in una visione coerente e tattica concreta, tratta dagli eventi dell’ottobre. La rivoluzione russa presenta “una realizzazione politica non mediata dai [ritenuti] necessari momenti del suo sviluppo”, mettendo in crisi a destra gli incancrenamenti parlamentaristi e dottrinali dei grandi nomi della seconda internazionale e al contempo scuote “i revisionisti di sinistra, ai quali, in luogo del mito o della aspettazione del crollo” impone “compiti di costruzione politica”4.

La prima critica è quindi mossa a coloro che avevano abbandonato lo sforzo concreto di preparazione a un momento rivoluzionario per concentrarsi sulla tattica elettorale, concezione che lasciava trapelare un ottimismo dell’intelligenza, e quindi l’attitudine a cercare nell’ordine logico del marxismo una soluzione sufficiente al problema del periodo di transizione al socialismo. Ne seguiva come conseguenza una depressione della volontà, una scarsa cura della costituzione dell’elemento soggettivo che potesse scalzare l’ordine sociale esistente. Se le leggi della storia, nel proprio svolgersi, sono imperturbate da sforzi volontari tanto da parte della nuova classe che sorge quanto da parte della vecchia classe che tramonta, i revisionisti della seconda internazionale pensavano di poter aspettare che le contraddizioni del capitalismo sfociassero nel suo superamento senza che alcuna forza soggettiva dovesse farsene carico oltre alla prospettiva di conquista dell’apparato statale borghese (che si riteneva potesse essere trasformato e mantenuto nella transizione al socialismo) nei limiti della legalità. La smentita verrà prima dall’ottobre poi, tragicamente, dalla capacità della borghesia di organizzare la sua reazione nel fascismo e nel nazismo.

All’interno del PSI, questa critica si può estendere anche ai massimalisti guidati da Serrati. La fiducia cieca nei confronti di uno sbocco rivoluzionario, che dopo la grande guerra sembrava dietro l’angolo, non si traduceva in nient’altro che retorica, mancando una seria volontà di essere l’avanguardia alla testa di questi sviluppi. L’impotenza di fronte alla effettiva crisi rivoluzionaria rappresentata dal biennio rosso testimonierà il potere disarmante della fede nel sol dell’avvenire quando non accompagnata dalla volontà di svolgere un ruolo di avanguardia effettiva e nazionale, di forza soggettiva. Questa posizione intermedia, rivoluzionaria a parole ma riformista nei fatti, aveva conquistato la maggioranza nel congresso di Bologna del 1919 con il 65% dei voti ma rimaneva un corpo inerte, non disposto a cacciare i Turati, Treves e Kuliscioff anche quando l’espulsione dei riformisti era diventata condizione vincolante per l’adesione alla terza internazionale5. Di nuovo un ottimismo della lettura del piano logico del marxismo sbocca in una castrazione dell’importanza data all’elemento “volontario” dell’organizzazione soggettiva.

Anche nelle frange del PSI che convergono a Livorno per costituire il PCd’I nel 1921 però troviamo una situazione problematica. Bordiga è a tutti gli effetti il principale punto di riferimento del nuovo partito, supportato perfino dai compagni torinesi di Gramsci. Togliatti stesso scrive (riferendosi a sé in terza persona) : “ciò che più sorprende e deve essere registrato con attenzione è che finirono per capitolare davanti a una concezione settaria del partito [si fa riferimento alla linea di Bordiga] anche quei compagni come Terracini e Togliatti che, accanto a Gramsci e sotto la sua direzione non solo avevano seguito un opposto indirizzo di lavoro, ma avevano dato un contributo all’elaborazione di ben diverse concezioni e ad esse si erano ispirati nel corso di azioni di notevole rilievo”6. Lo stesso Gramsci fatica a far valere le sue critiche, tanto da limitarle perlopiù (prima del suo richiamo a Mosca) alle occasioni private. Il problema centrale delle tesi di Bordiga in questa fase è il suo antielettoralismo, già criticato da Lenin durante il secondo congresso dell’internazionale7, che è però condiviso dalla maggioranza. Non si tratta che di una conseguenza di una più generale impronta dogmatica data alla lettura del marxismo, che lasciava al corredo logico e ai concetti ben più spazio che all’analisi storica. Risulta centrale il concetto bordighiano di una linea storica invariante del marxismo, un’insieme di “posizioni programmatiche e di principio” (come le definisce Gramsci stesso nei quaderni) a cui il proletariato si sarebbe dovuto naturalmente avvicinare sotto la spinta delle condizioni oggettive. Il prodotto pratico di questa strategia è un sostanziale isolamento dalla massa, aspettando che la montagna vada da Maometto.

Gramsci risponde a questa concezione del partito con una posizione marcatamente leninista: il partito non può svolgere il suo ruolo dall’esterno della società, aspettando passivamente che le leggi storiche la conformino ad esso, al contrario, deve essere un attore organico del processo storico. Questo significa avvicinarsi alla classe con una tattica conforme alla sua condizione presente (ad esempio, mediante la critica in sede parlamentare) garantendosi una posizione di internità e un ruolo di avanguardia. Si tratta sempre di ristabilire il rapporto tra comparto logico e azione politica, rendersi conto che il primo è al servizio della seconda quanto la seconda è finalizzata sulla base del primo. Bordiga non elimina il primato fondamentale della analisi sociale nella politica e filosofia materialista, ma lo declina in modo da non poterne trarre posizioni tattiche adeguate alla situazione corrente: formula una strategia unica “pura” tratta dai caratteri generali del capitalismo contro cui porsi con intransigenza, dimenticando di considerare la maturazione della componente soggettiva e il reale rapporto tutt’altro che monolitico e univoco tra le classi in lotta e quei settori sociali che il proletariato deve vincere alla sua linea (specialmente in un paese rurale come l’Italia di inizio Novecento) per ottenere il successo nella lotta per il potere.

Insomma Gramsci trae dalla leninista “restaurazione della dialettica rivoluzionaria contro l’astratto argomentare formalistico dei pedanti, degli sciocchi e degli sviati […], un solido fondamento [per la] ricerca e la lotta che può essere condotta per inserire nelle contraddizioni del regime borghese la lotta della classe operaia, in modo che apra una via rivoluzionaria”8. La questione è direttamente tematizzata in “Contro il pessimismo”, un articolo uscito sull’Ordine nuovo del 15 marzo 1924. Il titolo potrebbe far alzare un sopracciglio: non si è detto fino a qui che Gramsci è quello che si può chiamare un “pessimista attivo”? La questione è subito risolta: il pessimismo su cui qui si scaglia Gramsci è fin dalle prime righe chiaramente il pessimismo morale e politico che porta all’immobilismo – il pessimismo della volontà, insomma. Si tratta non solo di qualcosa da allontanare, ma del pericolo “più grande forse del momento attuale, per le sue conseguenze di passività politica, di torpore intellettuale, di scetticismo verso l’avvenire”9. Quando si prendono in considerazione le cause di questo pessimismo inibitorio (e inibitorio proprio della “volontà” comunista rispetto alla “tradizione”10 socialista, in riferimento a tutto il ciarpame massimalista e oggettivista che Gramsci voleva il partito di Livorno si lasciasse indietro senza strascichi) è ancora più chiaro come la posizione qui esposta rientri coerentemente nel quadro che abbiamo descritto fino ad ora. Gramsci teme infatti cosa sarebbe dei comunisti se “ci abbandonassimo al fatalismo, ci cullassimo nella dolce illusione che gli avvenimenti non possono che svolgersi secondo una determinata linea di sviluppo”11. Questa è proprio una critica del pessimismo della volontà ed è tanto più tagliente quando si prende in considerazione il contesto in cui Gramsci scrive a un partito ancora largamente ancorato su posizioni bordighiste.

L’appello di Gramsci è a un “maggior senso di responsabilità […] con la preoccupazione fattiva di apprestare forze organizzative e materiali idonee per parare ogni evenienza”12. Responsabilità qui è la parola chiave, perché è la responsabilità delle forze soggettive di fronte alla storia, una responsabilità che frantuma i vecchi e nuovi schemi intellettualistici e dogmatici di fronte all’evidenza politica del ruolo che spetta ai comunisti nel momento presente. E’ una vera e propria rivoluzione copernicana del materialismo storico, che mette il momento del politico al centro, da che orbitava attorno al piano logico.

Ecco che il pessimismo attivo di Gramsci prende una forma tutt’altro che limitata all’attitudine individuale: bisogna, a partire da un’analisi lucida e priva di illusioni della realtà presente (il pessimismo dell’intelligenza), costruire una linea tattica che vi sia aderente e volga a trasformarla mediante un intervento interno ad essa (l’ottimismo della volontà). Con le parole di Togliatti, che parafrasa Gramsci stesso, “la realtà, il presente, diventa una cosa dura su cui occorre violentemente attirare l’attenzione, se si vuole trasformarla”13. Non si tratta più della “parola d’ordine” di ogni singolo militante, ma della natura e dell’importanza della tattica per il raggiungimento del fine strategico, cioè la forma effettiva e reale  che prende la realizzazione del ruolo storico rivoluzionario del proletariato. “La linea politica del partito resta astratta se non si articola in tattica”14, questo era stato a conti fatti lo scoglio posto dai massimalisti prima e dai bordighisti poi ma al contempo non si deve peccare nella direzione opposta. Lo sforzo soggettivo del partito non è volontarismo velleitario. L’aspetto “pessimista” del leninismo sta anche nel ferreo impegno nell’analisi del reale necessaria a sostanziare questa spinta volontaria, è l’impegno quasi violento a non scindere la teoria dalla prassi e la prassi dalla materialità dell’impegno teorico: la realtà e l’azione del partito sono separabili solo nell’astrazione e l’unico modo di mantenere la consapevolezza di questa unità di fatto è incanalare l’esuberanza dell’immaginazione politica della classe fondamentale su binari informati teoreticamente e saldi sulla realtà sociale in cui si opera. “Il solo entusiasmo giustificato è quello che accompagna la volontà intelligente , l’operosità intelligente, la ricchezza inventiva in iniziative concrete che modificano la realtà esistente”16.

Il pessimismo attivo di Gramsci viene sì da Lenin, ma non è un calco del suo pensiero e non è privo di influenze più legate al panorama intellettuale italiano di quel tempo. Per il discorso qui affrontato l’influsso dell’anti-determinismo di Sorel è particolarmente interessante, con la consapevolezza che non si tratta di ridurre a questo la questione, o di stabilire una derivazione privilegiata dell’assetto gramsciano da Sorel. Tra la fine dell’ottocento e i primi anni del Novecento Sorel affronta il rapporto tra effettiva pratica politica e scienza economico-astratta, da intendersi come la forza logica e concettuale del marxismo.

 Per quel che riguarda quest’ultima “si tratta di dare luce completa ai concetti, mostrando come essi si comportano quando funzionano in modo teorico, cioè senza alcuna complicazione estranea”16, ovvero come i concetti, che in questo caso sono le leggi e le forme storiche prese in considerazione dall’analisi sociale, si relazionino e agiscano in un piano logico puro ripulito dall’effettivo svolgimento nella storia. Naturalmente questo modo di intendere l’anima scientifica della filosofia sociale, che Sorel imputa al “socialismo ipergiuridico dei nostri dottori in alta politica riformistica”17 della seconda internazionale non ha implicazioni pratiche e apre di conseguenza la strada a deviazioni revisioniste sulla natura della lotta politica. Sorel sente quindi che per ottenere uno sbocco reale delle lotte è necessario uscire dall’impianto innanzitutto teoretico in cui si era incagliato il socialismo di quegli anni, e ridare invece spessore alla pratica politica. Questo sfocia, nel pensiero del sindacalista francese, in una biasimabile opposizione agli intellettuali tout court, “tuttavia il modello logico non può venir meno senza trascinare con sé la fiducia nel carattere rivoluzionario della transizione”18 al socialismo. Senza una scienza sociale che sappia trascendere la lotta per rivendicazioni immediate si scade, cioè, nell’economicismo senza superare il quadro del corrente modo di produzione. C’è quindi bisogno di ricucire l’ordine logico all’ordine storico-politico dell’azione della classe organizzata. La risposta che troverà Sorel, sebbene avanzata rispetto alle conclusioni che Croce e Pareto avevano tratto dall’inefficacia dell’ordine logico nel rappresentare la storia, resta insufficiente. Fortemente viziata da aspetti letterari, la prospettiva di Sorel è di far rivivere l’ordine logico in un “mito”, in una “spinta volontaria” che si materializzerebbe poi storicamente attraverso l’attività sindacale e innanzitutto lo sciopero generale. Non si accetta la capacità effettiva dell’ordine logico di determinare o predire con sicurezza le forme della transizione al socialismo, ma al contempo volendo mantenere uno sbocco rivoluzionario nel suo fondamento scientifico – e quindi la validità dell’ordine logico – lo si fa riapparire “come mito prospettiva” e “lo [si] ricostituisce sotto la spinta dell’elemento volontario”19. E’ come se, riconosciuta la necessità di una teoria rivoluzionaria che trascenda la azione politica immediata, la si volesse far tornare dalla finestra come utile fede senza spiegarne scientificamente il fondamento.

Questa ricomposizione operata da Sorel sarà ripresa da Gramsci che, attraverso il pensiero di Lenin, saprà individuarne le “deformazioni letterarie”20 e correggerle, mantenendo l’atteggiamento di fondo. Quando la mitologia dello sciopero di Sorel fallirà di fronte al crescente indirizzo riformista delle organizzazioni sindacali, tanto che Sorel stesso si allontanerà amareggiato dal movimento per inseguire la sua “spinta mitica” in derive nazionaliste, mentre i suoi seguaci italiani passeranno al fascismo, Gramsci saprà riaprire la problematica fondamentale dell’ordine logico del marxismo per come inteso dal revisionismo secondinternazionalista. Il problema fondamentale rilevato dal francese stava nel mettere l’ottimismo nei confronti delle leggi storiche alla testa della considerazione dell’effettiva forma e natura dell’organizzazione della classe. Citando Sorel “ciò che vi è di più profondo nel pessimismo è il modo di concepire la marcia verso la liberazione. L’uomo non andrebbe lontano , nell’esame delle leggi della sua miseria e della fatalità, che colpiscono tanto l’ingenuità del nostro orgoglio, se non avesse la speranza di venire a capo di queste tirannie con uno sforzo che egli tenterà con tutto un gruppo di compagni”21.

L’elemento di maturità che Gramsci dà a questa prospettiva sta nel riconoscere il vincolo posto dalla struttura, la sua direzionalità e il legame di questa con i soggetti operanti della storia: niente più salti mortali mitologici, ma una scienza di forze attive in conflitto tra loro, in cui l’azione dei gruppi in lotta per ottenere la vittoria conforme allo sviluppo della struttura non è una necessità libresca, ma una tattica efficace e il primo oggetto della scienza politica. Gramsci riprende il sorelismo per la sua potenzialità antiriformista e antipositivista, ma armato del leninismo ne ricava una tattica concreta (o meglio: una capacità di produrre tattica concreta) per l’azione nel processo storico. Riscopre così l’importanza del politico: mentre Sorel aveva pensato che l’opposizione al determinismo meccanico passasse per una visione narrativa della storia22, Gramsci è invece cosciente che la battaglia si combatte nel campo dello sviluppo delle forze di produzione, ma tramite lo strumento politico dell’organizzazione soggettiva come espressione delle contraddizioni strutturali del sistema di produzione.

Il “connotato di necessità dell’economico” resta saldo e si tratta invece di realizzare il “blocco storico”, ovvero “l’unità dell’articolazione delle forze produttive oggettive e di quelle soggettive”23.  Si rivendica l’unità fondamentale del processo storico già posta da Labriola, e tramite questa unità si riconosce come non solo la sovrastruttura sia determinata dalla struttura, ma anche la coscienza e l’azione delle forze soggettive partecipano a pieno titolo allo svolgersi della storia.

Quello di Gramsci non è un volontarismo radicale, inclinazione che considerava solo un’altra forma di ottimismo puerile, figlio di una mancanza di organicità alla classe e dell’avventurismo piccolo borghese.24 Si tratta invece del rilievo dato alla costituzione di una tattica politica conforme allo sviluppo delle forze di produzione che sappia costruire il “blocco storico” contrapposto a unilateralismi dogmatici o revisionisti e agli sforzi mitici del sindacalismo soreliano. Questo vuol dire anche riconoscere la possibilità di una reazione controrivoluzionaria alla costituzione del corpo soggettivo della classe lavoratrice e constatare che un fallimento nella costituzione del “blocco”, come nel caso del PSI rispetto al biennio rosso, possa portare a disgregazione delle forze di questa classe e aprire la strada alla reazione. Il senso del pessimismo attivo non è un vacuo incoraggiamento a “lavorare di buona lena”, ma l’essere consapevoli che le forze storiche hanno una realtà profonda a cui il partito deve sapersi legare, e che dall’operato di questi attori soggettivi  dipende il successo o l’insuccesso della lotta di classe in una determinata fase. Non lo si può mettere meglio che Gramsci stesso: “L’automatismo storico di certe premesse (l’esistenza di certe condizioni obiettive) viene potenziato politicamente dai partiti e dagli uomini capaci: la loro assenza o deficienza (quantitativa e qualitativa) rende sterile l’automatismo stesso (che non è più automatismo): ci sono astrattamente le premesse, ma le conseguenze non si realizzano perché il fattore umano manca”25. Ecco il punto della questione, che deve aprire serie riflessioni sulla necessità e la natura di un partito comunista in un momento, come quello odierno, di grande arretratezza delle forze soggettive.

 Il valore politico di un partito si valuta nella sua capacità di incidere nella società, ma in questo campo non ha niente a che vedere con le deformazioni operate da Togliatti nel suo pensiero del “partito nuovo”. Quando questi legge nel quaderno tredici che “un partito avrà avuto maggiore o minore significato e peso, nella misura appunto in cui la sua particolare attività avrà pesato più o meno nella determinazione della storia di un paese”26 vuole leggervi un invito a fare del partito comunista una forza capace di incidere nel gioco politico del paese, assumendo che il proletariato, ertosi dopo la caduta del fascismo a classe nazionale, abbia pressoché concluso il processo di costituzione delle sue istituzioni private e si tratti ora di vincere nel campo costituzionale di una “democrazia progressiva” il supporto delle masse a queste istituzioni. Si tratta di un pensiero che non ha nulla a che vedere con quello che Gramsci considerava il ruolo del partito, che culminerà nelle pretese di governo del PCI sotto Berlinguer. Quando Gramsci parla di “determinazione della storia di un paese”, rispetto a un partito Comunista, andrebbe ricordato che l’orizzonte della lotta per Gramsci è la costituzione di un potere separato del proletariato, allargato al campo della politica e della cultura. Gramsci opera questa scissione nell’orizzonte del ricongiungimento nel blocco storico,  è evidente che non c’è nulla qui del politicismo e dell’elettoralismo togliattiano, che viola la concezione ben più correttamente leninista della società come campo dinamico di lotta in cui la politica è strumento per spingere i rapporti di forza tra attori storici titanici quali sono le classi, per una lotta per il potere e l’egemonia che di sicuro non si risolve nell’attuazione della costituzione.

Gramsci ha visto la miseria del riformismo e la necessità di costruire un partito comunista per superarlo, ha visto poi il fascismo smantellare il movimento operaio, la fine delle sue organizzazioni di massa e il letargo che ne è conseguito. Queste esperienze lo hanno reso conscio dell’importanza dell’organizzazione e di una linea politica corretta: di fronte agli esiti catastrofici che la sua mancanza determina, si rende palese l’importanza di un partito di quadri capace di svolgere il ruolo di intellettuale collettivo della classe fondamentale e di agire con abilità nella pratica per attuare e diffondere le proprie linee. Al contempo però, il pensiero di Gramsci non dimentica mai di poggiare i piedi sullo studio della società e del suo modo di produzione, e sa allora che le forze della storia non vanno in letargo, che le contraddizioni del capitalismo non smettono mai di costruire le condizioni per il suo superamento. Allora il compito della classe operaia che marcia verso il socialismo è la produzione di quadri competenti e legati da una linea rigorosa senza essere rigida, per la costituzione di un partito che sappia essere tattico senza perdere di vista il proprio orizzonte strategico. La parola d’ordine degli attori di questo processo, tanto nella loro attitudine militante quanto nella concezione del compito storico della loro organizzazione deve essere ancora “pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà”.

  1. In realtà non è stata trovata nelle opere dell’autore, ma Valentino Gerratana ritiene probabile l’attribuzione di Gramsci sia corretta, visto che un’espressione simile è effettivamente rintracciabile nelle memorie di Malwida von Meysenburg, con cui Rolland era in confidenza.
  2. A. Gramsci, Quaderni del Carcere, Q.1 p. 75.
  3. In A. Gramsci, Quaderni del carcere, apparato critico p.2510, da Ordine nuovo n.404, 4-            N. Badaloni, Il marxismo di Gramsci, p.99.
  4. Addirittura nei famosi 21 punti per l’adesione all’internazionale redatti da Lenin stesso per il suo secondo congresso, al punto 7 si legge rispetto a ciò un riferimento diretto al caso italiano: “l’Internazionale non può più tollerare che dei riformisti dichiarati come ad esempio Turati, Modigiani ecc. abbiano il diritto di considerarsi membri della III Internazionale. Se così fosse l’Internazionale finirebbe per somigliare in larga misura alla defunta II Internazionale”.
  5. In G. Fiori, Vita di Antonio Gramsci, p.179.
  6. “Solo quando si è membri del parlamento borghese si può combattere – partendo dalle condizioni storiche esistenti – la società borghese e il parlamentarismo. Lo stesso mezzo che la borghesia utilizza nella lotta deve essere adoperato – s’intende per fini del tutto diversi – anche dal proletariato. Voi non potete contestare che sia così; ma, se volete contestarlo, dovete prescindere dalle esperienze di tutti gli avvenimenti rivoluzionari del mondo”, dalla replica di Lenin a Bordiga nel secondo congresso dell’Internazionale.
  7. In Gramsci, l’Italia, il Socialismo – quattro scritti di Palmiro Togliatti, P. Togliatti, Il leninismo nel pensiero e nell’azione di Gramsci.
  8. In Il pensiero di Gramsci, a cura di  C. Salinari, M. Spinella, p.175. A. Gramsci, Contro il pessimismo
  9. Ibidem.
  10. Ivi, p.176.

12 –      Ivi, pp. 175, 176.

  1. Ivi, parafrasando Quaderni del Carcere, Q.9 p.1131. L’uso della versione ripresa da Togliatti è ragionato solo sulla maggiore compattezza.
  2. L. Gruppi, La concezione del partito rivoluzionario
  3. A. Gramsci, Quaderni del carcere, Q.9 p.1192
  4. In N. Badaloni, Il marxismo di Gramsci, p.56, da G. Sorel, Introduction à la economie politique.
  5. Ivi, p.58, da G. Sorel, Introduction à la economie politique.
  6. N. Badaloni, Il marxismo di Gramsci, p.58.
  7. Ivi, p.59.
  8. Ivi, p.61.
  9. In N. Badaloni, Il marxismo di Gramsci, p.61, da G. Sorel, Considerazioni sulla violenza
  10. Addirittura il potenziale reazionario per Sorel sta nella possibilità che la storia faccia passi indietro, e vedeva in questo modo il capitalismo monopolistico come un ritorno alle pratiche del mercantilismo.
  11. N. Badaloni, Il marxismo di Gramsci, p.152 24-  cfr A. Gramsci, Quaderni del carcere, Q.13 p. 1624 25-  Ivi, Q.13 p.1627, le parentesi sono di Gramsci.

26-  Ivi, Q.13 p. 1630

BIBLIOGRAFIA

  • A. Gramsci, a cura di V. Gerratana, Quaderni del carcere, Einaudi, Torino 2014. –          N. Badaloni, Il marxismo di Gramsci, Einaudi, Torino 1975.
  • G. Fiori, Vita di Antonio Gramsci, L’Unità / Laterza, Trento 1966.
  • In Il pensiero di Gramsci, a cura di  C. Salinari, M. Spinella, Editori Riuniti, Roma 1977, A. Gramsci, Contro il Pessimismo.
  • In Critica marxista 2-3 1987, Editori Riuniti, Roma 1987, L. Gruppi La concezione del partito rivoluzionario.
  • In Gramsci, l’Italia, il Socialismo – quattro scritti di Palmiro Togliatti, Allegato all’almanacco PCI, 1977, P. Togliatti, Il leninismo nel pensiero e nell’azione di Gramsci.
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Allarme Democrazia! Sulle infiltrazioni in Potere al Popolo e Cambiare Rotta.

Esprimiamo la nostra massima solidarietà all3 compagn3 di Potere al Popolo e di Cambiare Rotta che negli scorsi mesi sono stat3 vittime di infiltrazioni da parte di agenti di polizia sotto copertura.

Nelle scorse settimane Potere al Popolo, con l’aiuto di Fanpage, ha scoperto e denunciato l’infiltrazione di cinque agenti dell’antiterrorismo sotto copertura che si erano inseriti nelle organizzazioni giovanili del CAU e di CR. I cinque agenti si sarebbero infiltrati nel Collettivo Autonomo Universitario di Napoli e all’interno di Cambiare Rotta a Milano e a Bologna, mentre a Roma l’operazione non sarebbe riuscita. Si tratta di un fatto di una gravità inaudita che testimonia la crescente tendenza autoritaria e la preoccupante stretta repressiva portata avanti dal governo Meloni. Infatti, questa operazione di controllo e spionaggio si dimostra perfettamente in linea con l’approvazione del DDL 1660 e con le altre misure volte a inasprire i reati politici e di sciopero nel nostro Paese. Non è un caso, infine, che le infiltrazioni si verifichino dopo le denunce a pioggia che avevano già colpito alcun3 militanti di Cambiare Rotta iscritt3 all’Unibo.

Per questo motivo apprendiamo la notizia con preoccupazione ma non con stupore. Non è un caso che il nostro governo, impegnato su diversi fronti a condurre politiche antipopolari (come il rialzo della spesa militare al 5% del PIL e la prosecuzione degli aiuti a Israele mentre porta avanti il genocidio del popolo palestinese), si preoccupi di colpire le organizzazioni che si oppongono con forza ai suoi progetti criminali. Questo tipo di infiltrazioni nelle organizzazioni di classe non sono una novità se si guarda alla storia del nostro Paese, ma si tratta comunque di un episodio sconcertante che ci deve mettere in guardia.

La notizia, ovviamente, è passata sotto il silenzio stampa dei media mainstream. I nostri giornali e le nostre emittenti televisive, legate ai principali gruppi imprenditoriali italiani (come il Gruppo Gedi, Cairo o Mediaset) hanno dimostrato ancora una volta quali interessi e quali potentati vogliono servire. Anche solo una cinquantina d’anni fa, quando le istituzioni erano più attente alla garanzia dei diritti costituzionali per le classi subalterne e il giornalismo poteva dirsi più indipendente, questa notizia avrebbe fatto scandalo. Nell’Italia di oggi, invece, attentati alla democrazia come questo non trovano più alcuna risonanza. Anche per questo motivo è di fondamentale importanza alzare la voce, diffondere la notizia e fare pressione nei confronti del governo Meloni, che ancora non si è degnato di rispondere alle tre interrogazioni parlamentari che gli sono state rivolte nel merito.

Per tutte queste ragioni anche noi saremo presenti al presidio davanti al rettorato (via Zamboni 33) martedì 1 Luglio alle 17.00 per denunciare l’accaduto e per chiedere delle spiegazioni.

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Femminismi e antispecismi: un’alleanza necessaria [di Ninel]

Troppo spesso le lotte antispeciste vengono vissute come diverse rispetto a quelle femministe. Ma sono realmente tali? Le matrici dell’oppressione femminile e animale sono davvero così differenti tra loro?

Per molti, il concetto di “mascolinità tossica” si esplica nel rapporto che il maschile ha con la controparte femminile, pensando che la sua influenza si limiti al controllo e alla manipolazione delle donne o alla creazione di norme e leggi rivolte agli stessi uomini. Il discorso, in questo modo, risulta esclusivamente antropocentrico. Ma è realmente così?

Lo stretto rapporto tra mascolinità tossica e consumo di carne è, in verità, un aspetto proprio della nostra società. Mangiare carne è una caratteristica che molti uomini ritengono indispensabile ai fini della loro virilità; il consumo di altri esseri viventi è un mezzo di affermazione e dimostrazione di potere. Per questo, come afferma Carol J. Adams, «gli uomini che scelgono di non mangiare carne ripudiano uno dei loro privilegi maschili». Al contrario, il consumo di prodotti vegetali viene spesso associato alle donne, perché la presupposta carenza di nutrienti dei vegetali meglio si addice all’idea del femminile come debole e delicato.

Se, dunque, il “semplice” mangiare carne si maschera da atto naturale, per poi rivelarsi un fenomeno culturale di matrice maschilista, si potrebbe iniziare a intravedere una similitudine tra quelle dinamiche patriarcali che regolano la vita degli esseri umani e quelle che regolano la vita degli esseri non umani.

Esaminando più a fondo questa prima somiglianza, si potrebbe allora individuare, nelle forme più comuni di violenza machista, una pratica condivisa che colpisce sia le femmine umane che quelle di altre specie.

Il primo strumento impiegato nell’istituzionalizzazione dell’oppressione è il linguaggio. La cultura patriarcale ha generato logiche sociali che permettono di utilizzare lo stesso tipo di linguaggio per animali e donne, al fine di materializzarne la presupposta inferiorità. Si pensi a come una stessa parola possa indicare tanto un animale quanto una donna (soprattutto in relazione alla sua sessualità): “vacca”, “cagna”, “scrofa”. Oppure a come le donne stesse, vittime di violenza, si associno agli animali definendosi, per esempio, “pezzi di carne”. Questo atteggiamento, sempre secondo Adams, avviene perché «la politica sessuale della carne è un’attitudine, una prassi che animalizza le donne e sessualizza e femminizza gli animali».

Per di più, sempre citando Adams, «gli animali vengono resi assenti attraverso il linguaggio, che rinomina i loro corpi morti prima che il consumatore se ne alimenti». Di fatto, noi non mangiamo “animali morti”, bensì bistecche, prosciutto, cotolette e così via. Questa logica porta a due conseguenze: da un lato, l’animale viene privato della sua essenza e trasformato in prodotto; dall’altro, si manifesta il tentativo di alleggerire il senso di colpa legato all’uccisione e al consumo di un essere vivente. Questo meccanismo, riflettendo, si riscontra anche nel modo in cui il potere patriarcale minimizza l’oppressione femminile da esso stesso perpetuata.

È chiaro, dunque, come il gruppo sociale dominante abbia realizzato un linguaggio che gli consenta di porsi al vertice, a discapito di una serie di categorie oppresse, come quella animale e femminile.

La violenza discorsiva, però, non è sufficiente per affermare superiorità e operare controllo: è necessaria anche quella materiale. Nelle logiche patriarcali e capitaliste, questo avviene mettendo al centro il corpo. Il controllo di animali e donne avviene attraverso dinamiche di abuso, sessualizzazione e strumentalizzazione, a cui si aggiunge il fine di produrre profitto. Se queste dinamiche, per quanto riguarda i corpi femminili umani, sono molto più difficili da individuare perché ben nascoste, quelle a cui sono sottoposte le femmine non umane sono invece chiaramente visibili. Le femmine animali, costrette a sottostare ai regimi di produzione, subiscono abusi e sofferenze sistematiche, che prevedono l’ingabbiamento, lo stupro, la privazione dei loro corpi e della loro maternità. Tutto ciò fino a quando l’animale è in grado di reggere i ritmi di produzione; quando smette di farlo, il profitto verrà generato dalla sua morte attraverso la messa in commercio delle sue parti.

Continuando sulla via della similitudine, si può allora cercare di trovare somiglianze anche nelle dinamiche di oppressione. L’imposizione della sottomissione, la necessità di rendere la vittima inerme prima di esercitare la violenza e l’immobilizzazione del corpo per affermare la superiorità fisica sono tutte strategie che, non solo rafforzano l’idea di inferiorità di donne e animali, ma permettono anche l’oggettificazione della vittima che, in quanto oggetto, non necessita di consenso, ma anzi invita al possesso.

Privare l’essere non umano di coscienza, volontà e sentimenti ne permette, in più, l’alienazione produttiva. L’animale è visto, nei migliori dei casi, come forma di compagnia (sempre secondo un punto di vista antropocentrico); nei peggiori, come strumento di produzione. Questo ne permette la privazione dell’identità di essere vivente e la conseguente trasformazione in oggetto/ prodotto.

Nonostante, fino ad ora, l’attenzione sia stata posta soprattutto sulla carne e sugli animali femmine, il discorso portato avanti in questo articolo vuole, in realtà, essere generale ed esteso a ogni essere non umano. La creazione di una “categoria animale” colloca qualsiasi essere non umano in una condizione di inferiorità, giustificando così il suo sfruttamento. Questo meccanismo è reso possibile dalla gerarchia di valori imposta dal sistema patriarcale e capitalista, che non si limita a opprimere gli animali, ma applica la stessa logica di gerarchizzazione anche agli esseri umani. In questo modo, sia gli individui umani che quelli non umani vengono resi concettualmente inferiori, legittimando la loro subordinazione e il loro sfruttamento.

Chiunque si consideri femminist*, allora, deve riconoscere nello sfruttamento animale le medesime logiche maschiliste che opprimono le donne. Machismo e Specismo si intersecano: le loro vittime sono associate a un ruolo subordinato e inferiore in modo estremamente connesso e reciproco. Per questo, i Femminismi devono essere antispecisti e gli Antispecismi devono essere femministi.

Non si possono creare gerarchie di oppressi: decidendo di non metterci in discussione, perché non direttamente toccati dalla forma di oppressione in questione, esercitiamo il nostro privilegio e diventiamo complici del sistema che lo alimenta. Dobbiamo abbandonare i nostri privilegi e attaccare la sistematicità e l’istituzionalizzazione dello specismo in tutte le sue rappresentazioni. Solo così si arriverà a una liberazione animale, ma soprattutto universale.

N.B.

Bibliografia

C.J. Adams, (1990), Carne da macello. La politica sessuale della carne. Una teoria critica femminista vegetariana, Milano, 1990.

G. H. Di Loreto, (2021), Perché l’Antispecismo deve essere Femminista ed il Femminismo deve essere Antispecista, Balthazar, 2, Milano, 2021.

R.R. Simonsen, (2014), Manifesto queer vegan, Aprilia, 2014.

S. Dalouli, (2022-2023), Transfemmnismo e antispecismo: analizzare l’oppressione patriarcale tra le specie, Padova, 2022-2023.

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Penso dunque sono, o l’esistenza è qualcosa di più? [di Agattina]

Ideologia e conflitto tra Descartes, Hobbes e Spinoza

“Ora non ammetto” scrive René Descartes nelle Meditazioni metafisiche “se non quanto sia vero necessariamente: sono dunque, precisamente, soltanto una cosa che pensa, e cioè una mente, o un animo, o un intelletto, o una ragione”[1].

La cultura occidentale si è sviluppata dal tempo della Grecia antica su un’opposizione tra noi e gli altri, che trovava il proprio distinguo nel logos: una ragione di cui solo noi eravamo detentori e di cui gli altri erano privi. Ma chi siamo noi? E chi sono gli altri? La cosa interessante è che queste domande trovano risposte variabili nella storia, seppur siano rintracciabili delle costanti. Gli altri come esseri irrazionali possono essere gli stranieri, le donne, gli animali non umani, i folli, i poveri.

Ciò che prescinde dalla distinzione per categorie è però che queste siano create ad hoc per giustificare l’esercizio di un dominio, ed è un dominio che passa attraverso una auto-legittimazione ideologica di principi di parte che vengono spacciati per universali in virtù della loro presunta razionalità. Ma che rapporto c’è tra ciò che si dice ragione e ciò che non lo è? E cosa significa fare i conti con il fatto che un presunto essere razionale, quale l’umano è, debba vivere la propria esistenza in balia di pulsioni che non seguono i principi stabili e ordinati della logica, vale a dire in un corpo? E con il fatto che la suddetta ragione non sia un principio che i subalterni seguono spontaneamente?

E, ancora, che riflesso ha sul piano individuale e politico la scelta di ergere la ragione a paradigma per stabilire un regime di verità? Ciò che segue è un abbozzato tentativo di fornire, attraverso tre filosofi protagonisti della modernità, prima un quadro che rispecchia il nostro mondo, e poi un quadro alternativo che è stato trascurato perché non ideologizzante. Il primo dotato di un regime di verità rigido al punto da causare una caduta delle verità statuali in favore di un tetro there is no alternative, con cui la verità come entità conoscibile si eclissa perdendo la sua consistenza (il che non significa che non possa rimanere dietro le quinte operando ideologicamente). Il secondo, che non ha mai preteso di dare alcuna consistenza alla verità come qualcosa di conoscibile una volta per tutte.

Partendo dalle concezioni morali e antropologiche di René Descartes, Thomas Hobbes e Baruch Spinoza, è possibile avventurarsi negli arcani dell’ideologia indagando le giustificazioni su cui si sono costruiti i nostri rapporti materiali.

Con l’inizio della modernità e subendo gli influssi della rivoluzione scientifica, la filosofia di René Descartes è il paradigma che si instaura come base di sviluppo della razionalità e dell’antropologia liberale.

Cartesianamente, la ragione umana ovvero il cogito, che è esperienza intellettuale e al tempo stesso esistenziale, si concepisce di per sé, come principio immateriale. Il cogito cartesiano, a differenza della teoria della conoscenza medievale scolastica, non si adegua al mondo esterno ma adatta la realtà naturale alle idee della mente, rendendola indipendente come principio d’ordine della conoscenza dei corpi naturali. La realtà esterna non è più qualcosa di naturale ma diviene qualcosa di costruito artificialmente dall’intelletto umano, che riordina i corpi esterni secondo leggi meccaniche che vi proietta. In questo senso, la matematica è il modello paradigmatico, che costruisce rapporti e proporzioni che l’umano applica all’indagine della realtà naturale.

L’essere degli oggetti non è più una sostanza astratta a cui i corpi nella loro materialità si conformano (come avveniva per Aristotele, per il quale esisteva ad esempio l’individuo concreto e particolare la cui essenza era di essere un individuo umano astratto), non è qualcosa di fisso e stabile che l’umano studia a distanza ma richiede intervento attivo, lavoro umano. La frattura che troverà il suo apice sul finire del Settecento nella rivoluzione copernicana di Kant si apre qui: non esiste più una realtà esterna, esiste solo la mente umana che la ordina secondo le proprie strutture.

L’individuo umano, che si identifica con la propria mente, si scopre autonomo dal mondo, dalla natura esterna. Trova la propria ragion d’essere nell’atto del pensiero, che è fonte di ogni azione. Tutto è ricondotto alla ragione, mentre ogni corpo, tanto quello umano quanto qualsiasi oggetto esterno, segue solo leggi meccaniche.

L’azione della mente è quindi assolta dalla relazione col corpo, divenendo esperienza pura che si risolve solipsisticamente in sé stessa. L’anima e il corpo divengono qualcosa di distinto secondo un modello che è sì dualistico ma anche gerarchico. Quando Descartes scrive il suo Discorso del Metodo, l’obiettivo esplicito è quello di costruire una scienza che stia sotto il comando dell’utile. Il modello a cui si ispira sono le arti meccaniche, il sapere pratico degli artigiani: un mondo dove regna l’ordine e che rappresenta la capacità umana di costruire una presa di modifica e controllo sul mondo mediante la tecnica.

La natura retrocede, l’umano si emancipa da essa e rompe qualsiasi rapporto di relazione e unità che vi poteva instaurare. I corpi vanno studiati, ordinati come fossero macchine, ed è l’intelletto ad occuparsene.

Ma c’è qualcosa che è libero dalle leggi meccaniche ed è l’identità personale, che si scopre come volontà libera. L’io cartesiano è un io che sa di esistere perché sa di poter scegliere, si sente capace di guidare le proprie azioni attraverso la volontà della ragione. La libertà è affermazione della volontà, è illuministicamente consapevolezza che la ragione umana è qualcosa che può e, anzi, deve ergersi al di sopra delle possibilità naturali.

Scrive Silvia Federici in Calibano e la Strega[2] che intorno alla metà del XVI secolo nelle aree dell’Europa occidentale più toccate dalla riforma protestante e dall’ascesa economica della borghesia mercantile vediamo emergere in ogni articolazione della vita sociale una nuova concezione della persona[3].

Non è certo Descartes la causa di tutte le conseguenze che analizzeremo in quanto derivanti da questa antropologia, ma è il primo a esplicitare nella propria trattazione filosofica come l’unione di mente e corpo sia qualcosa di problematico e conflittuale, ed è a questo punto che si apre quella frattura che sarà affrontata nella filosofia morale dell’epoca, per cui si vedrà quello scontro che possiamo definire, con una eco letteraria che fa sorridere, tra ragione e sentimento.

In questo nuovo paradigma antropologico, la persona diventa un terreno su cui si profila una battaglia: il conflitto è vissuto tutto internamente, ed è uno scontro per il dominio che la ragione deve esercitare sulle passioni. La situazione in cui ci troviamo è la seguente: da un lato i vizi del corpo, dall’altra la virtù della ragione che deve contenere e disciplinare i primi.

Le conseguenze di questa filosofia non rimangono vincolate alla sfera del pensiero ma trovano espressione materiale e storica, oltre che nella rivoluzione scientifica, nell’illuminismo settecentesco e nel tentativo esplicito di educazione e disciplinamento finalizzato alla formazione di un nuovo tipo di borghesia.

Come rileva l’analisi di Max Weber, per la nuova borghesia in ascesa il guadagno è lo scopo della vita, e in favore di questo i piaceri naturali vanno abbandonati. Il capitalismo comanda superamento della natura: i cicli naturali non possono più regolare la quotidianità degli individui, e in nome della produttività il corpo è sottomesso a ritmi di lavoro che lo mortificano.

L’immagine che Marx restituisce nella sua produzione filosofico-politica, per cui il lavoro è libero nel senso che è merce di cui il lavoratore con il proprio corpo dispone e a cui si riferisce per scambiarla sul mercato in cambio di un salario, è quella di un lavoratore che è già stato plasmato dalla disciplina del lavoro capitalistica[4].

Riprendendo nuovamente il testo di Federici, ciò che viene evidenziato è che questo disciplinamento ha richiesto un lunghissimo processo che non si è innescato però senza resistenza. La classe dominante ha progressivamente aumentato le pene delle trasgressioni alle leggi, instaurando un regime di terrore finalizzato a legare il proletariato al lavoro come già i servi erano stati legati alla terra[5]. A questa altezza storica, in Francia e in Inghilterra vengono proibiti i giochi d’azzardo, chiuse le taverne, penalizzata la nudità e condannate le forme improduttive di sessualità e socialità.

La classe dominante instaura questo regime di terrore poiché si mostra intimorita per due aspetti fondamentali: il primo riguarda il concreto timore che la presenza di folle di vagabondi improduttivi e pericolosi incuteva alla nuova borghesia mentre camminava per le strade, e il secondo riguarda la costituzione del nuovo Stato che, come Thomas Hobbes sapeva bene, era minacciata dalla possibilità di tumulti e rivolte.

Ma se il corpo umano da un lato incuteva ribrezzo e timore, dall’altro suscitava nella borghesia un desiderio di impadronirsi della merce particolare che questo incarnava: la forza lavoro.

La filosofia hobbesiana, oltre a delineare quelli che sono i fondamenti della politica moderna, è una filosofia empirista: il filosofo inglese radicalizza le istanze cartesiane ponendo anche la mente e la sua libera volontà in un meccanicismo corporeo che trasforma la totalità dell’essere umano in una grande macchina da studiare e controllare nelle sue possibilità tanto quanto nei suoi limiti. È un individuo che nella sua corporeità risulta pericoloso e deve essere necessariamente sottomesso all’autorità statale perché non si distrugga vicendevolmente con gli altri.

Tormentato da cause esterne che lo corrompono e guidano, il corpo umano è tormentato anche dal nuovo spirito borghese che su di esso calcola, classifica, distingue per razionalizzare le facoltà che gli appartengono e massimizzare la sua utilità sociale. La comprensione è finalizzata al controllo, del corpo degli individui tanto quanto del corpo sociale.

Possiamo dire che il corpo umano è associabile nei suoi meccanismi, quando non controllati, a quella folla di individui che nella sua sregolatezza è caratterizzata da volontà molteplici e non ordinate, incapaci di unità e denominati da Thomas Hobbes moltitudine. Hobbes, e con lui il nuovo ordine della politica moderna liberale, si preoccupa di fornire un’immagine che possa sostituire questa folla disordinata, e vi oppone perciò l’idea di popolo come unità rappresentativa sovrana: una massa di individui che in maniera compatta è soggetto dell’azione politica nella misura in cui collettivamente cede il proprio diritto e potere ad un’entità sovrana che se ne fa carico.

Così si annullano le individualità e gli orientamenti divergenti di ciascun individuo, creando quell’uguaglianza formale di fronte allo Stato propria del mondo liberale per cui ogni tratto personale viene relegato a privatezza divenendo politicamente indifferente.

Ma per essere indifferente dal punto di vista politico, il popolo deve foucaultianamente interiorizzare la disciplina che il potere promuove per auto-legittimarsi, e l’operazione di ingegneria sociale che la classe dominante attua per raggiungere questo scopo deve passare per il terrore di un controllo feroce sul corpo.

Se il corpo è qualcosa di bestiale e accessorio rispetto alla mente, da un lato è legittimata l’idea che questo possa essere sottomesso al potere sovrano dello Stato e, dall’altro, va da sé che, per proteggersi da quest’ultimo e dalle sue punizioni, sia scaricato sul singolo individuo il compito di contenerne i desideri e le pulsioni.

Come già detto, però, il corpo letteralmente incarna altresì quella merce preziosa che è la forza-lavoro. L’analisi di Federici si concentra sulla tesi che, affinché la concezione del corpo come macchina si affermasse come modello, è stata necessaria la scomparsa di una concezione magica che lo vedeva, al contrario, dotato di poteri sovrannaturali che si scontravano con le logiche razionali che si stavano affermando.

È qui che il potere costituito si organizza al fine di eliminare quell’insieme di pratiche e credenze sociali secondo cui era contemplata la possibilità che, per il perseguimento di determinati fini, si potessero seguire scorciatoie che deviavano dall’attività lavorativa e che predicavano l’esistenza di poteri altri e quindi potenzialmente sovversivi.

È nella caccia alle streghe compiuta in Europa nel XVI-XVII secolo che, sul corpo di milioni di donne attraverso l’utilizzo di pratiche genocidarie, viene definitivamente spazzata via dal mondo occidentale la possibilità per la popolazione povera di credere nella realizzazione dei propri desideri e nella possibilità di legittimarli attraverso l’azione organizzata[6].

Con la “magia” veniva meno il principio della responsabilità individuale, e ciò minava l’obbedienza civile al punto che persino Hobbes arriva a parlare esplicitamente di stregoneria per condannarla.

Torture, roghi, dissezioni anatomiche post-mortem, dice ancora Federici[7], diventano i laboratori in cui si sedimenta molta disciplina sociale e si acquisisce molta conoscenza sul corpo umano.

Il processo che viene promosso e che rende possibile la sovranità voluta da Thomas Hobbes è quello di una standardizzazione dell’individuo, che viene concepito nella sua astrattezza e de-caratterizzazione.

L’individuo cartesiano controlla il proprio comportamento tramite la ragione, si slega dalla natura e dalle sue contingenze così come si isola dagli altri individui. I legami comunitari si rompono e l’umano si concepisce nella sua autonomia isolata come nel De Cive di Thomas Hobbes: “uomini come se fossero venuti su tutti all’improvviso, a guisa di funghi, dalla terra, e già adulti, senza alcun obbligo reciproco”[8]. Ma privati della loro individualità singolare, che persisteva invece nella moltitudine.

È la solitudine di un individuo che si concepisce come sovrano e al contempo come parte di una comunità illusoria che è quella dello Stato. Domina sé come domina la natura, nonostante sia materialmente privo di potere sociale reale[9].

Congedo il testo di Federici con la seguente citazione: “il corpo umano, e non la macchina a vapore e nemmeno l’orologio, è stata la prima macchina che il capitalismo ha sviluppato”.

Il conflitto sociale cade laddove questo viene interiorizzato dalla persona e dall’obbligo che sente di doversi conformare nel comportamento alla sfera sociale della cittadinanza che abita, perché se non c’è legislazione interiore il pericolo della resistenza e della rivolta contro il potere è sempre dietro l’angolo.

La soggettività borghese che l’illuminismo (francese in particolare) costruisce si fonda su un io sradicato che deve trovare sé stesso nel mondo, costruendosi da solo per trovare il suo posto. L’Ottocento, grande soglia della modernità, è il secolo del romanzo di formazione, genere borghese per eccellenza che trova le sue radici nella letteratura del XI secolo, momento in cui avviene il primo distacco dall’entità ordinatrice sovrannaturale che è dio all’interno della filosofia di Giovanni Duns Scoto e Guglielmo da Ockam, e in cui la persona ha la libertà di divenire canone a sé stessa discostandosi dalla provvidenza divina.

La filosofia come la letteratura, e con esse la borghesia ottocentesca che si occupa di scrivere questa pagina di storia, mette a frutto questa tradizione adattandola al proprio tempo e alle proprie circostanze: l’individuo che è canone dell’epoca, ovvero un maschio bianco e benestante in un contesto in cui la differenziazione sociale per ceti è stata abolita, affronta l’impresa di creare individualmente la propria esistenza.

In una tensione tra contingenza e ordine, ogni protagonista del Bildungsroman[10] affronta un cammino travagliato e colmo di difficoltà, fino a che, superando gli incidenti di percorso, trova il suo posto nella società borghese, sanato dall’illusione di poterne rimanere al di fuori e pronto ad essere un bravo cittadino.

I presupposti sono mantra che già conosciamo: responsabilità individuale, uguaglianza formale che non tiene conto delle condizioni materiali di partenza, successo premiato da un merito e un talento astratti, e se qualcuno non ce la fa la colpa è sua perché l’impegno non era sufficiente. Lo Stato può così governare un individuo mansueto che è pronto a farsi governare.

Il passaggio per cui questo possesso di sé, da prerogativa della borghesia che era, subisce una democratizzazione estendendosi finanche al proletariato è lento e violento, quandanche utopico se lo consideriamo realisticamente.

Il proletariato rimane, agli occhi della classe dominante, un corpo bestiale e indisciplinato, non razionale, praticamente un’altra razza. O meglio, un’altra classe. O meglio, un altro ceto, come lo era il terzo stato per la nobiltà.

È ironico quanto molte di quelle misure di comportamento che ruotano attorno al principio del decoro sociale vengano prese in prestito dall’antico regime e dalla nobiltà, universalizzando convenzioni verso le quali ci si diceva in discontinuità. Se prima la nobiltà trovava la propria ragion d’essere proprio nel distacco da tutto ciò che era altro, ora l’esser altro è qualcosa di non più ammissibile, o almeno non è più ammissibile che l’altro sia visibile nello spazio sociale della cittadinanza.

Così, mentre la borghesia puritana lotta contro il proprio corpo, producendo e riproducendo i propri standard di comportamento e disciplina, la moltitudine proletaria viene ghettizzata rispetto al centro del potere sociale, dal centro città alle periferie, nei quartieri operai.

Mentre femministe borghesi come Mary Wallstonecraft lamentano la disciplina a cui sono costrette dai mariti e dalla società, che le costringono ad essere localizzate nella loro socializzazione e a comportarsi come galline, lottando per il diritto al lavoro, femministe operaie come Emma Goldman prendono voce dalla fabbrica, mostrando che la disciplina borghese con il suo privilegio economico non è qualcosa che riguarda le donne che sono sempre state costrette a lavorare e che sul proprio corpo patiscono tanto la schiavitù a cui le costringe la sessuazione dell’essere donne quanto la schiavitù della necessità che le espone allo sfruttamento del salario.

Attraverso il ricatto del lavoro, questa folla animale che è il proletariato è colonizzata, sfruttata, violentata e ridotta alla fame ad opera di chi detiene potere sociale nelle proprie tasche.

Ma la democrazia liberale governata dallo Stato crolla su sé stessa e sulla disuguaglianza sociale di cui necessita per essere tale, perché un proletariato che viva materialmente ogni giorno sulla propria pelle la violenza del sistema, all’idea di uguaglianza che questa democrazia predica non può credere nemmeno se vuole.

Quando il malcontento e le rivolte prenderanno piede, la classe dominante accetterà finanche di cedere il suo potere legislativo pur di continuare a vedere tutelati i propri interessi, ovvero la sua proprietà, portando lo Stato ad accentrarsi così che la violenza nazionalista possa schiacciare i movimenti di resistenza sociale.

Il conflitto economico inizierà a giocarsi su un campo che supererà i confini, e il proletariato continuerà a lottare per la sopravvivenza con delle armi in mano in un’enorme e reciproca autodistruzione transnazionale.

Il liberalismo troverà la sua crisi in un problema che già Spinoza aveva teorizzato nel Seicento proprio in opposizione a Hobbes: gli individui, anche una volta sottoposti ad un potere sovrano, rimangono pur sempre umani, e in quanto tali hanno nella propria natura la resistenza.

La democrazia liberale dovrà trovarsi a superare la sua crisi, che questo assioma apre e che non era stato considerato a sufficienza, andando a chiudere quegli spazi di manovra che erano stati lasciati aperti alla possibilità che l’azione collettiva prendesse piede.

In questo processo, avviato dai teorici del neoliberalismo, il corpo umano come quello politico dovrà essere reso, da centrale che era rimasto nel tentativo di disciplinarlo, qualcosa di politicamente indifferente. La ragione come verità sparirà dal quadro del possibile in quanto troppo pericolosa perché identificabile, lasciandoci una cittadinanza desertificata e atomizzata di verità provvisorie, sfuggevoli e dimenticabili.

C’è un filosofo che la sinistra radicale odierna tende a non considerare tra i propri riferimenti politici, pur avendo costruito una trattazione filosofica in aperta polemica con coloro che sono stati iniziatori della tradizione politica liberale di cui oggi siamo noi eredi, vale a dire Descartes e Hobbes.

Eppure, Baruch Spinoza vive in contemporanea ad entrambi, e con entrambi si confronta apertamente, fornendo un’architettura concettuale politica che ribalta i paradigmi che andavano affermandosi e che risignifica, sull’impronta del realismo politico di Niccolò Machiavelli, una serie di termini e concezioni che rappresentano una risorsa significativa a cui attingere per l’azione politica[11].

La filosofia spinoziana si slega dalla concezione cartesiana secondo cui esiste un dio che opera come primo motore immobile nella natura, da cui quindi i corpi naturali sono posti a grande distanza: il presupposto ontologico della realtà è per Spinoza la nozione di causa sui, che vede la natura concepita come dio, una natura causa di sé stessa che non dipende da null’altro e che si manifesta nel reale in maniera immanente e panteistica.

Questo ente infinito denominato sostanza si fa oggetto esprimendo sé stesso in tutti gli ordini della realtà, e ciò significa che, a differenza di quanto avveniva nelle concezioni cartesiane e hobbesiane, gli enti naturali non vivono in un’individualità atomistica dipendendo nel loro agire da leggi meccaniche che li rendono indipendenti gli uni dagli altri ma, al contrario, ogni creatura naturale è parte di questa sostanza in movimento, in una relazione reciproca inevitabile e necessaria. Da ciò deriva che l’umano stesso, così come ogni altra creatura esistente, è attributo di questa sostanza infinita, di un dio che non è distante ma assolutamente prossimo.

Di nuovo l’umano è considerato nella sua composizione di mente e corpo, pensiero ed estensione, che però non possono essere colti nella loro separatezza e chiusura reciproca, in quanto entrambi espressione di una stessa realtà che dispiega sé stessa secondo due modalità diverse. Tuttavia, non per questa ragione l’individuo vive l’interazione tra le sue parti in maniera pacifica.

Essendo il corpo la situazione con cui l’umano si approccia alla realtà in cui vive, è attraverso questo che la conosce e giudica; e da ciò deriva che qualsiasi idea raggiunga la mente è prima stata modificata passando attraverso il corpo e le sue passioni secondo impulsi che, di per sé, non sono ordinati.

Come nell’antropologia hobbesiana, l’essere umano spinoziano è un ente mosso dal desiderio, un ente passionale che esprime il proprio bisogno auto-conservativo attraverso il corpo, e l’espressione di questo conatus si configura in una tensione tra l’individuo e le cause esterne che lo determinano, e con cui può entrare in un rapporto attivo o passivo.

Il desiderio è il fattore che orienta il giudizio umano sugli oggetti esterni, ragion per cui ciò che la mente pensa di volere o non volere ha andamento ambivalente e porta ad una condizione di instabilità e fluttuazione nel giudizio che porta a una circostanza di potenziale inquietudine e turbamento.

L’essere umano ha quindi restituita un’immagine distorta della natura, e si approccia ad essa ricercando il proprio utile e proiettando poi sugli oggetti delle finalità che dipendono in realtà dal proprio giudizio relativo.

Prendere consapevolezza del meccanismo del desiderio è quindi essenziale per individuare una visione antropocentrica e finalistica del mondo, frutto di una proiezione immaginativa che ci impedisce di concepire gli altri esseri naturali conferendo loro la dignità, l’autonomia e il rispetto che dovrebbero avere in quanto manifestazione della natura di cui noi stessi siamo parte.

I termini del gioco personale tanto quanto del gioco politico cambiano: la mente umana si trova su un’asse che oscilla tra attività e passività, in una costante trasformazione che è data dall’incontro con altri enti naturali, in una relazione tra potenze che si scontrano per affermarsi.

Ogni ente naturale è un ente che vive e si concepisce necessariamente nella relazione con gli altri enti, esprimendo la propria potenza in una spinta auto-conservativa interna che si esprime nel contatto con l’esterno. Conoscere e operare nel reale significa comprenderne il sistema di rapporti che fanno dell’oggetto che ne fa parte un ente relazionale, e quindi conflittuale.

Definire gli enti, umani e non, come desiderio significa definirli all’interno della tensione in cui vivono: il conflitto viene radicalizzato e soprattutto risignificato, esteso a motore di una realtà che diviene viva e in perenne trasformazione.

Ogni creatura esiste resistendo, in un incontro-scontro che diviene necessario per lo sviluppo della propria libertà. Il conflitto quindi non dev’essere rifuggito, ma gestito e dislocato al fine di superare gli effetti potenzialmente distruttivi che ne potrebbero derivare, ed è su questa capacità di gestione che si esprimono la potenza e la resistenza tanto sul piano individuale quanto sul piano politico.

Per quanto concerne l’individuo, la gestione del conflitto si basa su uno sforzo di superare l’andamento ambivalente causato dalla mente che riflette in maniera passiva ciò che accade nel corpo, e ciò non significa attuare un silenziamento delle passioni ad opera della ragione ma, al contrario, compiere uno sforzo attivo di comprensione del carattere immaginifico delle rappresentazioni che queste forniscono stabilendo un rapporto di ascolto, di relazione aperta.

Il difetto non è attribuibile al corpo coi suoi desideri, ma alla mancanza di consapevolezza del fatto che questi esprimono la medesima natura infinita e necessaria, seppur in modi diversi.

Raggiungere uno stato di serenità sul piano individuale prevede quindi non un biasimo e una repressione del desiderio, bensì una sua positiva accettazione e accoglienza ad opera della mente, la quale ha poi il compito di resistere ai potenziali effetti distruttivi a cui potrebbe condurre, reindirizzandolo.

L’individuo libero è prima di tutto un ente capace di organizzare il suo equilibrio interiore: raggiungere la libertà e la saggezza individuale è già risultato politico che si raggiunge attraverso un principio di resistenza, dirigendo al meglio i propri schieramenti interni.

Inoltre, superare l’immagine falsata della natura esterna che il nostro corpo con l’immaginazione ci restituisce, significa scoprire che le nostre idee non sono qualcosa di autonomo, che rimandano ad un’entità chiusa come quella del cogito cartesiano, ma provengono direttamente dalla natura stessa di cui siamo parte, che pensa e produce idee attraverso di noi.

Da ciò deriva che la responsabilità di un agire corretto, di uno stato mentale sereno passa attraverso la presa di consapevolezza della nostra connessione necessaria con la natura tutta. La nostra esistenza finita è al tempo stesso necessaria: avere una concezione adeguata della realtà significa riconoscere quell’unità tra noi e il tutto che la filosofia cartesiana aveva negato. Conoscere non significa essere dotati di una ragione che domina e controlla la natura in cui viviamo, bensì riconoscere la positiva affermazione di sé e di tutto ciò che esiste in essa: che tutto ciò che esiste va riconosciuto nella propria esistenza.

Crolla l’idea che possa sussistere qualsiasi orizzonte morale-politico trascendente le differenze intra-individuali: viene sconfessato l’universalismo che il liberalismo promuove, poiché gli individui, trovandosi in situazioni e posizioni differenti della società, provano sempre e necessariamente la pulsione che deriva dalla spinta conservativa di far valere i propri interessi e il proprio utile.

Prepararsi ad affrontare la vita come singoli significa prepararsi ad affrontare la vita come società, il piano della vita individuale si intreccia radicalmente al piano della vita politica negando l’idea hobbesiana di una sfera che al di sotto dello Stato rimane spoliticizzata.

Pensare che individui diversi con desideri diversi possano naturalmente accordarsi intorno a valori e giudizi è un’illusione mistificatoria, perché nella diversità materiale della vita non può nascere alcun accordo spontaneo. Il paradigma hobbesiano, che voleva eludere il movimento attivo attraverso il contratto sociale rendendo la realtà stabile e sicura e relegando il conflitto ad una condizione presente soltanto allo stato di natura, viene ribaltato nell’affermazione di una politica e di una cittadinanza in cui il conflitto non potrà mai arrestarsi.

Se Thomas Hobbes sosteneva che per gli individui allo stato di natura il diritto era qualcosa di coincidente con il potere di fare ciò che si desidera, compito dello Stato era proprio quello di bloccare questa potenza in favore della sicurezza generale. Dalla concezione di Spinoza evinciamo al contrario che, proprio perché conflitto e resistenza fanno parte della natura in ogni creatura vivente, inclusa quella umana, lo stato della società civile non può e non potrà mai essere uno stato pacificato.

È illusorio pensare che la sovranità possa essere trasferita nelle mani di un sovrano in quanto è impossibile che gli individui neghino la propria natura, rinunciando alla propria azione: il trasferimento della sovranità non può essere assoluto in quanto naturalmente e fisicamente limitato, perché nessuna creatura può privarsi della facoltà di difendersi.

In questo quadro, la vita diviene qualcosa di più della mera sopravvivenza biologica e la concordia non è più l’unico e primario valore di una comunità politica: l’azione del potere deve sottomettersi all’interesse degli individui e alla loro spinta di rivendicazione e salvaguardia della propria libertà che passa attraverso il dispiegamento del conflitto, pena la resistenza attiva da parte della comunità.

Quindi, lo Stato non può e non deve lasciare gli individui alla loro privatezza, in quanto il conflitto si innesca necessariamente e direttamente col potere, che non può mantenersi senza un consenso attivo della cittadinanza.

Come non esiste nell’individuo la possibilità di una ragione che regni senza scontrarsi con gli affetti del corpo, così non esiste potere sociale e politico che non si si interfacci con il conflitto, la cui assenza denota solo una realtà che ha perso il contatto con la dimensione della libertà.

La vita del corpo del singolo quanto del corpo sociale si gioca, così, nella dimensione dell’attuazione politica. La libertà diviene qualcosa che si conquista continuamente a partire dallo spazio ordinario della vita: la necessità della politica si basa non sul superamento della natura umana come dinamica e conflittuale ma sulla necessità di riconoscere e gestire attivamente questo conflitto.

L’individuo in società rimane pur sempre umano, e sempre è e sarà attraversato dagli affetti del desiderio, ragion per cui nessuna riflessione politica può essere sviluppata senza che quest’ultimo ne sia al centro. Accettare che l’azione umana si dà in termini mobili, di mutamento costante, significa che la politica si gioca su azioni e valori che devono riconfermarsi di continuo passando la prova dell’esperienza, che tutto si costruisce e sviluppa in una dialettica tra insoddisfazione e desiderio.

La pace viene risignificata e non indica più la semplice assenza di una guerra aperta, ma è una virtù che ha origine dall’affermazione di una forza comune:

una cittadinanza i cui sudditi non prendono le armi per paura, è da dirsi senza guerra piuttosto che in pace. La pace non è la privazione della guerra, ma una virtù che scaturisce dalla forza d’animo; l’obbedienza infatti […] è la costante volontà di eseguire ciò che va fatto per comune decisione della cittadinanza. Ma una cittadinanza la cui pace dipende dall’inerzia dei sudditi, che si lasciano condurre come pecore per imparare soltanto a servire, piuttosto che una cittadinanza potrà chiamarsi deserto.[12]

L’obbedienza hobbesiana intesa come sottomissione timorosa alla legge perde completamente valore e diviene qualcosa di, anzi, biasimevole.

Pace corrisponde ora ad una vigilanza attiva di cittadini che, spinti dal desiderio ad unirsi in società, stabiliscono attraverso confronto e dialogo sempre aperti obiettivi comuni da perseguire e organizzano la propria resistenza istituendo leggi e ordini allo scopo di rispondere e rendere ragione delle forze contrarie che abitano la cittadinanza.

La soggezione alla sovranità mediante il timore è qualcosa che può sussistere nel momento in cui ci fosse un’ideologia dominante che si proponesse come universale mascherando e occultando un interesse di parte, ma ciò creerebbe solo una cittadinanza vuota la cui potenza sarebbe impossibilitata ad esprimersi.

Una libertà e un bene comune che non siano ideologici si sviluppano tramite lo scontro: tramite confronto, discussione, tentativi per giungere alle condizioni migliori possibili. Il timore non corregge o muove gli individui, ma è sulla speranza attiva del vantaggio individuale e poi collettivo che maturano i migliori effetti.

Se i singoli hanno una volontà incostante, è proprio dall’unione dei molti che si raggiunge una razionalità sufficiente alla gestione di una cittadinanza. Ed è qui che il paradigma hobbesiano della sovranità subisce il ribaltamento più netto: la sovranità non è qualcosa che può appartenere al popolo come insieme di individui che perdono la propria potenza in favore di un’unità, ma deve appartenere alla moltitudine, che si configura come unico e vero soggetto in grado di agire politicamente in una convergenza di potenze individuali che affermano sé stesse.

Qualsiasi potere sovrano non può quindi mai avere potere illimitato, in quanto la sua azione è sottomessa al rispetto di un legame comune fondato sull’interesse: una comunità libera è una comunità che obbedisce solo a sé stessa, laddove l’obbedienza implica presenza attiva anziché passività timorosa, e coincide quindi con la libertà.

Porre la moltitudine disordinata come soggetto politico e radicalizzare il concetto di democrazia non significa illudersi e idealizzare il carattere e le virtù politiche di una grande massa di individui, ma riconoscere che la debolezza e i vizi che potrebbero derivare dalla sua espressione non dipendono dal molteplice in quanto tale ma dal fatto che esso sia composto da vari individuali che hanno la pretesa di farsi universali in quanto si concepiscono come entità isolate.

Prendendo coscienza della propria unione con la realtà tutta e con ogni creatura che la abita, è possibile far prevalere elementi di connessione in grado di rendere la moltitudine un luogo di relazione e scambio anziché un luogo di muta espressione singola.

Avere un approccio politico alla realtà, quindi trasformativo ed efficace, significa passare per l’affermazione e il riconoscimento delle differenti sfaccettature del reale. Agire politicamente significa prendere atto che la realtà non è ordinata o disordinata, buona o cattiva, giusta o ingiusta ma semplicemente una realtà che va affrontata con strenuo realismo e con la consapevolezza che la si può orientare solo se non ci si appella a concetti trascendenti la concretezza che affrontiamo con la nostra azione giorno per giorno.

Come la mente non può guidare il corpo dall’alto, così non ci si può appellare ad una ragione che promuova obiettivi ultimi ponendo una razionalità estrinseca che trascende il reale movimento democratico attraverso il conflitto.

Va da sé che non ci si può realisticamente aspettare un collettivo orientamento alla ragione da parte di ogni individuo, a meno che non si proponga una ragione che sotto tale termine nasconda un’ideologia dominante che schiacci la libertà di pensiero e l’autonomia individuale.

Compito etico della filosofia non è la creazione di un mondo di saggi, illusione utopistica che annullerebbe anche la necessità della politica stessa, ma una consapevolezza profonda del meccanismo del conflitto così da muovere all’azione della sua gestione al fine di inscriverlo dentro un sistema di rapporti ordinati.

Individui umani, possedendo la medesima natura, possono puntare a creare le condizioni migliori possibili solo abbracciando i conflitti e le differenze del corpo collettivo, così come nel singolo individuo un equilibrio è raggiungibile solo abbracciando le dinamiche delle passioni del corpo. Ciò non implica che il comportamento, umano e non, non possa essere regolato e indirizzato, semplicemente non è ciò a cui si può auspicare in maniera realistica.

Nonostante la diversità spinga verso il conflitto, il peggiore nemico per l’umano che esprime il proprio desiderio è sempre la solitudine, sicché l’autonomia diviene apertura anziché chiusura. La conoscenza, e al contempo la libertà, per l’individuo acquisisce un nuovo significato, divenendo conoscenza del reale e quindi degli altri enti naturali e degli altri individui, divenendo già conoscenza politica.

La democrazia è ora intesa come conoscenza: non ci sono valori e fini esterni, ma solo un’auto-perfezionamento della potenza della moltitudine attraverso un reale movimento di sottrazione alla schiavitù attraverso reti di cooperazione, resistenza, rivendicazione e conflitto con cui si difende la libertà.

Alla limitatezza dei singoli individui si oppone la razionalità collettiva, che attraverso una pratica di vita comune e della discussione produce effetti reali sul diritto e sulle istituzioni, che non possono a loro volta configurarsi come qualcosa di stabile e definitivo, in quanto il diritto naturale stabilisce la scelta continua di ciò che si ritiene essere un male minore o un bene maggiore.

La dimensione del diritto effettivo e reale diviene perciò prioritaria a quella della legge, che può essere il cuore pulsante di una cittadinanza politicamente attiva tanto quanto un insieme di macchie d’inchiostro su carta in una cittadinanza annichilita e atomizzata.

Il patto sociale hobbesiano, fondato sul rispetto di promesse invariabili, non ha alcuna forza se non in ragione dell’utilità, la quale è però principio in costante mutamento. L’obbligo dura, perciò, fintanto che la cittadinanza lo desidera, in una logica del consenso spinta alle massime conseguenze.

Lo sviluppo del bene comune diviene attività, processo concreto e attuale, verificato e vivificato continuamente in una democrazia che non esiste come sistema rigido di regole, come una particolare forma di governo sulle altre ma come pratica propria dell’individuo molteplice che si auto-organizza per sviluppare e accrescere la propria potenza e la propria libertà.

La limitatezza umana, con le sue pulsioni e i suoi desideri, non si configura più come limite allo sviluppo di un perfezionamento, individuale o politica che sia, ma ne diviene l’ausilio essenziale e necessario.

La perfezione si configura non più come raggiungimento di un obiettivo ultimo e immutabile ma si fa viva e concreta, sporcandosi di esperienza e materialità, di costruzione pratica attenta, resistente e dinamica.


[1] R. Descartes, Meditazioni metafisiche, Bari, Laterza, p. 45.

[2] utilizzo l’opera di Federici come spunto di ispirazione per la parte centrale di questo articolo, cogliendone le parti che riguardano il controllo del corpo per poi discostarmene nella riflessione puramente legata alla filosofia politica.

[3]  S. Federici, Calibano e la strega, Sesto San Giovanni, Mimesis, p. 170.

[4]  S. Federici, Calibano e la strega, Sesto San Giovanni, Mimesis, p. 173.

[5]  Ivi, p. 174.

[6]  Se da un lato si può leggere, come spesso il marxismo ha fatto, la credenza in poteri sovrannaturali come una variabile distraente rispetto ai meccanismi socio-economici del dominio sociale che attraversa la società, annichilendo l’azione politica in virtù di sentimenti di speranza cieca e impotenza, non possiamo ignorare come questo tipo di fede abbia altresì costruito spazi di costruzione e affermazione di realtà e comportamenti sociali alternativi a quelli imposti dai poteri centrali (per rimanere nel contesto, ricordiamo le sette dei valdesi, ma gli esempi possibili di figure che hanno trasformato la fede in uno strumento di liberazione e resistenza sono infiniti).

[7]  S. Federici, Calibano e la strega, Sesto San Giovanni, Mimesis, p. 186.

[8]  T. Hobbes, De Cive. Elementi filosofici sul cittadino, Torino, UTET, p. 205.

[9]  Analisi marxiana che troviamo all’altezza di scritti come La questione ebraica e L’ideologia tedesca.

[10]  il termine tedesco Bildung rimanda appunto al termine costruzione, edificazione. Paradigmatico del genere è il Wilhelm Meister di Goethe, in cui il protagonista devia dalla carriera che il padre commerciante aveva pensato per lui, seguendo le proprie illusioni giovanili per poi tornare sul cammino che era stato tracciato per lui.

[11]  Nella trattazione che segue, utilizzo come riferimento e chiave interpretativa principale il testo Tumulti e indignatio. Conflitto, diritto e moltitudine in Machiavelli e Spinoza, F. Del Lucchese, edizione Mimesis.

[12] B. Spinoza, Trattato politico, V, 4.

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Università Neoliberale – L’incubo da indigestione [di Zia Polly]

Sabato 22 marzo 2025, nel corso del convegno “Quale università? Quale ricerca? Quale sapere? Per quale società?” – organizzato da Cambiare Rotta presso la facoltà di Ingegneria della Sapienza – si sono levate voci cariche di delusione, rabbia e frustrazione, ma anche di speranza. E proprio questa speranza, a parere di chi scrive, nasce dalla scena che si è presentata agli occhi dei partecipanti: un’aula gremita di studenti, ricercatori, dottorandi, professori (sia strutturati che precari) e sindacalisti. Soggettività diverse, spesso distanti tra loro, unite però dalla volontà di condividere studi, esperienze di lotta e riflessioni critiche, con l’obiettivo di smascherare e contrastare le contraddizioni che affliggono l’università contemporanea.

Non è possibile, in questa sede, riportare tutti gli interventi che si sono susseguiti durante l’incontro, ma mi muoverò tra quelli che ho ritenuto più significativi per costruire insieme una riflessione più ampia: una riflessione che tenti di spiegare perché sia necessario – oggi più che mai – rivendicare lo smantellamento di un sistema universitario corrotto e disumano.

Vulnerabilità e resistenza: studenti e docenti sotto il giogo del capitale

 Durante il convegno, Chiara Giubilaro del CUIR[1] ha posto una domanda cruciale: “Cosa accomuna tutti noi?”. La sua risposta è stata netta: la vulnerabilità. Siamo tutti vulnerabili perché la logica del “capitale umano”[2] – l’impiego delle nostre capacità, conoscenze, esperienze per la crescita economica – nei fatti si traduce nella mera strumentalità di ciascuno rispetto a un sistema che ci sfrutta e ci logora. “Tale vulnerabilità non deve tradursi in rassegnazione, ma in lotta” conclude Giubilaro.

Ma cos’è, in realtà, l’università? E soprattutto, cosa dovrebbe essere? L’etimologia stessa della parola “studiare” – dal latino “studium”, ovvero meraviglia, ardore, cura, entusiasmo, desiderio – ci restituisce un’immagine radicalmente opposta a quella dell’università odierna. Chi, tra i lettori, si riconosce ancora in questa visione dello studente curioso, appassionato, desideroso di conoscere? Pochi, purtroppo. Oggi, molti studenti e ricercatori sono esausti, depressi, in burnout, schiacciati da un sistema che li spinge fino al limite, fino a gesti estremi. Come non ricordare lo striscione apparso l’anno scorso nel piazzale del Dipartimento di Milano (e non solo): “Non si può morire di università. Contro un merito che ci uccide!?  

Il mito tossico della meritocrazia ha portato a una competizione spietata tra studenti, alimentata da un sistema che si regge sul principio del “dividi et impera”.  Gli studenti sono trattati come futuri lavoratori da inquadrare nei processi produttivi tramite un prodotto preconfezionato – la cosiddetta “offerta formativa” – il cui unico scopo è renderli competitivi sul mercato del lavoro. Non hanno voce in capitolo nella definizione dei programmi, non dispongono di spazi in cui esprimersi e non vengono considerati come soggetti attivi nella costruzione del sapere. A questa critica si è aggiunto Francesco Maria Pezzulli, sociologo e autore de “L’università indigesta”, che ha definito gli studenti “indigesti”, poiché costretti a ingurgitare una quantità infinita di nozioni, senza il tempo necessario per assimilarle, per adattarsi ai ritmi frenetici imposti dal capitalismo.

Ma gli studenti non sono le uniche vittime di questo sistema. Anche i docenti hanno perso il senso del loro ruolo, frammentato in tre figure contraddittorie: professore, impiegato, imprenditore. Intrappolati nella macchina burocratica, sono costretti a sacrificare i contenuti didattici in nome delle procedure, a orientare il loro lavoro in base ai questionari di soddisfazione compilati dagli studenti, a pubblicare in modo frenetico (“publish or perish”) e a rendere l’università competitiva per adempiere alla Terza Missione. Anche loro sono soli, gerarchizzati, schiacciati da un modello che li trasforma in funzionari del mercato anziché in guide intellettuali.

L’università neoliberale: come siamo arrivati a questo punto?

 Il lessico economico – con i suoi creditidebiti formativiofferta didatticacompetitività – ha invaso l’università, plasmando un’istituzione che dovrebbe essere dedicata alla cultura e al sapere. Ma come si è giunti a questa mercificazione dell’educazione?

Il primo passo verso il “capitalismo accademico” risale al 1980, quando negli Stati Uniti la legge Bayh-Dole permise alle università di brevettare e commercializzare scoperte realizzate con fondi pubblici. L’Italia, da brava ghiandaia imitatrice, ha recepito rapidamente le direttive del New Public Management reaganiano e thatcheriano.

Con la riforma Ruberti (1989)[3], il declino è stato inarrestabile: si è iniziato a parlare di autonomia finanziariaefficienzacosti standard di produzione per studente, introducendo criteri di finanziamento basati su analisi comparative di costi e rendimenti, di produttività della ricerca e di gestione delle risorse pubbliche. Una svolta decisiva è stata realizzata dalla riforma “aziendalista” Berlinguer (1999)[4], che ha imposto la divisione tra lauree triennali e magistrali, moltiplicando i titoli di studio per creare ruoli professionali ad hoc e rendere l’università un’azienda al servizio del mercato. Berlinguer lo ha ammesso senza mezzi termini: L’aziendalizzazione è necessaria per rendere gli studenti competitivi nel mercato del lavoro europeo[5].

Nel corso del suo intervento, Lucia Donat Cattin (USB Scuola) ha sostenuto che questa divisione del percorso universitario ha portato all’equivalenza tra laurea triennale di oggi e diploma di vent’anni fa, e ha reso la magistrale un titolo d’élite, accessibile solo a chi può permetterselo. Infatti, solo 418.000 studenti sono iscritti a una magistrale, contro 1.200.000 alle triennali: meno della metà. “La cultura di massa non piace al capitale in crisi”, ha commentato amaramente.

I governi Berlusconi hanno completato l’opera: Moratti[6] ha fissato i CFU in 180 per la triennale e 120 per la magistrale, imponendo una gerarchia tra insegnamenti che ignora il reale desiderio conoscitivo degli studenti ed è funzionale alla riproduzione ideologica delle classi dirigenti; Gelmini[7]  ha anticipato in televisione quanto la sua riforma avrebbe corrotto l’università, dichiarando come secondo lei l’università fosse fatta da “lauree inutili, come scienza della comunicazione e altre amenità umanistiche(…) e lauree utili, in materie scientifiche, che servono all’impresa”[8]. Coerentemente con questa riprovevole affermazione, Gelmini ha legato i finanziamenti universitari esclusivamente a parametri di mercato; ha messo fine al ruolo di ricercatore a tempo indeterminato, portando ad una precarizzazione totale dei ricercatori; e, dulcis in fundo, ha introdotto la Terza Missione: le università devono “interagire con il tessuto economico”, togliendo tempo e qualità alle uniche due vere missioni – la didattica e la ricerca – e trasformandole in merci. Momento formativo e momento lavorativo diventano così indistinguibili, tanto da poter sostenere una sostanziale equiparazione tra studenti e lavoratori precari. Le università sono diventate delle agenzie di formazione qualificate e gli studenti imprenditori di se stessi. Da qui, si è contabilizzato l’apprendimento in debiti-crediti, si è parlato di “carriera” e di formazione come un prodotto, non come un processo.

Il tossico trinomio: Meritocrazia, Eccellenza, Valutazione

 Mentre gli studenti affondano nella depressione, mentre qualcuno muore sotto il peso di un sistema che schiaccia ogni aspirazione, lo Stato continua a ripetere il suo mantra: “Meritocrazia, Eccellenza, Valutazione”. Tre parole apparentemente virtuose, ma che nella realtà nascondono un meccanismo perverso di esclusione, sfruttamento e vuoto didattico. La “meritocrazia”, in teoria, dovrebbe premiare chi studia, chi si impegna, chi ha talento. Ma in un sistema che non garantisce pari condizioni di partenza, il “merito” è solo un alibi per perpetuare le disuguaglianze. Chi nasce in una famiglia benestante può permettersi ripetizioni, affitti in città universitarie, libri costosi, tempo per studiare senza dover lavorare. Chi invece proviene da contesti svantaggiati deve lottare contro precariato, debiti, mancanza di alloggi, ritmi di studio insostenibili. La meritocrazia è un sistema che premia chi è già avvantaggiato, non è giustizia sociale: è selezione di classe.

L’ “eccellenza”, nel linguaggio neoliberale, non significa alta qualità della didattica o della ricerca. Significa, invece, massimizzare i risultati con il minor investimento possibile; tagliare i fondi al personale precario; trasformare le lezioni in prodotti standardizzati. L’università diventa così una fabbrica[9] di crediti formativi, dove l’unica “eccellenza” riconosciuta è quella che produce dati statistici favorevoli, non menti critiche.

La “valutazione” dovrebbe misurare la qualità dell’insegnamento e della ricerca. Invece, si è ridotta a questionari di soddisfazione (compilati da studenti esausti, trattati come “clienti”); parametri di Terza Missione, cioè quanto l’università riesce a vendere conoscenza alle aziende o a brevettare scoperte; e pubblicazioni frenetiche, anche a costo di ricerche superficiali, pur di riempire curriculum. Insomma, un sistema che misura tutto, ma non ciò che conta. Questo trinomio Meritocrazia-Eccellenza-Valutazione serve a nascondere i tagli dietro una facciata di “efficienza”, a giustificare le disuguaglianze con la scusa del “merito”, a trasformare studenti e docenti in macchine da valutare, ottimizzare, scartare. Ma l’università non è un’azienda. Il sapere non è una merce. E noi non siamo capitale umano.

La militarizzazione della conoscenza

 Nel momento in cui l’università abdica alla sua missione formativa per trasformarsi in un’azienda subordinata alle esigenze del mercato, il suo orizzonte si restringe inevitabilmente attorno ai settori più redditizi. Tra questi, il più lucrativo è senza dubbio quello bellico, che in Italia si incarna in colossi come Leonardo[10], Fincantieri[11] e Avio Aero[12]. L’università diventa così un ingranaggio del complesso militare-industriale: l’offerta formativa viene plasmata in base alle logiche bellicistiche, i finanziamenti si dirigono prevalentemente nei settori STEM, trasformati in uno strumento della guerra, e la ricerca viene totalmente asservita alla parola “difesa”. Risale proprio al 6 dello scorso mese l’articolo de la Repubblica dal titolo: «il “riarmo” porta nuova ricerca e il Politecnico è già al lavoro»[13]. Il proliferare di progetti di ricerca civili-militari (“dual-use”) e gli accordi tra i dipartimenti e lo stato genocida di Israele sono due delle manifestazioni più eclatanti dell’indissolubile legame tra università neoliberale e ideologia imperialista e guerrafondaia.

Nel marzo 2024, trecento docenti, ricercatori e membri del personale tecnico-amministrativo dell’università di Bologna hanno firmato una petizione con cui hanno richiesto l’interruzione immediata dei progetti di ricerca e collaborazione con il gruppo Thales e l’istituto israeliano Technion, perché ancillari rispetto al perpetrarsi del genocidio dei palestinesi e sintomo di una corresponsabilità dell’università di Bologna nelle violazioni dei diritti umani che ogni giorno si consumano nella striscia di Gaza. Da una parte, il gruppo Thales opera nel settore delle tecnologie aerospaziali, in quelle di difesa e sicurezza e nelle tecnologie di identificazione biometrica e di identità digitale. All’interno della petizione, i docenti mettono in evidenza – per dirne una – che “con la compagnia israeliana Elbit System, Thales produce il killer drone Hermes 450, utilizzato dall’esercito israeliano contro la popolazione civile e responsabile della strage dei sette volontari dell’Ong World Kitchen, avvenuta a Gaza il 3 Aprile 2024”[14]. Dall’altra parte, i presentatori della petizione reclamano indignati che l’istituto israeliano Technion è “un’istituzione cruciale per lo sviluppo delle tecnologie utilizzate dall’esercito israeliano contro i palestinesi in azioni regolari e diffuse di sorveglianza, furto di terreni, sfratti ingiustificati, restrizioni alla libertà di movimento e repressione violenta”[15]. Inutile dire che ad oggi questo collaborazionismo non si è fermato, nonostante si sia aperto un tavolo di discussione per una “ricerca etica”. Da marzo 2024 ad oggi, forse UniBo sta ancora cercando di capire cosa significhi “etica” o come far rientrare l’agevolazione del massacro di un’intera popolazione nel significato del termine.  

Per restituire un’immagine complessiva della militarizzazione dell’università più antica del mondo, è inevitabile citare anche i rapporti instaurati tra UniBo e NATO. Nel 2023, l’università di Bologna ha partecipato all’esercitazione “Mare Aperto”, organizzata dalla Marina Militare italiana ma perfettamente inserita nel quadro degli interessi strategici della NATO nel Mediterraneo. Quest’operazione includeva simulazioni ad alto realismo, lotte contro minacce convenzionali e asimmetriche, raid su siti costieri d’interesse, esercitazioni di sicurezza marittima[16]. A questo si aggiunga la preoccupante cooperazione con NATO – ACT (il Comando Alleato Trasformazione della NATO), che, attraverso iniziative come NATO Model Event, istruisce gli studenti a discutere e decidere come reagire in uno scenario di crisi internazionale prefigurato. È così che Unibo si adopera per il “processo di innovazione della NATO”[17], preparando i ricercatori e gli studenti a giustificare le guerre imperialiste della NATO, spacciate per missioni di pace.

Per avere ancora più contezza di quanto la guerra sia una questione dirimente ancora – e soprattutto – oggi, guardiamo gli agghiaccianti dati offerti da Giulio Marcon della campagna Sbilanciamoci: l’Italia è il sesto esportatore mondiale di armi (4,3% del mercato globale), con un +138% tra il 2015 e il 2019. Armi vendute a dittature, mentre i governi si riempiono la bocca di parole come democrazia e libertà

E mentre la spesa militare è aumentata del 61% in 10 anni (ora è al 2% del PIL per rispettare gli impegni con la NATO), quella per università e ricerca è ferma a un misero 1,5% (uno dei più bassi d’Europa). Se l’Unione Europea deciderà di procedere con il ReArm Europe, la spesa militare italiana salirà almeno al 3% del PIL – il doppio di quanto si investe per università e ricerca[18]. Marcon ha mostrato cosa potremmo finanziare, invece: con i 130 milioni necessari per 1 solo cacciabombardiere F35 potremmo avere 6.500 residenze universitarie; con il miliardo necessario per un sottomarino sarebbe possibile assumere per 5 anni 8000 infermieri. Eppure, mentre l’Italia acquista 25 nuovi F35[19], nelle università mancano alloggi, gli affitti sono proibitivi e le condizioni di vita sono disumane.

Di fronte a tutto questo, la domanda è inevitabile: che università vogliamo?

Innanzitutto, per creare un’università diversa è necessario che i fondi statali non siano mai più asserviti alle logiche imperialiste nazionali ed europee. Dunque, vogliamo molti più fondi per università e scuola, per la stabilizzazione dei precari, per la costruzione di nuovi studentati, per un reale diritto allo studio. E, soprattutto, nemmeno un centesimo per il riarmo europeo.

Di fronte ad un’università che ci vuole intellettualmente amorfi, passivi, politicamente docili, rivendichiamo spazi di autogestione, una partecipazione attiva alla didattica, e la volontà di una conoscenza reale, conformata in base ai nostri desideri, non a quelli del mercato. Vogliamo una ricerca libera, avulsa dal mercato bellico e volta alla conoscenza in quanto fondamentale di per sé e necessaria per un avanzamento sociale e umano.

Ritengo che per realizzare queste rivendicazioni sia innanzitutto necessario svegliarci dall’incubo dell’impotenza.

Mark Fisher – in Realismo Capitalista – ha descritto la condizione studentesca con l’espressione “impotenza riflessiva”: pur consapevoli della situazione in cui versano, gli studenti subiscono in silenzio perché ritengono di non avere alternativa. Ed è questa mancanza di prospettiva che porta – a detta del filosofo – la realizzazione del classico fenomeno psicologico della profezia che si autoavvera. Invece di piegarci pedissequamente al potere che ci vuole ingranaggi ben oleati, iniziamo a esercitare il libero arbitrio e a colpire il sistema dello sfruttamento per creare una falla che possa far crollare tutto l’impianto. Mi vengono in mente mille frasi accorate per spingere chiunque legga a una qualsiasi mobilitazione, ma credo sia meglio lasciare la parola a Fisher stesso: “ogni politica di emancipazione deve puntare a distruggere l’apparenza dell’«ordine naturale», deve rivelare che quello che ci viene presentato come necessario e inevitabile altro non è che una contingenza, deve insomma dimostrare che quanto abbiamo finora reputato impossibile è, al contrario, a portata di mano.”[20]

Tengo però a dire un’ultima cosa, per restituire la complessità delle mobilitazioni e delle lotte che si stanno muovendo in questa direzione. Si ricordino, per esempio: le contro-manifestazioni di Potere al Popolo! del 15 marzo e del 6 aprile alle piazze guerrafondaie indette da Michele Serra, con la prossima manifestazione del 21 giugno contro il ReArm Europe (o, mutatis mutandis, “Readiness Europe”), contro la guerra e contro la NATO; lo sciopero del comparto della formazione del 4 aprile; le occupazioni che si stanno susseguendo in vari licei; le manifestazioni per la liberazione del popolo palestinese; lo sciopero del 12 maggio indetto da Assemblea Precaria. Tutti questi percorsi di lotta hanno dato il via ad una mobilitazione che apre le porte alla speranza di costruire davvero quest’alternativa.

Porte che stanno cercando – e forse riuscendo – a serrare con il Decreto Sicurezza, reso Decreto-legge[21] lo scorso 12 aprile con l’ennesimo colpo alle reni della democrazia. Atto che si propone il precipuo obiettivo di annichilire il dissenso, di imporre il silenzio con la minaccia delle carceri e di pene pecuniarie oltraggiose, facendosi beffe della nostra Costituzione antifascista. Mi chiedo, però, cosa spinge il governo a questa feroce repressione. Sarà mica la reazione a un sentimento di paura? E allora, forse, gli unici a non aver chiaro il ruolo determinante che giochiamo attraverso il dissenso e la lotta politica siamo noi.

Per questo, mobilitarci oggi non è un’opzione: è una necessità. Perché, vulnerabili e indigesti, solo uniti possiamo smantellare questo sistema.

Bibliografia essenziale.

F.M. Pezzulli, L’università indigesta, DeriveApprodi, 2024

M. Fisher, Realismo capitalista, Produzioni Nero, 2018

C. Palazzo, Il “riarmo” porta nuova ricerca e il Politecnico è già al lavoro, “la Repubblica”, 6 aprile 2025

A.M. Selini, La collaborazione tra l’Università di Bologna e il complesso militare industriale israeliano, “Altreconomia”, 19 giugno 2024

SIPRI (Arms Transfers Database, Military Expenditure Database); NATO (Defence Expenditure 2023); Eurostat (Education and R&D statistics); Commissione UE (European Defence Fund).

Cooperazione con NATO-ACT, Memorandum d’intesa tra l’Università di Bologna e il Comando Alleato Trasformazione. https://dsps.unibo.it/it/dipartimento/accordi-e-collaborazioni/cooperazione-con-nato-act.

G. Curcio, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, https://osservatorionomilscuola.com/2023/10/05/dossier-unibo-universita-guerra/


[1] Coordinamento Universitario In Rivolta

[2] La nozione di “capitale umano” è stata coniata dall’economista neoliberale e premio Nobel nel 1992 Gary Becker. Non avendo lo spazio, in questa sede, per approfondire la questione, ci limitiamo a dire che Becker concepiva l’individuo come un agente economico razionale, che ha il compito di investire le proprie risorse al fine di aumentare la propria quantità di capitale umano, la quale, sommata al resto del capitale umano detenuto dagli altri componenti della società, produrrebbe un miglioramento del benessere della collettività nel suo complesso. L’effetto di questa teoria sulla concezione del lavoro nel pieno sviluppo della globalizzazione ha prodotto una giustificazione sia morale che economica ai processi di soppressione dei sistemi di protezione sociale. Per un approfondimento, si veda la lezione del 28 marzo 1979 nel corso “La nascita della biopolitica” tenuto al Collège de France da Michel Foucault.

[3]  L. 168/1989, promossa dall’allora Ministro dell’Università e della Ricerca Antonio Ruberti (governo Andreotti VI)

[4] L. 508/1999, promossa dall’allora Ministro dell’Università e della Ricerca Luigi Berlinguer (governo D’Alema I)

[5] Intervista a Giovanni Berlinguer, “la Repubblica”, 01 aprile 1998

[6] Decreto 270/2004, promossa dall’allora Ministra dell’Università e della Ricerca Letizia Moratti (Berlusconi II)

[7] L.240/2010, promossa dall’allora Ministra dell’Università e della Ricerca Mariastella Gelmini (Berlusconi IV)

[8] Trasmissione Rai, Ballarò (gennaio 2011)

[9] Di qui la pubblicità “Sapiens, Fabbrica di saperi”

[10] 9,3 miliardi di fatturato, 32.000 dipendenti

[11] 4,2 miliardi, 10.000 occupati

[12] 1,1 miliardi, 4.000 addetti

[13] C. Palazzo, Il “riarmo” porta nuova ricerca e il Politecnico è già al lavoro, “la Repubblica”, 6 aprile 2025

[14] A.M. Selini, La collaborazione tra l’Università di Bologna e il complesso militare industriale israeliano, “Altreconomia”, 19 giugno 2024

[15] Ibidem

[16] G. Curcio, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, https://osservatorionomilscuola.com/2023/10/05/dossier-unibo-universita-guerra/ Per un approfondimento sugli altri progetti organizzati da Unibo con la NATO guardare il sito indicato

[17] Cooperazione con NATO-ACT, Memorandum d’intesa tra l’Università di Bologna e il Comando Alleato Trasformazione. https://dsps.unibo.it/it/dipartimento/accordi-e-collaborazioni/cooperazione-con-nato-act. Per approfondire altri progetti organizzati da Unibo con la NATO guardare il sito indicato

[18] Fonti: SIPRI (Arms Transfers Database, Military Expenditure Database); NATO (Defence Expenditure 2023); Eurostat (Education and R&D statistics); Commissione UE (European Defence Fund).

[19] DPP (Documento Programmatico Pluriennale per la Difesa) 2024-2026

[20] M. Fisher, Realismo capitalista, Produzioni Nero, 2018, pag. 51

[21] Decreto-legge 11 aprile 2025, n. 48

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«Al lupo al lupo»? Caso Minghetti e clima repressivo: I tempi cambiano e qualcuno se ne accorge. Ma è davvero in atto una stretta repressiva o stiamo sprecando fiato? [di Tito R. e Collettivo Minghetti]

Al lupo al lupo?

Caso Minghetti e clima repressivo: i tempi cambiano e qualcuno se ne accorge. Ma è davvero in atto una stretta repressiva o stiamo sprecando fiato?

Martedì 18 marzo: Liceo Minghetti occupato.

Mercoledì 26 marzo, mattina: Sui giornali appaiono notizie di denunce e sei in condotta per 12 studenti. Restiamo completamente all’oscuro per tutto il giorno, non viene pubblicata nessuna circolare.

Mercoledì 26 marzo, pomeriggio: organizziamo un’azione davanti alla nostra scuola per ricevere chiarezza sui temi. Il Preside non dà risposte.

Giovedì 27 marzo: i genitori convocano autonomamente una riunione, alla quale partecipano in più di 150. Indiciamo un appello alla cittadinanza per ritirare le sanzioni.

Venerdì 28 marzo: cogliamo l’opportunità e leggiamo un comunicato alla fine di uno spettacolo teatrale. Raccogliamo sempre più consensi.

Sabato 29: l’appello raggiunge le 6500 firme. Arrivano lettere in sostegno da diverse realtà.

Martedì 1 aprile: chiamiamo una conferenza stampa di fronte al nostro Liceo.

Martedì 8 aprile: raggiungiamo le 15.000 firme.

Giovedì 10 aprile: si concludono i Consigli di classe straordinari. Due studenti vengono sanzionati, gli altri 5 assolti. Non ci è ancora dato sapere chi di noi ha ricevuto la denuncia.

L’azione forte che abbiamo portato avanti come Collettivo Minghetti, la scelta di occupare il nostro Liceo, è il grido di rabbia verso quella che il ministro Valditara svende come la “scuola del futuro”: scorre davanti ai nostri occhi un fiume di bugie di fronte al quale non possiamo più stare in silenzio. Una linea, quella Valditara, volta unicamente all’inasprimento della divaricazione sociale, e che a noi, più che del futuro, pare solamente essere la perfetta rappresentazione di un presente reazionario e classista.

Accanto alla scuola di Valditara, con la riforma 4+2 dei tecnici-professionali, l’alternanza scuola-lavoro, ora PCTO, vediamo un piano agghiacciante di riarmo europeo, che sarà sostenuto da un fondo di 800 miliardi finalizzati alla spesa bellica e conseguente taglio all’istruzione. A seguito di un lungo percorso che ci vede come protagonisti in scioperi, azioni, manifestazioni e mobilitazioni studentesche, abbiamo agito in maniera forte, netta. Non è la prima volta che succede, nella nostra scuola. Non è la prima volta che gli studenti portano la politica nelle mura del Liceo, non è la prima volta che si confrontano, che mostrano sdegno e rabbia. Eppure, qualcosa è andato diversamente. Denunce, consigli di classe straordinari, sospensioni. Una sola parola: repressione.

Questa, troppo spesso nominata distrattamente e accompagnata da riflessioni prive di reale riscontro, si è invece eretta e scagliata in tutta la sua concretezza su un gruppo ristretto di circadieci studenti, ritenendo giusto e doveroso che fungessero da exemplum agli altri di noi presenti durante le giornate di occupazione.

Le decisioni del Preside, lo sappiamo, creano un sentiero di briciole che conduce alle porte del Ministero: premiando la soggettività, annientando chi alza la testa, zittendo le voci fuori dal coro. La barbarie consumatasi nell’ecosistema scolastico in cui viviamo si è plasmata in maniera proporzionale, nella forza e nell’entità, all’ambiente in cui è stata esercitata: riteniamo infatti che questo sopra citato non sia un episodio da analizzare in maniera acritica e sradicata dal contesto politico attuale, bensì come un figlio sano del nostro tempo, collocato naturalmente, come un tassello di puzzle, nella scena politica. L’astrazione quindi è doverosa per annoverare l’episodio della nostra scuola in una rete più ampia di politiche autoritarie e repressive, in un periodo storico dove si percepisce un cambiamento di tendenza nei rapporti fra il governo e i cittadini.

Ciò che abbiamo vissuto è solo l’eco di una politica che mina le piazze e la libertà del dissenso del nostro Paese.

La maggior parte di noi, durante i pomeriggi di fermento, ha assistito al becero spettacolo del dialogo fra le istituzioni scolastiche e la componente studentesca: l’ossimoro chiaro fra le rivendicazioni estremamente concrete del collettivo e le risposte vaghe e prive di sostanza del Preside, che più volte ha trasformato il colloquio in una vera e propria interrogazione su temi di cittadinanza attiva, sono state l’esempio lampante di come la cultura oggigiorno diventi, per la classe dirigente, un mezzo per tarpare le ali e chiudere la bocca. Il sapere non è più funzionale ad emancipare e formare individui verso una conoscenza di valore e una coscienza critica personale e collettiva, ma a umiliare sul piano strettamente individuale. Propone concorrenza, richiede altissima preparazione e stanca profondamente. Inoltre, lo abbiamo visto con numerose dichiarazioni del Premier Giorgia Meloni, la storia e l’insegnamento che essa porta con sé possono essere dirottati, falsificati, modificati, plasmati, ottenendo un’informazione liofilizzata, errata e marginale, che diseduca e demoralizza profondamente.

La verità è che il nemico che ci si pone davanti, come è stato detto, non è sostanza ipotetica, metafisica, lettere in fila una dietro l’altra, aeree speculazioni, ma ha le unghie per ferire, i denti per strappare. La libertà che ci viene insegnata come sostantivo femminile singolare si radica nella Costituzione, ma non assume nessun valore nell’impostazione puramente teorica degli articoli (non fraintendiate, importantissimi), quanto più nella sua reale applicazione. Dandole concretezza, questa si spinge nelle strade, nelle menti, nelle case, nei teatri e nella televisione.

Il significato astratto di quest’ultima tuttavia è debole, labile, può essere inquinato, modificato, distorto. E va sorvegliata, la libertà, perché è bene prezioso. Con essa torna il senso forte di appartenenza alla nostra democrazia, torna il dissenso come esaltazione di quest’ultima, e soprattutto emerge abbagliante la verità: la libertà, raccolta sui monti, sudicia, ferita, da partigiani della nostra età, li ha visti sacrificati ad una guerra che non avrebbero voluto, ma per la quale non esisteva altra soluzione. Giovani di diciassette, diciotto, venti anni hanno liberato il nostro paese, perché “se noi ci accontentassimo della Libertà in senso astratto, la Libertà diventerebbe una conquista fragile e poi non sarebbe goduta da tutto il Popolo Italiano, perché non può considerarsi libero.” (S. Pertini)

Abbiamo il dovere di essere forti, il dovere di lottare e il dovere di conoscere, sia se il coro sarà flebile, sia se il coro (ci auspichiamo) farà crollare le misere pareti di questa ormai traballante democrazia.

Collettivo Minghetti

Queste le parole e le riflessioni del collettivo studentesco del Liceo Minghetti. Per spiegare i motivi dell’indignazione che questa vicenda ha suscitato in una significativa porzione della comunità civica bolognese -il numero di firme raccolte parla da sé- bisogna chiarire il contesto nel quale i fatti si sono svolti: il Liceo Minghetti è uno dei due licei classici di Bologna ed eredita una tradizione d’impegno politico di sinistra e di ampia partecipazione studentesca. La lunga storia delle sue occupazioni mostra la tendenza a una ricomposizione gestita internamente, dal corpo docenti e dagli studenti insieme, adottando pratiche di auto-disciplina.

Come riportato dal Collettivo Minghetti, quest’anno la reazione del dirigente è stata invece di minacciare sospensioni, 6 in condotta e denunciare alcuni studenti, scelti in modo arbitrario, a titolo individuale. Gli sviluppi della vicenda, con l’agitazione degli studenti e i tempi necessari dei consigli di classe (unico soggetto dotato di facoltà sulle sanzioni disciplinari, come disciplinato dal DPR 249 del 1998 e come spesso si dimentica), hanno visto solamente due studenti sospesi. Sulle denunce rimane ancora un alone di mistero: il preside non ha comunicato nulla né pubblicamente né ai diretti interessati.

Le conseguenze dell’occupazione di quest’anno, a prescindere da come sia andata a finire tra denunce e sanzioni disciplinari, significheranno condizioni diverse per gli studenti degli anni prossimi: dovranno misurarsi con un precedente ingombrante, di evidente severità, e occupare richiederà, oltre che coraggio in più, un salto di consapevolezza.

Provando a predire gli sviluppi, si può pensare che forse discuteranno di più, troveranno argomentazioni più valide a sostegno delle loro idee e della scelta dell’occupazione come manifestazione del dissenso. Misurandosi con limiti più severi sapranno, forse, formare consapevolezze radicate o compiere scelte radicali…forse, insomma, capiranno come confrontarsi con l’autorità in maniera seria.

Forse succederà questo, o forse avranno semplicemente paura: della denuncia, della sospensione, di perdere treni e di rischiare troppo. “Non romperanno più i coglioni”. Passeranno meno tempo riuniti in collettivo e sceglieranno più spesso di divertirsi, invece che pensare alla politica. Forse, quindi, saranno innocui e disciplinati. L’equilibrio tra questi esiti è fragile e imprevedibile. Le motivazioni che hanno guidato dirigente, professori e studenti in questa vicenda difficili da giudicare. Si potrebbe ridurre tutto al gioco delle parti tra studenti e preside, all’invadenza dei genitori, all’irrequietezza degli studenti. Eppure, vi sono alcuni elementi, alcuni fatti, che sembrano suggerirci la necessità di allargare la prospettiva oltre la dimensione specifica del Liceo Minghetti e prendere sul serio quello che è successo. Alcuni elementi suggeriscono infatti la costruzione intenzionale d’un ambiente repressivo e autoritario, con precisi strumenti giuridici e con precise scelte politiche.

Per quanto riguarda il mondo della scuola, si citano due azioni dell’operato di Valditara: una circolare del febbraio 2024 e il decreto-legge d’ottobre 2024. Questi due testi, diversi nel valore e nel merito, sono significativi proprio perché in modi diversi mirano allo stesso obiettivo, che è l’inasprimento del disciplinamento e delle misure sanzionatorie nei confronti degli studenti. Testo privo di forza di legge, la circolare amministrativa si propone di indirizzare l’operato dei funzionari, e la nota 485 del 5 febbraio 2024, invitava a verificare estremi per le denunce, calcolare i danni economici e farli pagare agli studenti responsabili.

Il disegno di legge 1830, approvato il 25 settembre 2024 e conosciuto con il nome del ministro, oltre a introdurre il voto numerico per la condotta e l’automatica bocciatura con il 5, fondava l’impegno politico di provvedere “alla revisione della disciplina in materia di valutazione del comportamento delle studentesse e degli studenti” al fine di “ripristinare la cultura del rispetto, di affermare l’autorevolezza dei docenti delle istituzioni scolastiche… di rimettere al centro il principio della responsabilità e di restituire piena serenità al contesto lavorativo degli insegnanti…”. Pur prendendo i fini in buona fede, il senso delle invocate culture di rispetto e autorevolezza ha tutt’altra origine che nella disciplina delle valutazioni del comportamento, riformata o inasprita quanto si vuole.

È invece più recente la promulgazione con decreto-legge delle discusse norme sulla sicurezza. Dopo più di un anno di discussione parlamentare, mobilitazione di membri della società civile e riscontri costituzionali dal Quirinale, è stata infatti votato in consiglio di ministri il D.L. 48/2025. Modo e merito dell’operazione sono discutibili e pericolose. Per il modo, c’è chi ha parlato di “golpe burocratico”: come minimo è stato un gesto autoritario di governo. Per il merito, e dunque per il contenuto della legge, nonostante siano stati accolti i riscontri di possibili incostituzionalità del Presidente della Repubblica, è rimasto l’impianto autoritario e repressivo, tra fattispecie di reato nuove e inasprimento delle sanzioni per reati già esistenti. Si può prendere ad esempio la novità della “occupazione arbitraria di immobili destinati a domicilio altrui” e l’inasprimento delle sanzioni per deturpamento o imbrattamento di “beni mobili e immobili adibiti all’esercizio di funzioni pubbliche”. Non potendo citare e analizzare in questa sede ogni articolo, si lascia a titolo riassuntivo la citazione dell’associazione Antigone, che lodefinisce “il più grande attacco alla libertà di protesta della storia repubblicana”. E non possiamo non notare che è in questo contesto che si rende possibile la scelta indubbiamente repressiva e la politica di imposizione della disciplina da parte del dirigente d’una scuola tradizionalmente “politicizzata” e abituata all’auto-disciplina nei casi d’occupazione.
Insomma, succede che un preside prenda scelte appropriate all’aria, viziata dalle precise scelte politiche di cui si scriveva poc’anzi, che gli viene detto di respirare e di far respirare. E quindi si ritorna alla domanda iniziale: stiamo sprecando fiato? Stiamo perdendo tempo a parlare di questi episodi? Stiamo esagerando fatti normali, abituali, e delle scuole e della politica parlamentare italiana? Assuefatti e disorientati, potremmo credere che sia così.
D’altronde, lo squilibrio di potere nelle dinamiche politiche a favore del governo e l’adozione massiccia di strumenti legislativi d’origine esecutiva sono prassi da anni. D’altronde, la prassi punitiva degli studenti che “sbagliano” rientra tra i compiti “educativi” delle scuole da tempo immemore. Forse, in fin dei conti, non sta accadendo nulla di grave e le cose che succedono in questi giorni sono le stesse cose che sono sempre successe.

Forse, quindi, stiamo inconsapevolmente mettendo in scena la rappresentazione della favola “al lupo, al lupo”.

Nell’incertezza di questi dubbi, che è bene tenere sempre vivi in quanto insuperabili strumenti legittimanti critiche convinte e radicali, l’unica chiave di volta sembra essere l’affidamento ai fatti, osservati, valutati e analizzati in una prospettiva più ampia e critica possibile. E i fatti che abbiamo brevemente considerato sono da intendersi come particolarmente gravi sotto due prospettive simili e complementari, cioè sia perché significano un cambiamento, sia perché ne rendono possibili altri.
La mortificazione del dialogo parlamentare e democratico avvenuta con la decretazione d’urgenza delle nuove norme di sicurezza significa un cambiamento sia nella forma, e dunque nei modi della legislazione, che nei contenuti della legge. Infatti, se non è certo la prima volta che si adotta la decretazione d’urgenza per superare un’impasse parlamentare, tale scelta, legittima, sembra assumere inaudita e inedita gravità quando tronca un lungo e ricco dialogo democratico tra opposizioni, maggioranza, membri della società civile e Quirinale.
E, prendendo un esempio dai tanti contenuti del decreto- legge, se non è certo una novità la difesa dell’operato delle forze dell’ordine da sanzioni e procedure, lo è l’istituzione di un credito di diecimila euro a sostegno delle spese legali d’ogni membro delle forze dell’ordine che si trovi sotto processo, per ogni grado di giudizio.
Dunque, ciò significa innanzitutto un cambiamento delle cose, perché si è mortificata ulteriormente la prassi parlamentare e perché si è scritta una nuova legge, e poi che ne sono resi possibili altri, perché si stabilisce un precedente e si dota di nuovi e più sicuri strumenti la prossima- potenziale- stretta repressiva o autoritaria.
Fatte le dovute proporzioni, la dinamica dei fatti e delle potenzialità è simile a livello nazionale e bolognese, cioè sono simili le vicende della nuova legge sulla sicurezza, il modo in cui è stata promulgata e le sue conseguenze certe e possibili, e la punizione e il disciplinamento del preside in seguito all’occupazione del Liceo Minghetti, per il modo autoritario in cui è stata gestita e per le sue conseguenze certe e possibili.
E qui sta il senso di questo commento, che vuole essere una nota a margine di alcuni degli ultimi eventi politici e di cronaca. Partendo dalla considerazione che siano in atto dinamiche repressive e autoritarie, più o meno evidenti e pericolose a seconda della sensibilità dell’osservatore, risulta sempre più necessario interrogarsi e dubitare, riflettere e analizzare, scrivere e discutere senza paura di sprecare fiato.

È necessario infatti riscaldare la voce, affinarla e renderla più arguta, prepararla insomma, perché pure accettando che di lupi veri e propri ancora non ce ne sono, è possibile che ce ne saranno, in un futuro molto prossimo. Ce lo dicono i fatti: più o meno consapevolmente, si sta preparando il terreno ai lupi di domani. In conclusione, si propongono le calzanti parole di Anna Cocchi, presidentessa ANPI Bologna, pronunciate in Piazza del Nettuno per celebrare l’ottantesimo Anniversario della Liberazione: “Non è vero che non cambia mai nulla. Le cose stanno cambiando. E in peggio”.

A tutti noi notarlo e farlo notare.

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