Erbe, animali e cieli nella gabbia. Lettere dal carcere di Rosa Luxemburg tra 1915 e 1918 [di Stańczyk]

Un ardente desiderio di primavera. Erbe, animali e cieli nelle lettere dal carcere è una raccolta di lettere dal carcere scritte da Rosa Luxemburg tra il 1915 e il 1918, curata da Danilo Baratti e Patrizia Candolfi e pubblicata da Edizioni Casagrande nel 2025.

Rosa Luxemburg (1871-1919) è stata in carcere per le sue idee politiche per circa quattro anni della sua vita. I periodi di detenzione iniziarono quando aveva trentatré anni, nel 1904, e la accompagnarono a intermittenza fino a poco prima della sua morte, sopraggiunta nel gennaio 1919, quando fu assassinata dai Freikorps al servizio del governo socialdemocratico di Ebert. Nove carceri diverse, certune più umide e anguste, altre più spaziose e luminose, sono state alcuni dei luoghi delle riflessioni politiche della rivoluzionaria. Ma Rosa Luxemburg possedeva un lato che all’epoca passava inosservato, un lato privato, discosto dalla personalità incendiaria che caratterizzava i suoi discorsi pubblici. Amava piante, animali e condividere ore all’aperto con altri compagni e amici.

La primavera scorsa avevo ancora un compagno in queste passeggiate: Karl L[iebknecht]. Forse sa come ha vissuto per molti anni: solo parlamento, sedute, commissioni, colloqui, sempre di corsa, sempre in movimento, saltando dal treno urbano al tram e dal tram all’auto, con tutte le tasche strapiene di taccuini di appunti, con le braccia cariche di giornali appena comprati, che non poteva avere il tempo di leggere, corpo e anima coperti di polvere di strada, eppure sempre con quel sorriso amabile e fresco sul viso. La scorsa primavera lo avevo costretto a prendersi una piccola pausa, a ricordarsi che c’era un mondo oltre al Reichstag e alla Camera dei rappresentanti di Prussia, e aveva bighellonato più volte con Sonja [Liebknecht] e me nei campi e nei giardini botanici. Felice come un bambino davanti a una betulla con i giovani amenti![1]

Sicuramente la nostra generazione ha in qualche modo perso questa capacità di contemplare i fiori, i prati, i boschi e ascoltare il cinguettio degli uccelli e il gracidio delle rane. Quante volte passare una giornata nella “natura”, è stato valutato come un evento d’eccezione? Del passo soprastante, colpisce la nostra maggiore affinità con Karl Liebknech, sempre impegnato a rincorrere la politica dei maschi dentro il Reichtag, piuttosto che con Rosa Luxemburg, teorica, insegnante e felice perdigiorno dei parchi botanici. Purtroppo, la terra, le bestie e i fiori, non suscitano più molto interesse, e quando lo suscitano è un sentimento da esteti. È sincero quando si tratta di qualcosa di domesticato, contenibile, che miagola e abbaia, o di qualcosa che è ordinato, tagliato e tracciato secondo le piccole astuzie dello Schablone. Il desiderio di sdraiarsi biotti a contatto diretto con l’erba è cinematografico e si sente la necessità di proteggersi dalla crudeltà dei suoi fili con delle coperte per evitare di irritarsi la pelle e sporcarsi i vestiti. Il prato è diventato un letto di fachiro. Ai Giardini Margherita, che non è che una pozza di prato siringato, non si interagisce con gli alberi, non si conoscono i nomi delle piante, né si ha qualche conoscenza del Popolo dell’erba.[2] La questione però è più complessa, e non riguarda solamente l’incapacità di chiamare le cose con il proprio nome. Personalmente, non credo sia fondamentale sottomettersi al regime della nomenclatura scientifica per rivolgere uno sguardo verso le piante. Io mi riferisco ad un altro tipo di mancanza, una mancanza che è circoscritta al rapporto di interazione degli individui con la flora e la fauna, un’interazione più riservata, che ora esiste solamente in una sua versione diminuita. Il problema si potrebbe risolvere con la semplice considerazione che abbiamo ereditato un mondo che non prevede che tale esperienza sia necessaria, un mondo impacchettato senza nastri né istruzioni per l’uso, uno spazio con delle regole che non riusciamo a cambiare in virtù della loro arcaicità. È però proprio nella loro spaventosa vecchiezza che individuiamo incoscientemente l’autorevolezza che le rende longeve e valide ancora, anche se hanno poche decine di anni. Si direbbe che ci vada bene così e che non abbiamo voglia di cambiare, o che non possiamo farlo per l’eccessiva compartimentalizzazione con cui sono pensate le vite. Tuttavia, c’è qualcosa di profondamente inquietante in questo: si tratta della consapevolezza di essere esclusi da un laboratorio esperienziale generatore pace e di comprensione della realtà, neghiamo a noi stessi una forma di medicina gratuita, la ricetta di una torta dolce ma senza zucchero. Pensare che un’orda di Mus bibliothecarius non sappia distinguere un ratto da un topo o che non abbia la certezza di quanto sia morbida una bruga ad aprile mi lascia disfatto. Però questo non vuole essere un banale invito a uscire dalla biblioteca del dipartimento per riappropriarsi di qualcosa che non è più nostro, no, questo è un consiglio che mi guarderei bene dal dare, soprattutto agli antropologi e alle antropologhe. In questo senso, effettivamente, la mia riflessione manca di prospettiva. Diciamo che è piuttosto un capriccio ricorrente che sopraggiunge quando a gennaio, da questa città disumana guardo verso le Alpi, sperando di scorgerne i profili argentati senza vederli mai. Per fortuna ho genuinamente trovato consolazione nel leggere le lettere di qualcuno che ha saputo mettere in parole questo amore personalissimo per flora e fauna. È Rosa Luxemburg.

Queste parole d’amore le ho trovate in alcune lettere scritte tra 1915 e 1918, anni che passò per la maggior parte in carcere a causa della protesta antimilitarista e contro i crediti di guerra. Le lettere sono raccolte in un libretto lilla, curato da Danilo Baratti e Patrizia Candolfi, intitolato Un ardente desiderio di primavera. Erbe animali e cieli nelle lettere dal carcere (2025) che, come si evince dal sottotitolo, si concentra su un aspetto della vita della rivoluzionaria che esula dall’impegno politico. Queste lettere mettono in risalto la dimensione privata di Luxemburg, sottolineando il modo in cui si interfacciava alle compagne imprigionate, agli amici e alle amiche che erano liberi, rivelando i modi originali di parlare di ingiustizie, del dolore e della gioia di umani e animali dimostrando una sensibilità profonda alla base della sua lettura della realtà. Il libro non mostra in maniera riduttiva chi è l’autrice, al contrario, aggiunge dei dettagli alla costellazione luxemburghiana permettendo di far emergere, tra le identità che coabitano in lei, quella più discosta che ci è dato conoscere. Le lettere rivelano la rete di cui faceva parte, mostrano il contesto in cui operavano i rivoluzionari e le rivoluzionarie degli anni Dieci, raccontando quali fossero le persone di cui si fidava, nonché la sua capacità di usare stili di scrittura agitati che seguivano tuttavia il ritmo dell’altra e dell’altro.

Il testo è avviato da una introduzione che circoscrive il contesto politico e biografico all’interno del quale sono state scritte le lettere. Al centro c’è lo sguardo di Luxemburg rivolto verso l’esterno, obliquo alle sbarre, dal quale emergono i ricordi delle passeggiate tra i prati del Südende o nelle vegetazioni del parco botanico di Berlino e che si mischiano all’esperienza della flora e della fauna carceraria. Dai testi emerge l’empatia e la sensibilità nei confronti degli alberi, dei fiori e delle bestie. Sono questi tratti caratterizzanti che hanno fatto parlare di lei come della prima ecofemminista, o come un antispecista ante litteram. Sono tutte qualità che sembrano opporsi all’intransigenza e alla severità della Luxemburg teorica politica e militante «senza partito»[3], in contrasto sia col bolscevismo che con la socialdemocrazia tedesca, capace di litigare spesso e di rompere rapporti politici importanti, ma io non sono d’accordo, non c’è un vero contrasto. La trappola in cui facilmente si cade è leggere figure quali Luxemburg come icone dell’assoluto, quando, al contrario, come gli altri esseri umani la sua personalità è caratterizzata da un intreccio di contraddizioni, da pozzanghere d’ambiguità che bisogna abituarsi ad attraversare. C’è un passaggio denso d’ironia, in una lettera a Sophie Liebknecht del maggio 1917, che restituisce questa dimensione di complessità del personaggio che mi ha colpito:

Naturalmente devo essere malata se tutto adesso mi sconvolge così profondamente. Oppure, sa? A volte ho la sensazione di non essere affatto un vero essere umano, ma un uccello o qualche altro animale in forma umana non riuscita; nel mio intimo mi sento molto più a casa in un angolo di giardino come questo[4] o in un campo in mezzo all’erba e ai bombi che non a un congresso di partito. A lei posso dirlo tranquillamente: non andrà subito a sospettare un tradimento al socialismo. Lei sa che spero di morire ancora sulla breccia: in una battaglia di strada o in prigione. Ma il mio io più profondo appartiene alle cinciallegre e ai “compagni”. E non perché io, come molti politici interiormente falliti, trovi nella natura un rifugio, un luogo di riposo. Al contrario, anche nella natura trovo a ogni passo tanta crudeltà che ne soffro molto.[5]

Anche la natura è faticosa e spietata, sia da guardare che da ascoltare. Werner Herzog in un’intervista sostiene che nella foresta si osserva l’oscenità del mondo, la sua infamia e la sua viltà, ed è il punto in cui osservare la miseria, la stessa che circonda gli esseri umani.[6] Cosa c’è di bello in un agnello sgozzato da un lupo o nel cadavere assolato e putrescente di una capra fulminata durante un temporale? Lei prova a combatterla, cerca di salvare uno scarabeo stercorario mangiato vivo dalle formiche, prova a fermare una violenza che era già scritta, e si consumerà suo malgrado. Questa “natura” assume quindi per Luxemburg un duplice ruolo. Da un lato, non si può negare, vi si rifugia e vi osserva la bellezza delle cose, dall’altro, specularmente, le serve come via d’accesso alle crudeltà del mondo che, indipendentemente dal suo volere, si consumeranno incessantemente fornendole, forse, la porta d’entrata del mondo che sta fuori.

Le lettere sono piene di immagini forti di questa malvagità, non solo delle malvagità presenti nel regno animale non umano, ma anche di quella che si esprime con l’oppressione operata dall’uomo nei confronti degli animali. In una delle ultime lettere Luxemburg descrive una scena osservata nel cortile del carcere di Breslava nell’inverno del 1917. L’immagine, riprodotta fedelmente anche da Margarethe von Trotta nel film Rosa L., vede due bufali rumeni presi a frustate fino a sanguinare.

Nel cortile dove passeggio arrivano spesso carri dell’esercito, stracarichi di sacchi o di vecchie casacche e camicie militari, spesso macchiate di sangue…, e vengono scaricate qui, distribuite nelle celle, rattoppate, poi caricate di nuovo e riconsegnate all’esercito. L’altro giorno è arrivato uno di questi carri tirato da bufali invece che da cavalli. Per la prima volta ho visto questi animali da vicino. Sono più grossi e robusti dei nostri buoi, con teste appiattite e piatte corna ricurve, un cranio dunque più simile a quello delle nostre pecore, completamente neri e con grandi, dolci occhi neri. Vengono dalla Romania, sono trofei di guerra… […] Sono stati bastonati orrendamente finché hanno imparato che hanno perso la guerra […] abituati ai ricchi pascoli della Romania ricevono ora un foraggio misero e scarso. Vengono sfruttati senza pietà per trainare tutti i carichi possibili e si logorano presto. – Dunque, qualche giorno fa, è arrivato un carro pieno di sacchi, accatastati così alti che i bufali non potevano varcare la soglia della porta carraia. Il soldato che li accompagnava, un tipo brutale, ha iniziato a picchiare gli animali con il manico della frusta, tanto che la guardiana l’ha apostrofato chiedendogli indignata se proprio non avesse un po’ di compassione per gli animali. «Anche di noi uomini nessuno ha compassione», ha risposto con un sorriso cattivo, colpendoli ancora più forte… Gli animali hanno dato infine uno strattone e hanno superato l’ostacolo, ma uno sanguinava… Sonitschka, la pelle del bufalo è proverbiale per spessore e resistenza, ed era lacerata. Durante l’operazione di scarico gli animali, esausti, se ne stavano muti, e uno, quello che sanguinava, guardava davanti a sé con un’espressione, nel volto nero e negli occhi neri e dolci, come di un bambino che ha pianto a lungo. Era esattamente l’espressione di un bambino che è stato punito duramente e non sa per cosa né perché, non sa come sfuggire al supplizio e alla violenza bruta… Mi sono messa davanti a lui e l’animale mi ha guardata, mi sono scese le lacrime – erano le sue lacrime; non si può fremere più dolorosamente per il fratello più amato di quanto non fremessi io, impotente, davanti a quella sofferenza muta.[7]

Indipendentemente da come viene interpretato questo passo, in cui si può leggere una metafora dell’oppressione della classe operaia da parte dei padroni, o degli schiavi da parte degli schiavisti, è importante sottolineare la capacità di Luxemburg di percepire il dolore degli altri e la crudeltà delle leggi che governano il mondo, la spirale del capitale che si espande nella sua libertà costrittiva e che riguarda sia i rapporti tra umani che i rapporti tra umani e non umani. Questa crudeltà genera profonda infelicità, che la accompagna a singhiozzi durante la prigionia. Ai suoi interlocutori difficilmente parlava delle condizioni del carcere, o della tristezza che provava rinchiusa dietro le sbarre, di fatto le lettere sono spesso felici, o tragicomiche. C’è un’eccezione però, su cui mi va di calcare, ovvero la corrispondenza intrattenuta con Hans Diefenbach, un medico e compagno, con il quale lascia uscire il profondo sconforto. Alla dolcezza della compagnia dei fiori e degli uccelli, si opponeva una forte sofferenza, in particolare durante i rigidi inverni. Ad Hans racconta del senso di depressione, solitudine ed impotenza che la schiacciava per lunghe ore nel suo letto di prigioniera. Scrive: «[…] nel mezzo del mio equilibrio faticosamente costruito, ieri, prima di addormentarmi, sono stata di nuovo assalita da una disperazione molto più nera della notte. […] Nel frattempo combatto i diavoli dentro di me come Lutero, con il calamaio».[8] O ancora, sempre a Diefenbach: «Hänschen, sta dormendo? Eccomi qui con un lungo stelo di paglia per farle il solletico all’orecchio. Ho bisogno di compagnia, sono triste, voglio confidarmi. In questi giorni sono stata cattiva, e quindi infelice e quindi malata»[9]. Eppure, anche nell’angoscia, e nell’agonizzante oscurità della fortezza, Luxemburg scopre una forza interiore, una sua insita capacità di provare gioia, generata in un luogo segreto, di cui nemmeno lei conosce la localizzazione. Scrive a Sophie Liebknecht nel dicembre del 1917:

Io giaccio lì, sola, in silenzio, avvolta nei molteplici panni neri dell’oscurità della noia, della privazione di libertà, dell’inverno – eppure il mio cuore palpita di un’incomprensibile, sconosciuta gioia interiore, come se camminassi su un prato fiorito nella luce radiosa del sole E sorrido nel buio alla vita, come se conoscessi qualche segreto magico che sbugiarda tutto il male e la tristezza e li trasforma in puro splendore e felicità.[10]

E questa felicità emerge sempre nel rapporto con le piante e con gli animali e nelle ore passate seduta al suo scrivano a lavorare agli erbari, prodotti con fiori e piante da lei coltivate o, come nella maggior parte dei casi, donategli da chi la visitava. In quasi tutte le lettere, infatti, dedica dello spazio ad alcune richieste, che non riguardano solamente libri o vestiti, ma anche semi per poter coltivare le piante oppure foglie e fiori di specifiche specie da far essiccare per poi arricchire i suoi lavori.[11] Credo che nel suo stretto rapporto con la natura, al contempo spontaneo e scientifico, si intraveda una necessità di tenere il mondo umano a una certa distanza, concentrandosi sul suo piccolo giardino privato, che rappresentava un contraltare alle bestialità degli uomini e a quella dimensione di natura più grande e incomprensibile. Quel piccolo fazzoletto di prato che le era permesso lavorare a Wronke era la sua casa sull’albero, un eterotopia in cui sedersi con calma, distante dai grovigli delle foreste, e dai macabri fossi e delle Fiandre, un artificiale luogo dove la cattiveria non poteva entrare e in cui aveva il completo controllo.

Nella parte finale del libro sono allegate sedici tavole scelte dai suoi erbari che rappresentano le piante citate nelle lettere tradotte dai curatori. Da questi fogli d’erbario si può estrapolare il metodo utilizzato dall’autrice per la conservazione e la catalogazione. Queste piante sono rappresentative della vegetazione della fascia climatica della regione polacco-germanica in cui Luxemburg aveva passato quegli anni. Il botanico Nicola Schoenenberger, nella parte conclusiva del libro, con un breve saggio che introduce una riflessione sugli erbari come fonte per la storia del clima, fa delle considerazioni sui luoghi in cui viveva Rosa Luxemburg e in cui crescevano le sue piante.

Shoenenberger ci racconta che questi erbari furono creati con rigore seguendo la metodologia scientifica del sistema di classificazione delle piante del botanico tedesco August Wilhelm Eichler (1839-1887) illustrato in un trattato del 1880. All’autrice bisogna anche attribuire un certo grado di precisione nell’identificazione delle specie poiché raramente si sbaglia, mentre le famiglie identificate risultano sempre azzeccate, come lo sono le note sulle piante che compongono il documento. Ragionando sul valore di questi oggetti, la prima annotazione di Schoenenberger è la seguente: «un campione d’erbario con data e luogo è […] la prova fisica immediata della presenza di una specie in un posto e un momento precisi» e questo ha già di per sé un valore scientifico.[12] Un esempio riguarda il fatto che molte delle specie collezionate da Luxemburg e che allora rappresentavano delle piante e dei fiori molto comuni, nei seguenti cent’anni sono diventate specie rare o minacciate. L’erbario, quindi, è in primis una fonte che ci permette di comprendere la storia del clima e della diffusione e dei cambiamenti di habitat di molte piante e il lavoro di Luxemburg, avendo anche una certa autorevolezza, aiuta chi lo consulta a muoversi nella storia della flora regionale della Germania e della Polonia di inizio Novecento. Un esempio concreto è la saxifraga granulata colta da Gertrud Zlottko nel quartiere di Südende di Berlino e portata a Luxemburg nel centro di detenzione. Si tratta di un fiorellino allora molto comune e che oggi è specie protetta poiché in pericolo d’estinzione. Schoenenberger prosegue dicendo che servendosi del suo erbario si possono anche comprendere alcuni cambiamenti del clima attraverso la data di fioritura della pulsatilla a Weimar, che oggi sarebbe già in frutto a inizio aprile, mentre nell’erbario di Luxemburg venne colta il 9 aprile del 1915 in piena fioritura. L’ultimo esempio preso in esame da Schoenenberger è la presenza tra le pagine dell’erbario del luppolo del Giappone, di cui Luxemburg registra molto verosimilmente una delle prime testimonianze in Polonia.  Questo luppolo fu introdotto a Parigi a fine Ottocento e a partire dagli anni Dieci divenne molto comunemente coltivato su graticci e pergolati. Partendo da queste considerazioni, quello che il botanico si propone di fare è utilizzare gli erbari come una fonte su cui sono registrate le informazioni degli ecosistemi delle prigioni in cui l’autrice era rinchiusa, comprenderne le umidità e le esposizioni al sole, il ritmo dei venti e l’altitudine. Le piante che compongono gli erbari, infatti, quando non donate dai visitatori, appartenevano ai cortili delle prigioni, o ai prati direttamente limitrofi alle fortezze. In una certa misura, ricostruendo la geografia della flora attraverso queste fonti, è possibile ricostruire il mondo naturale che vide lei dalla sua cella.

Lenin, in uno scritto del 1922, rievoca la figura di Rosa Luxemburg sostenendo che «il suo ricordo sarà sempre prezioso per i comunisti del mondo intero» e nonostante le forti divergenze politiche che caratterizzavano il loro rapporto, egli la celebra scrivendo che «anche la sua biografia e le sue opere complete […] costituiranno una lezione utilissima per l’educazione di numerose generazioni di comunisti del mondo intero».[13] Nello stesso scritto Lenin, elencando gli errori di Luxemburg, si rifà alle parole di una fiaba russa dicendo che le aquile sono animali capaci di volare più in basso delle galline, ma che le galline mai riusciranno a raggiungere l’altitudine alla quale volteggiano le aquile. Con questa similitudine Lenin – lanciando un monito ai i critici del suo tempo, sia bolscevichi che socialdemocratici – veste Luxemburg con la livrea e la forza dell’aquila. Lei è un’aquila del marxismo, e un animale di tale maestosità non va disturbato, bisogna solo osservarlo formare silenziosi cerchi sulle tele del cielo. Lei però non avrebbe risposto con uno strido, non avrebbe gridato come un rapace. Basandoci su queste lettere, Luxemburg avrebbe risposto con uno allegro zvi-zvi[14], svolazzando nel cortile di un carcere, a bassa quota, cercando le «lacrime umane», quelle della sofferenza e della forza, della dolcezza e dell’intransigenza, lacrime severe e morbide che le ricordavano il tepore dell’amore tra compagni. Leggere le sue lettere è crucciante, è una passeggiata nella psiche di una persona alla quale non si è chiesto il permesso di entrare e nemmeno si è bussato al portone. Se si entra lo stesso, bisogna evitare di farlo in guisa di ladri e di spie, portando nella lettura il sentimento dell’illecito e la responsabilità del violento. Bisogna invece farlo disegnando tra le righe traiettorie di cinciallegra.


[1] Rosa Luxemburg ad Hans Diefenbach, 30 marzo 1917, in R., Luxemburg, D., Baratti e P., Candolfi (a cura di), Un ardente desiderio di primavera. Erbe animali e cieli nelle lettere dal carcere, Bellinzona: Edizioni Casagrande, 2025, p. 88.

[2] C., Nuridsany, M., Pérennou, Microcosmos. Il popolo dell’erba (1996).

[3] H., Arendt, Elogio di Rosa Luxemburg, rivoluzionaria senza partito, in “MicroMega”, 3, 1989, p. 43-60.

[4] Tra l’estate del 1916 e quella del 1917, Rosa Luxemburg è rinchiusa nel carcere di Wronke, vicino a Poznan, nell’attuale Polonia. Qui Luxemburg passa un anno in stato di “detenzione di sicurezza” in quanto si voleva contrastare la sua pericolosità sociale di sobillatrice politica e antimilitarista durante la Prima guerra mondiale. Non trattandosi di carcere duro, Luxemburg aveva a disposizione, tra le altre cose, i suoi libri, uno scrivano e poteva ricevere visite ed oggetti dall’esterno. Le fu assegnato un piccolo quadrato di terra da coltivare in cui piantò dei semi che le furono portati durante le visite. L’“angolo di giardino” di cui si parla è proprio questo.

[5] R., Luxemburg, D., Baratti, e P., Candolfi Un ardente desiderio di primavera, ivi, cit., pp. 97-98.

[6] Da Burden of Dreams, a documentary about the making of Herzog’s Fitzcarraldo (1982),

[https://www.youtube.com/watch?v=dvbxh2rLcdo].

[7] R., Luxemburg, D., Baratti, e P., Candolfi Un ardente desiderio di primavera, ivi, cit., pp. 123-125.

[8] Ivi, cit., p. 86.

[9] Ivi, cit., p. 106.

[10] Ivi, cit., p. 122.

[11] Emerge dalle richieste il suo stile di vita borghese, ad esempio: «Il sole comincia ad abbagliarmi all’aperto; forse potrebbe mandarmi in una busta 1 m di velo nero, sottile, con puntini neri!» (p. 77).

[12] R., Luxemburg, D., Baratti e P., Candolfi, ivi, cit., p. 169.

[13] V.I., Lenin, Opere complete, vol. 33, Roma: Editori Riuniti, 1967, p. 189.

[14] Verso della cinciallegra, volatile descritto in varie lettere da Rosa Luxemburg come l’animale che più la rappresenta.

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1.
Un ardente desiderio di primavera. Erbe, animali e cieli nelle lettere dal carcere è una raccolta di lettere dal carcere scritte da Rosa Luxemburg tra il 1915 e il 1918, curata da Danilo Baratti e Patrizia Candolfi e pubblicata da Edizioni Casagrande nel 2025.

2.

«Una sola cosa mi tormenta: che io debba godere da sola di tanta bellezza. Vorrei gridare forte oltre il muro: Oh, la prego, presti attenzione a questa splendida giornata! Non dimentichi, anche se è molto occupato, anche se sta attraversando frettolosamente il cortile nell’affanno degli impegni quotidiani, non dimentichi di alzare rapidamente la testa e di dare un’occhiata a queste immense nuvole d’argento e al calmo oceano blu in cui nuotano.»

3.

In questo libretto sono raccolte anche sedici tavole selezionate dagli erbari della rivoluzionaria prodotti durante gli anni della detenzione e un saggio del botanico Nicola Schoenenberger che studiandoli ne sottolinea il valore di fonte storica.

4.

«Un grazie tutto speciale per i fiori. Lei non sa quanto bene mi ha fatto. Infatti posso di nuovo occuparmi di botanica, che è la mia passione e il modo migliore per rilassarmi dopo il lavoro. Non so se le ho già mostrato i quaderni del mio erbario, nei quali ho inserito circa 250 piante a partire dal maggio 1913, tutte perfettamente conservate.»

5.

Rosa Luxemburg (1871-1919) è stata in carcere per le sue idee politiche per diversi anni della sua vita. I periodi di detenzione iniziarono quando aveva trentatré anni, nel 1904, e la accompagnarono a intermittenza fino a poco prima della sua morte, sopraggiunta nel gennaio 1919, quando fu assassinata dai Freikorps al servizio del governo socialdemocratico di Ebert.

6.

In queste lettere ho trovato la primavera che serve a febbraio, il cui ululato è sbiadito dalla condensa della nebbia e del fumo, eppure si sente, sempre più forte. Negli erbari di Luxemburg c’è un sapere dimenticato, a metà tra il rigore dello scienziato e l’imprecisione dei curiosi, quel sapere che non possediamo più ma che di tanto in tanto ci chiama, quasi istintivamente.

7.

Tra momenti di gioia e di profonda tristezza rimane rinchiusa in carcere per tutto il periodo della Prima guerra mondiale, distillando in tracce d’inchiostro i suoi stati d’animo. C’è il buio dell’inverno, c’è la luce di agosto, ci sono i fiori che sbocciano e i cieli grigi che ricoprono di neve le pianure polacche. C’è oscurità ma anche tanta luce e spirito. C’è l’amore per i suoi compagni e le sue compagne.

8.

«Sono contenta per lei che possa vedere tante cose; per me sarebbe una punizione se dovessi visitare i musei e simili. Mi viene l’emicrania e ne esco a pezzi. Per me l’unica ricreazione consiste nel gironzolare a sdraiarmi sull’erba al sole, dove osservo i più minuscoli, insetti e contemplo le nuvole.»

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Sinistra radicale e liberazione animale: quali prospettive? [di Agattina]

“La mancanza di un approccio critico nei confronti del cibo che mangiamo dimostra fino a che punto la forma merce sia diventata il modo principale con cui percepiamo il mondo: non andiamo oltre ciò che conosciamo, quello che Marx chiamava valore di scambio dell’oggetto reale, e non pensiamo alle relazioni che quell’oggetto incarna e che sono importanti per la produzione dello stesso”. Queste sono parole pronunciate da Angela Davis nel 2012, in occasione della ventisettesima Empowering Women of Colour Conference. 

Da persona diventata prima marxista e solo poi antispecista ho sentito e sento un’urgenza che è sempre più impellente: che la sinistra radicale si interroghi, approfondisca e appropri davvero della tematica dell’antispecismo. Ho letto un testo che speravo avrebbe potuto finalmente inserire la questione nel movimento che abito e in cui lotto: ho letto Antispecismo politico. Scritti sulla liberazione animale di Marco Maurizi. È un testo che non ho apprezzato particolarmente, che mi ha fatta addirittura molto arrabbiare (nonostante riconosca come volutamente esagerati e polemici molti punti), ma che trovo comunque prezioso. Mi ero già imbattuta nelle posizioni che porta attraverso l’omonima pagina instagram, e già mi ero posta vari problemi vedendo come fosse seguita da persone che conoscevo e di cui conoscevo l’atteggiamento politico completamente indifferente verso il tema, e ciò mi ha spinta ad interrogarmi al riguardo in maniera più seria.

Ciò su cui mi concentrerò maggiormente è la parte del testo che critica le pratiche antispeciste (veganismo, liberazionismo), secondo me di cruciale importanza per riuscire a interrogarci sul perché nella politica della sinistra radicale canonicamente intesa fatichino così tanto ad attecchire certe questioni, base indispensabile affinché la direzione cambi. Di più, penso che, al di là di quanto convintamente sosteniamo o meno l’antispecismo, insieme al femminismo sia prezioso per interrogarci sul nostro modo di intendere la politica in senso ampio, ed eventualmente arricchirlo e migliorarlo per renderla più efficiente. L’autore si preoccupa della ricezione dei contenuti del testo da parte del movimento antispecista, io trovo più rilevante e preoccupante la ricezione che queste critiche hanno tra esponenti e militanti della sinistra radicale.

La tesi fondamentale è la seguente: lo sfruttamento animale è un problema che richiede un’attenzione che vada al di là di principi e pratiche basate sull’etica. Lo specismo è una struttura di dominio che va compresa nel suo manifestarsi storico-sociale e, proprio in quanto inquadrabile in maniera materialistica, si tratta a tutti gli effetti di una questione eminentemente politica. Come in ogni oppressione, i soggetti oppressi sono esclusi dalla società in cui vivono, senza essere nemmeno considerati appunto soggetti a pieno titolo. La differenza che qui complica il tutto è che gli animali non solo sono esclusi dalla società, ma sono considerati esterni alla società umana (noi persone antispeciste ci riferiamo infatti spesso a loro come animali-non umani, a sottolineare quale sia il discrimine con cui il dominio si giustifica).

Tuttavia, nel testo è portata una distinzione tra quello che si definisce radicalismo, la posizione sopra-riportata, ed estremismo, laddove con quest’ultimo termine si intendono pratiche quali il veganismo, il liberazionismo e l’abolizionismo.

Credo innanzitutto che questo separazionismo abbia come risultato il fatto che il discorso politico viene aggirato e non affrontato sul serio, come avviene ad esempio quando il centro-sinistra si rapporta a un movimento di massa che scende nelle piazze additandone  una parte come cattiva e una come buona, al fine di dividerlo internamente e difendersi dalle destre nell’arena del dibattito politico, facendo così il loro gioco. Si perde tempo facendo guerre discutendo sui metodi, e poco si discute sul punto politico.

Beninteso, ciò non significa che tutto debba andare bene ed essere accettato in nome di un’astratta unità, né tantomeno che le pratiche con cui si fa politica non vadano discusse, bensì ritengo che per approfondire davvero questa critica sia necessario avere una solida struttura organizzata, e il movimento antispecista non possiede le caratteristiche per cui questa discussione sia ora possibile. È questa la ragione per cui ritengo dovrebbe essere il movimento organizzato il primo a farsi carico della politicizzazione del tema (ovviamente senza appropriarsene e sovrastarlo) ma, prima di farlo per le persone già sensibilizzate, dovrebbe partire da sé stesso e dalla propria autocritica interna.

Eppure, troppo spesso si cade nel circolo vizioso che parte dalla consapevolezza del piano strutturale dell’oppressione per giungere a svalutare, finanche ad annullare, quello individuale come qualcosa di assolutamente irrilevante. L’equivoco però non sta qui; è pur vero che tanti singoli che individualmente smettono di mangiare carne e derivati non apriranno mai ad una rivoluzione antispecista su larga scala che conduca ad una liberazione totale, tantomeno senza il supporto di analisi e strategia politica a guidare l’azione. Il problema è che limitarsi a constatare ciò puzza un po’ di pigrizia e privilegio da parte di persone che faticano a comprendere che consumare un prodotto animale significa consumare in prima persona il prodotto immediato di un’oppressione. E ciò implica non considerare gli animali non umani come soggetti, non pensare alla vita di un animale come a quella di un essere umano, ovvero abbracciare una logica apertamente specista. Nel testo pare alle volte intendersi che si possa dirsi antispecisti pur consumando corpi di altre specie, come se non si trattasse in prima istanza di una negazione totale del principio di autodeterminazione dei corpi, come se nei corpi animali non si perpetrasse uno sfruttamento che li aliena fino ad ucciderli.

Vengono condannate le pratiche dei gruppi animalisti, senza però comprendere che (come le pratiche nate dai movimenti femministi) si tratta di moti che sfidano la politica per come ci si è abituati a concepirla. Se esistono movimenti che si discostano da essa, che provano a declinarla in modo differente, si tratta di una sfida che apre un enorme campo di tensione. Da questa sfida aperta, ci si dovrebbe interrogare su questo approccio differente, chiedendosi se non sia stata spesso quella stessa politica ad aver tradito soggetti con i quali avrebbe dovuto allearsi, a non essere stata in grado di farsi carico di quelle lotte anche quando avrebbe potuto e dovuto. I movimenti organizzati tendono spesso, invece, ad ignorare queste istanze, o peggio a schernirle.

Inoltre aggiungerei che nessun movimento nasce con una prassi già definita; questa è qualcosa che si sperimenta e sperimenta continuamente: l’analisi teorica è successiva al manifestarsi di un sentimento del dominio, che non si configura da subito come coscienza ma ne è condizione necessaria. Il luddismo è venuto prima che Marx elaborasse la propria analisi, i singoli di fronte a un’oppressione compiono già atti di resistenza e disobbedienza, pur senza orizzonte politico di ampio respiro.

Se è vero, e lo è, che le pratiche individuali non vanno a minare le radici dell’oppressione, e se è vero che la radice dell’oppressione è il modello socioeconomico capitalistico (cosa in cui io, in quanto militante di sinistra radicale, credo), va da sé che la lotta per la liberazione animale dovrebbe legarsi a lotte che già stanno portando avanti questa battaglia, alleandovisi. Ed è qui che i movimenti di sinistra radicale dovrebbero entrare in gioco.

Forse un’idea potrebbe essere ricevere le istanze provenienti dall’antispecismo, integrarle a quelle già esistenti per farle incontrare anziché limitarsi a criticarle e sminuirle; superare la dialettica che vede da un lato il solo piano strutturale e dall’altro il solo piano individuale, prendere in considerazione l’ipotesi di una terza via. Questa è la sfida che il marxismo e le sinistre radicali si trovano ad affrontare, anche se forse inconsapevolmente: portare avanti la lotta di classe contro il capitale, senza per questo sminuire lotte che hanno altri soggetti al centro ma la cui oppressione ha la stessa fonte, costruendo alleanze che non siano solo strumentali. L’ultima volta che questa sfida si è presentata, in primo luogo nel nostro Paese, non è andata benissimo: negli anni ‘70 femministe stanche di vedere il proprio sfruttamento sminuito, quando non direttamente riprodotto, dagli uomini nei movimenti di sinistra, hanno reagito discostandovisi. Vediamo se ora si riuscirà ad essere più lungimiranti.

Tornando al testo, qui si percorre una strutturata e articolata critica a veganesimo, abolizionismo e liberazionismo, come se fossero più nemiche le persone vegane rispetto a quelle che nei movimenti portano avanti posizioni reazionarie verso il tema. la  trattazione finisce così per rischiare di essere potenziale strumento di giustifica su come a sinistra la questione venga fondamentalmente ignorata, mettendo le mani avanti su come continuerà ad esserlo. Quando la critica al veganesimo si amplia, lo si arriva a definire una forma di fanatismo, e le critiche che vi si accompagnano hanno lo stile di argomentazioni del tipo “è inutile che critichi il capitalismo perché tanto ci vivi dentro”[1]. La prima e ovvia risposta è: abbiamo alternative? Ma qualsiasi persona conosca l’ambiente e le logiche della sinistra radicale già si rende conto di come la critica sia volutamente mal posta, a meno di una enorme disonestà intellettuale. A prescindere, credo comunque che vivere in un sistema strutturalmente specista non implichi che, solo perché non saremo noi soli a cambiare il sistema, da antispecisti sia una scelta adeguata continuare a consumare prodotti derivati da corpi martoriati da questa oppressione. Vivere in un sistema strutturalmente diseguale implica che, da anticapitalisti, debba essere accettato sfruttare lavorativamente qualcuno? E dire che, di nuovo, le femministe lo hanno ampiamente mostrato come il personale sia politico. La sinistra radicale continua a non recepire? E allora probabilmente perderà alleati e consensi, ma soprattutto credibilità.

Se il veganesimo in sé è insufficiente, va allora scartato? E la trasformazione da dove dovrebbe partire? Se il veganesimo è qualcosa di impossibile a 360 gradi perché la nostra società utilizza i corpi animali per la produzione di qualunque cosa ben oltre il cibo, come il testo evidenzia, ciò giustifica la pigrizia del non volerci nemmeno provare? Che idea di politica abbiamo se vogliamo trasformare radicalmente la realtà tutta ma non siamo disposti nemmeno a trasformare una minuscola parte delle nostre stesse vite?

A questo proposito il testo propugna la distinzione weberiana tra etica dell’intenzione ed etica della responsabilità, in cui nel primo caso le azioni di una persona sono mosse da principi di giustizia che rischiano però di cadere nell’astrazione, e nel secondo l’azione è mossa più da un calcolo degli esiti prevedibili, dando attenzione al singolo contesto ed ammettendo eccezioni. Ritengo fuorviante questa separazione netta e inconciliabile. Il punto di partenza è spogliare il concetto di etica dell’intenzione dall’immediata identificazione con un fanatismo morale che vuole giungere ad un’astratta santità: le persone vegane non necessariamente scelgono di essere vegane per sentirsi personalmente non complici ed ergersi al di sopra di chi non lo è per sentirsi migliori. Possono anche sceglierlo perché, pur lavorando e ragionando su un orizzonte ampio e strategico, scelgono di partire da sé stesse, scomodandosi e volendo vivere già oggi l’orizzonte di un possibile che su larga scala appare irrealizzabile. E non necessariamente ciò coincide con il rifugiarsi in un universo parallelo e idilliaco anarco-primitivo: si tratta di una sperimentazione di spazi diversi e alternativi che non necessariamente si chiudono al mondo e alla trasformazione dell’esistente ma che fungono, anzi, da palestra costante per prepararsi al mondo che verrà.

Perché scegliere tra intenzione e responsabilità? Non sarebbe più politicamente solido un progetto che poggi su entrambe? Un’etica della responsabilità che rimanda al futuro e vede solo il piano strategico senza considerare quello tattico rischia di condurre alla creazione di qualcosa che, una volta realizzato, si blocca in una situazione ferma e stagnante. Se non ci si allena a vivere la politica nel profondo, nel cuore pulsante delle nostre vite, si potranno forse raggiungere obiettivi che appariranno stabili ma difficilmente dureranno. E se anche fortuitamente un obiettivo raggiunto dovesse conservarsi, sarebbe comunque debole ed esposta ad attacchi esterni. È facile fare una politica basata sull’opposizione a un nemico, ma quando il nemico sarà sconfitto e il margine di agibilità politica si amplierà, saremo davvero pronti a edificare il nuovo, il giusto, se prima non lo abbiamo costruito nelle nostre vite e nelle nostre relazioni giorno per giorno?

Se le priorità, intese come piano di prassi attiva del momento, sono altre perché abbiamo già un fronte di lotta aperto che sta avanzando, perdere di vista ciò che non si ritiene ancora maturo per essere affrontato in un orizzonte ampio è prima di tutto rischioso. Si è visto storicamente come le spaccature siano sempre dietro l’angolo, e le spaccature portano a debolezza e meno forze in campo. Secondariamente, ciò implica abbracciare una concezione della politica che finisce per essere astratta, che non parte dal basso e che non si fa anche in prima persona.

Se accettiamo di abbandonare il determinismo che scade in un becero idealismo secondo cui le oppressioni si risolvono lavorando su un livello solamente strutturale, evitiamo anche di relegare il veganesimo ad una velleità borghese come si consideravano in un certo marxismo le questioni di genere qualche tempo fa (e alle volte ancora oggi).

Pratiche come il liberazionismo animale vengono spesso tacciate, nel testo come nei movimenti, come atteggiamenti anarchici incapaci di trasformare il reale; ho già detto che questa concezione non considera la vita di un soggetto animale come una vita che ha valore in sé, quindi vorrei solo ricordare come Angela Davis (quindi non proprio un’anarchica) parlando della storia della lotta alla schiavitù negli Stati Uniti abbia più volte riconosciuto coraggio e spinta trasformativa anche in gesti di singoli, volti “solo” a liberare gruppi di 2-3 persone tenute in schiavitù, o come abbia valorizzato il lavoro di singole donne che hanno aperto anche una sola scuola per bambini neri nell’illegalità. Nel testo al proposito si critica una confusione tra tattica e strategia (che sicuramente c’è davvero nel movimento antispecista) ma lo si fa svalutando la tattica e pensando all’obiettivo strategico come a qualcosa che si raggiunge per magia, o nel migliore dei casi si rimanda.

Perché è così difficile lavorare sui due piani? Io sono d’accordo con il rischio di un perpetuarsi identitario, quello con cui non sono d’accordo è non riconoscere l’identitarismo come una reazione da parte di chi sente quelle questioni a una sinistra radicale che le ignora. E come le si ignora? Esattamente svalutando la prassi dei singoli, sacrificando la sensibilità individuale sull’altare del piano strutturale.

Se il liberalismo prima e il neoliberalismo poi hanno atomizzato, diviso, desensibilizzato e buttato via valori e morale, fare politica appoggiandovisi ponendo al centro le sensibilità dei singoli è certamente ingenuo. Al tempo stesso, è necessario prendere consapevolezza di come una rivoluzione politica senza una rivoluzione culturale e umanista sarebbe precaria, instabile e quindi facilmente smantellabile da un nemico esterno. Le guerre si sa, a parità di mezzi, si vincono quando la causa è davvero sentita.

La forma organizzata è preziosa e non va mai abbandonata, ma il binomio sacro tra teoria e prassi va potenziato dal personale che si fa politico, perché la teoria si forma necessariamente e ontologicamente attraverso la prassi, così come la concettualizzazione attraverso l’esperienza. È detto nel testo[2] che la scelta di diventare vegan sia qualcosa che passa attraverso un canale emotivo più che attraverso un canale razionale: l’asse centrale è questa. Si abbandona il vero materialismo in nome di una separazione tra materialità ed emotività/spiritualità che è astratta, in nome di una sconnessione totale e settaria tra sentire e fare.

Volersi riappropriare del legame che unisce la pratica quotidiana e l’obiettivo a lungo termine, il sentire e l’agire significa riappropriarsi in maniera autentica del binomio teoria-prassi. La durezza, la determinazione, la tenacia nella lotta devono esserci, ma senza dimenticare quel binomio tanto caro alla sinistra radicale tra amore e rabbia.

La questione è una: anche tra di noi, siamo pronti ad una liberazione reale e totale? I nostri movimenti sono davvero allenati a pensarsi già in un orizzonte liberato? Siamo pronti a scomodarci, cambiare e bloccare le nostre vite per davvero? Siamo pronti a sacrificare parti del nostro io per un vero noi?

Finché ci saranno oppressioni basate su discrimini arbitrari, nessuno sarà mai davvero salvo dal giogo dello sfruttamento. È solo la prospettiva di una liberazione totale che può assicurarci che sempre nuove oppressioni nascoste dietro l’angolo non possano venire giustificate e accettate.


[1] A pagina 38 del testo è detto: Nasce così una “filosofia vegan” che è tutt’altra cosa dall’antispecismo benché tenda purtroppo a confondersi con quest’ultimo: tale “filosofia” coincide con lo sforzo di “diventare vegan”… in effetti “essere vegan” è impossibile, dato che il principio che impone di rifiutare le conseguenze violente delle nostre azioni sugli animali non umani sarà sempre possibile immaginare un comportamento più coerente e così all’infinito (ma c’è anche chi salta giocondo i passaggi e passa direttamente al fruttarianesimo radicale e all’estinzionismo: “l’unico vegano coerente è il vegano morto”). Mi risulta più simile all’estinzionismo prendersi gioco di chi prova ad immaginare un mondo più giusto, che impegnarsi anche solo nel piccolo per provare a farlo.

[2] M. Maurizi, Antispecismo politico, Aprilia: Ortica Editrice, 2022, p. 52

Pubblicato in General | Contrassegnato , | Commenti disabilitati su Sinistra radicale e liberazione animale: quali prospettive? [di Agattina]

Comprendere il conflitto. Panoramica su un secolo di Sudan [di Emporio Ivankov]

Da dove iniziare? È la domanda che chiunque sia intenzionato a comprendere l’attuale situazione in Sudan si pone quando inizia ad addentrarsi nelle vie di questo conflitto. Districare le maglie di un contesto bellico così complesso non è certo un’ operazione da poco, specialmente perché, approcciandosi al tema, si ha l’immediata impressione di entrare in contatto con qualcosa di ben più articolato di un conflitto civile a sfondo etnico. Ma per comprendere meglio, occorre procedere per gradi. 
Incastonato tra Egitto, Libia, Ciad, Etiopia e il Mar Rosso, l’attuale Sudan è un grande stato, prevalentemente desertico, entro il quale convivono una miriade di gruppi etnici e religiosi differenti che testimoniano quanto gli influssi stranieri abbiano influito sulla storia e sulle specificità culturali del territorio. Sino a prima dell’avvicendamento di due sanguinarie guerre civili, i confini originari dello stato sudanese comprendevano anche un ampio lembo di terra verde, al confine meridionale del paese, composto di diverse realtà tribali che alternavano i culti animisti autoctoni alla religione cristiana, diffusa dall’influenza della chiesa copta etiope e dal protestantesimo anglicano che accompagnava la penetrazione coloniale britannica. La sezione desertica del paese è storicamente inquadrata nelle vicende dell’Egitto, col quale condivide l’odierno confine settentrionale. Più in generale, gli sviluppi storici e politici della penisola araba hanno sempre coinvolto la porzione settentrionale dello stato, che ha fortemente risentito dei processi di arabizzazione e islamizzazione, entrando nell’orbita dei dominatori turco-egiziani prima, passando poi a forme di autogoverno statuali con la parentesi dell’impero mahdista, seguita infine da una nuova occupazione anglo-egiziana. Sebbene, sino a prima della scoperta dei giacimenti petroliferi nel 1973, il territorio non rivestisse alcuna importanza per l’estrazione di risorse, la collocazione strategica per l’egemonia territoriale dell’impero coloniale britannico e gli storici legami culturali delle elites islamizzate con l’Egitto avevano difatti sottoposto l’area ad un’amministrazione che passerà ai libri di storia col nome di “condominio anglo-egiziano”. La tipica narrativa coloniale riduzionista proposta dai britannici presentava il territorio dell’odierno Sud Sudan come un mosaico di popolazioni arretrate e prive di ogni forma di organizzazione statuale. Se infatti, come detto, la parte nord del paese aveva sperimentato già da secoli l’islamizzazione e si era avvicinata a forme di organizzazione societaria più congeniali al dominio britannico, le tribù del sud vennero giudicate dall’impero del Commonwealth incapaci di giungere ad una forma di organizzazione “moderna”. I britannici ebbero dunque molteplici difficoltà, non riuscendo ad intuire i pattern di composizione sociale delle tribù del sud e spesso, come anche altrove, fallirono nell’attribuzione delle chieftancy locali. Ciononostante, in un lasso di tempo compreso tra il 1930 e il 1947, la cosiddetta “southern policy” del governo coloniale – mirata a preservare la parte sud dall’influenza del nord islamizzato per permettere la diffusione del cristianesimo – fece si che la sezione meridionale del paese venisse amministrata separatamente per circa un ventennio. Al sopraggiungere dei processi d’indipendenza nel 1956, la parte sud venne però reintegrata, sotto pressione dei nazionalisti del nord, nei confini di un nuovo stato sudanese, indipendente e unitario. Il risentimento dei popoli del sud verso le popolazioni del nord, che avevano condotto incursioni mirate al traffico di schiavi e all’islamizzazione forzata della popolazione, avevano causato un primo, incolmabile, divario. Il fenomeno dei raid per il reperimento di schiavi divenne così diffuso da riguardare storicamente anche alcune etnie ad organizzazioni centralizzate del sud, come Baqqara, Bari e Zande, che non esitavano a compiere azioni dirette sui propri vicini – i Baqqara, nome utilizzato per designare un insieme di gruppi accomunati dal semi nomadismo e dall’allevamento di bestiame diffusi lungo la fascia saheliana, diverranno, al termine del XX sec., il principale serbatoio di reclutamento delle milizie Janjawid del presidente al Bashir, poi rinominate Rapid Support Forces come formazione paramilitare ad oggi tristemente nota.
 Dal canto loro, le popolazioni islamizzate negavano gli elementi di etnicità africana presenti nella loro storia in favore di un’appartenenza al mondo arabo, portando avanti una narrativa marcatamente razzista nei confronti dei connazionali meridionali. Per dirla con le parole di Francis M. Deng: “Northern Sudanese see themselves as Arab and deny the strongly African element in their skin color and physical features. This denial of the African element is grounded on their perception and association of these features with Negriod race and they see it as the mother race of slaves, inferior and demeaned ”.
Al contrario, le popolazioni del sud rivendicavano una piena appartenenza alla cultura “africana” e guardavano con timore al processo d’indipendenza unificato iniziato a partire dagli anni 50’ del secolo XX. Analizzando le due cruente guerre civili che hanno sconvolto il paese nei ventenni 1955-1972 e 1983-1998, molti studiosi hanno rimarcato le responsabilità britanniche nello scoppio del conflitto, concentrandosi in particolar modo sulla segmentazione identitaria dei vari gruppi etnici creatasi tramite l’attribuzione dell’amministrazione territoriale ad una moltitudine di chieftancy; processo che, difatti, trasformò le identità culturali preesistenti in entità politiche e territoriali aggressive e restie all’integrazione nei processi di unificazione nazionale. 
Altri hanno invece posto leva sulla mai sopita aggressività del nord islamizzato, che, una volta riappropriatosi del sud, non avrebbe esitato a riportare in auge quel processo di islamizzazione forzata non solo dei gruppi a sud, ma anche delle numerose comunità cristiane e animiste presenti nell’attuale Sudan, attraverso l’operato del fronte nazionale islamico. Nel 1983 infatti la guida del paese, il generale al- Nimeiri, schiacciato dall’opposizione islamica che egli stesso aveva integrato nel corpo politico per necessità di pacificazione del primo conflitto civile, fu costretto a imporre la shari’a. Ciò condusse ad una nuova ondata di violenze e conversioni imposte da gruppi jihadisti, e si manifestò il riapparire di forme di schiavitù che portarono ad altri sconvolgimenti del panorama politico sudanese e allo scoppio della seconda guerra civile.
  Altre critiche sono invece state mosse all’SPLMA, partito socialista rivoluzionario per l’indipendenza del sud, per aver eccessivamente insistito sull’elemento della liberazione etnica, senza fornire ai propri militanti un’adeguata formazione dottrinale capace di indirizzare la violenza rivoluzionaria verso un fine ultimo di ricostruzione sociale. 
Un altro denso filone di studi si è infine concentrato sul ruolo preponderante di Stati Uniti e Unione Sovietica nello scoppio e nel protrarsi dei conflitti. I due stati si alternarono, con annessi repentini cambi di fronte, nel finanziare il governo sudanese, ufficialmente paese non allineato. Proprio la condizione di paese non allineato portò il Sudan ad essere al centro di interessi economici e geopolitici contrapposti: Se il partito islamista della Umma ricevette il sostegno di Israele durante il decennio 1954-1964 in funzione anti-egiziana, le forze nazionali del generale Al-Nimeiri furono finanziate in maniera alternata dall’Unione sovietica e dagli Stati Uniti sino al termine del decennio 1970-1980. Al termine della guerra fredda, il governo americano continuò a finanziare il governo sudanese sino al 1985, anno in cui al- Nimeiri venne rovesciato e la leadership del paese definitivamente raccolta dal fronte nazionale islamico, poi istituzionalizzato in Partito del Congresso Nazionale. L’inizio della guerra del Golfo segnò il ribaltamento dei rapporti tra Stati Uniti e Sudan, principalmente a causa del presunto sostegno militare fornito dal fronte nazionale islamico all’Iraq, che ebbe come conseguenza l’inserimento dello stato sudanese nella nota lista degli “stati canaglia”.  
Una volta giunto al potere, l’ormai Partito del Congresso Nazionale s’impegnò attivamente nella prosecuzione del conflitto contro l’SPLMA, capeggiato da John Garang de Mabior e adesso sostenuto dal governo statunitense. Più che un conflitto etnico, le vicende si configurano come una lotta per il controllo di una larga quantità di riserve petrolifere, scoperte nel 1973 e per larghissima parte situate nell’area sud del paese. Il partito nazionale conobbe poi un cambio di guardia pochi anni dopo, nel 1989, quando subì un colpo di stato militare organizzato dal generale Omar al-Bashir, che mise al bando i partiti di opposizione. La guerra si protrasse sino al 2005, anno di firma del Comprehensive Peace Agreement e dell’instaurazione di un governo di transizione, denominato Governo di Unità Nazionale, che portò, nel 2011, ad un referendum popolare per l’indipendenza del Sud Sudan. Se il carattere esclusivo delle negoziazioni di pace tra i due principali attori – il partito islamista del nord e l’SPLMA del sud – contribuì a far sentire ignorati tutti gli altri gruppi militari che avevano partecipato al conflitto armato, il tentativo di avviare dei processi di democratizzazione – conservando la legge della shari’a a nord e rifiutandosi allo stesso tempo di sostituire il riconoscimento giuridico degli individui a quello etnico – non poterono che condurre a una secessione della parte meridionale del paese. 


L’operato delle milizie janjawid, la deposizione di al Bashir e il nuovo conflitto civile. 
Parlando delle specificità etniche che compongono il territorio sudanese, ho precedentemente menzionato i Baqqara, gruppo di popolazioni semi nomadi diffuse tra il lago Ciad e il Mar Rosso, prevalentemente concentrate in Sudan. Questi gruppi, sebbene storicamente legati all’allevamento dei bovini, conobbero nel  secolo XVIII pratiche del commercio degli schiavi, con incursioni a danno delle vicine tribù non-islamizzate. Spinta alla competizione per le risorse durante le numerose carestie susseguitesi nel periodo delle guerre civili con il sud, buona parte della popolazione di etnia Baqqara, ormai pienamente islamizzata, venne cooptata dal generale al Bashir entro la formazione di un gruppo miliziano jihadista, i janjawid. Secondo numerosi rapporti della corte penale internazionale e una larga documentazione di ricerca, il generale al Bashir avrebbe formato e impiegato tali milizie tra il 2003 e il 2005 per sopprimere le comunità non islamizzate del Sudan, incolpate di aver dato sostegno agli insorti del SPLMA. L’operato dei miliziani portò all’aprirsi di una sconvolgente crisi umanitaria, col verificarsi di azioni genocidarie ai danni dei gruppi Fur e Masalit residenti attorno all’area di Darfur, maggiore città dell’ovest oggi ancora teatro di pulizie etniche e devastazioni. 
L’operato di al-Bashir e delle milizie conobbe una fase di arresto nel 2019, al sopraggiungere delle grandi proteste che videro la popolazione – specialmente i ceti inabbienti e le classi medie urbane, coadiuvate dal National Front for Change – scendere nelle piazze chiedendo a gran voce la transizione a libere elezioni e un governo democratico. Il gigantesco ed eterogeneo movimento popolare portò alla caduta di al Bashir e ad un vuoto di potere, riempito da una giunta militare guidata dal capo dell’esercito Abdel Fattah al Buhran. Quest’ultimo, nominalmente al comando di un governo di transizione, salì al potere nel 2019 col supporto determinante delle milizie janjawid, già riorganizzate in Rapid Support Forces, comandate dal generale Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemeti. Entrambi gli attori furono già collaboratori di Al Bashir durante le azioni genocidarie del biennio 2003-2005 a Darfur. L’ambizione di Hemeti, supportato principalmente dagli Emirati Arabi Uniti che, in cerca di percorsi di differenziazione economica post-petrolifera, misero gli occhi sui grandi giacimenti d’oro sudanesi, spinse il comandante delle RSF ad ingaggiare una battaglia contro il formale governo di transizione guidato da al Buhran: inizia così una nuova, sanguinaria guerra civile col massiccio coinvolgimento di potenze estere. A soli sei mesi dallo scoppio del conflitto, nel novembre 2023,i dati parlavano già di una crisi da 5.1 milioni di sfollati interni e di un processo di migrazione forzata che ha costretto 1.4 milioni di persone alla fuga dal paese.Ad oggi, come segnalato da un rapporto di Medici Senza Frontiere, la conta degli sfollati interni sale alla vertiginosa cifra di 8 milioni, mentre in 3 milioni avrebbero già abbandonato il Sudan alla ricerca di asilo nei territori confinanti.  
Ciò che nel discorso mediatico viene presentato come un conflitto civile tra due leader militari assetati di potere e accecati dall’odio etnico, è in realtà una guerra multipolare, sostenuta da più attori internazionali già contrapposti su altri fronti di guerra. Ciò è facilmente intuibile quando guardiamo allo scacchiere delle alleanze internazionali delle due fazioni: se le RSF, stanziate a Darfur, hanno ricevuto il sostegno militare del gruppo Wagner – lo stesso Hemeti si era impegnato nella concessione dei diritti di sfruttamento di alcuni giacimenti auriferi a Prigozhin – e dei già menzionati Emirati Arabi Uniti, dall’altro lato la giunta militare di Khartoum ha visto il sostegno di Ucraina, Arabia Saudita, Egitto e Iran. Sullo sfondo di questo devastante conflitto, appare particolarmente gravoso il totale disinteresse diplomatico degli Stati Uniti d’America, esacerbato dalla decisione di Donald Trump di sospendere, nel 2025, gli aiuti al Sudan precedentemente erogati tramite Usaid. 
Conclusioni 
Colonialismo, riduzione delle specificità etniche e culturali, fallimento dei processi di transizione democratica, risentimenti etnici, finanziamenti internazionali, milizie islamiste trasformate poi in gruppi paramilitari: la questione sudanese è emblema di come la sovrapposizione tra flussi di capitali transnazionali, ingerenze neocoloniali di agency straniere e una mancata pacificazione interna di dissapori pluri-secolari, siano la ricetta assicurata per la creazione di un incubo lungo quasi un secolo. E la morale che possiamo desumere da osservatori privilegiati, che qui ribadisco, è l’invito a non cadere in logiche campiste. Muovendo il nostro sguardo dal locale all’internazionale, rapportando la situazione sudanese alle attuali divisioni geopolitiche, il caso del Sudan testimonia come ogni potenza sia coinvolta in dinamiche di sfruttamento del sud globale, e come nessun attore internazionale possa oggigiorno essere investito del titolo di soggetto anti-imperialista. 
Piuttosto che sperare nell’utopico intervento pacificatorio di una potenza regionale – il tavolo per le trattative di pace è aperto in Sudan, ma presieduto dagli Emirati Arabi Uniti, principali finanziatori di una delle due parti in causa – occorrerebbe, qualora si fosse interessati nel mettere un freno alla violenza in maniera concreta, creare reti transnazionali di solidarietà capaci di valicare lo scacchiere geopolitico sul quale gli attori internazionali giocano una partita che ha poco di ideologico, e molto di quei classici processi violenti di estrazione capitalistica. Occorre giungere direttamente al cuore della popolazione colpita, comprendere il punto d’intersezione che accomuna i processi di lotta dei popoli e assumere finalmente una buona dose di responsabilità. 
Se quest’articolo è riuscito nell’intento di fornire a chi legge una panoramica degli sviluppi storici, politici e culturali dell’area sudanese, allora sarà chiaro come una liberazione popolare risulti alquanto improbabile, almeno nel breve termine e nell’ottica di una reale transizione democratica. La lunga lista dei paesi coinvolti e atti a finanziare le parti in causa di questa guerra civile, fra tutti Russia, Ucraina, Iran, potenze della penisola araba e la stessa Unione Europea, testimonia come, nell’epoca della subordinazione della politica al mercato, ogni questione ideologica passi in secondo piano dinanzi alle possibilità di arricchimento delle oligarchie economiche e delle classi industriali dei vari attori internazionali. La questione del Sudan, così come quelle di Palestina, Iran e Myanmar, risulta essere una questione di classe: al netto della diversità dei contesti e dell’interfaccia di svariati attori internazionali, il punto comune del discorso resta l’ampio coinvolgimento delle società civili nelle guerre delle classi egemoni per il monopolio di interessi economici e commerciali. È necessario mettersi in gioco; intervenire contro l’azione dei governi non perché mossi da un, seppur sacrosanto, senso di empatia verso popoli lontani che soffrono, ma perché animati dalla profonda consapevolezza che le nostre lotte debbano intersecarsi per riuscire ad essere effettive, e che solo una coordinazione transnazionale tra i popoli può colpire la scellerata competizione per il primato economico che devasta l’ecosistema e riduce in miseria le genti. Quale migliore modo di chiudere quest’articolo, se non quello di appoggiarsi alle parole di Sean Kuti:
I have an advice for young people in Europe. I know you want to free Palestine, you want to free Congo. You want to free Iran. There’s a new one every week. But free Europe from right wing extremism. Free Europe from imperialism. When you do this job, as soon as you do this job, Gaza will be free, Congo will be free, Sudan will be free, Iran will be free. Forget about us! Don’t worry about us! Free Europe!” 








Bibliografia Essenziale
Amnesty International blog, Vent’anni di sofferenze civili in Darfur, 24 aprile 2023.
Articolo di redazione, Sudan: le RSF accettano una tregua umanitaria, Nigrizia – il mensile dell’Africa e del mondo nero, Nov. 2025.
Barry, O., Rivista Africa, La guerra dimenticata del Sudan e la lotta della sua diaspora, Quaderni africani, Nov.-Dic. 2025.
Casola, C., Pertighella, A., Sudan: fine dell’era Bashir, ma la piazza non molla, Istituto per gli studi di politica internazionale, 2019.
Connell, D., Foreign Policy in Focus, Sudan, 1 ago 1997.
Di Liddo, M., Centro Studi Internazionali, La Faida tra Forze Armate e RSF getta il Sudan nel caos, 04-23.
https://www.youtube.com/shorts/f0CDpOtnjAg. 
Idris, A., South Sudan: post-independence dilemmas, Routledge, 2018.
Istituto per gli studi di politica internazionale, Sudan, la crisi umanitaria continua, 11-23.
Medici Senza Frontiere Italia, Fondi USAID: i tagli agli aiuti dal governo Usa condannano a morte milioni di persone, Mar. 2025.
Podeh, E., Felsenthal, A., Israel and Sudan: the Origins of Clandestine Relations (1954-1964), Israel Studies, volume 28 n.2, 2023.






 

 

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Pregi e difetti del Labriola di Manfredi [di Gervasio]

[Commento all’articolo “Labriola e il senso della storia”, di Manfredi]

A quali condizioni è possibile trovare nella storia una vera conoscenza? La storia ha un senso senza risultare teleologica? In che modo la conoscenza che si trae dalla storia può essere uno strumento utile nell’azione politica?

Di fonte a queste tre domande ugualmente impegnative, e su cui hanno riflettuto generazioni di filosofi e di storici, è difficile non trovarsi in soggezione. Oggi, in un periodo in cui il relativismo e il rifiuto della cosiddetta “Grand Theory” dominano le scienze storiche, ci vuole molto coraggio a porsi queste domande in controtendenza rispetto alla regnante anarchia postmoderna. Questo coraggio non manca sicuramente a Manfredi, autore dell’Articolo “Labriola e il senso della storia”, pubblicato qualche giorno fa su Area Scettica.

Manfredi tenta di rispondere a queste domande partendo per l’appunto da Labriola, autore a lui caro e che dimostra di conoscere in modo approfondito. Non si tratta di una conoscenza erudita che sfodera possenti citazioni, ma è piuttosto una conoscenza critica, che individua anche i limiti interpretativi e che opera delle comparazioni fruttuose. Forse, se si deve individuare un limite nell’impostazione generale dell’articolo, questo risiede nella mancata contestualizzazione dell’autore (dell’epoca e del panorama intellettuale in cui scrive). D’altro canto, non si tratta di una mancanza voluta, bensì obbligata a causa del taglio dell’articolo. Per questo motivo non si può recriminare nulla all’autore, che ha invece il merito di aver riassunto in così poco spazio problemi molto estesi e complessi.

L’articolo di Manfredi cerca di inquadrare il pensiero di Antonio Labriola, appoggiandosi all’interpretazione che ne dà Alberto Burgio, introducendo i lettori a un dibattito tutto interno alla filosofia della storia. Per uno storico che non ha padronanza del linguaggio proprio delle scienze filosofiche è alquanto difficile orientarsi in simili problemi, ma il breve saggio di Manfredi rende comprensibili e accessibili questi contenuti. Si tratta, pertanto, di un contributo fondamentale per tutti gli storici che non vogliono limitarsi a registrare fatti e produrre tassonomie, ma che cercano, invece, di inquadrare i fatti in una cornice interpretativa coerente.

Totalità, storia globale e monismo

L’articolo principia con la distinzione labriolana di storia a parte obiecti e a parte subiecti (l’arcinota distinzione tra Geschichte e Historie, messa in crisi a metà Settecento proprio dall’irruzione della filosofia della storia). Secondo l’autore, la narrazione storica (storia a parte subiecti) si fonda, e deve fondarsi, sulla storia a parte obiecti, concepita come una totalità. Il recupero della categoria hegeliana di totalità è fondamentale per Labriola quanto per Marx perché permette di concepire il processo storico nel suo complesso, ricercando, per ogni evento, il principio genetico (l’origine) in un complesso di fattori che non possono essere slegati gli uni dagli altri. In parole povere: la storia è una sola, “totale” o “globale”. All’interno di questa possiamo fare dei tagli e “astrarre” un campo di indagine (che sia una determinata epoca, un paese, o una disciplina), ma fuori dall’infinità di interrelazioni che uniscono in modo inscindibile la società umana, queste “astrazioni” non hanno alcun senso. Non solo perché, per esempio, la “storia economica” non è in grado di dirci nulla fuori dal suo collegamento con la storia politica, delle idee ecc., ma anche perché non ha alcun senso fuori dalla storia tout court, fatta da persone realmente esistite che non sono solo homines oeconomici.

Il recupero della storia “totale” non deriva dall’esigenza di spiegare “tutto” con “tutto”, sarebbe impossibile. Lo nota anche Manfredi che sottolinea, riprendendo Engels, i limiti della conoscenza: “la conoscenza è conoscenza umana e ha come limite i limiti di una umanità non eterna, chiusa nei confini di ciò che può raggiungere”.[1] Ma riconoscendo i limiti di questa conoscenza, e con l’ausilio di un po’ di ingegno, si può ben tentare di ricostruire collettivamente dei quadri interpretativi complessivi. Non tanto per il gusto di elaborare una “teoria del tutto” (non è proprio questo l’intento), ma per la semplice osservazione che le categorie e i modelli interpretativi specifici che elaboriamo astraendo, hanno una coerenza solo se messi a sistema e connessi a un quadro di insieme, alla storia totale.

La totalità, correttamente ripresa da Labriola e da Manfredi, si rivela un incredibile antidoto allo strutturalismo, che era penetrato persino nel marxismo grazie al contributo di Althusser. Se si concepisce la storia nel suo processo totale, non c’è il rischio di isolare “metafisicamente” alcuna struttura (società, modo di produzione, sistema o dir si voglia), analizzandola esclusivamente secondo le sue dinamiche interne come un sistema chiuso. Non solo perché esiste un “prima” ed esiste un “altrove” per ogni società, ma anche perché il limite evidente di questo approccio alla storia è quello di concepire staticamente ogni struttura evitando, consapevolmente, la domanda fondamentale della storia, ovvero “come l’umanità è passata dagli uomini delle caverne all’industrialismo e al post-industrialismo moderni”.[2] Il recupero della totalità, in altre parole, permette di rispondere alla domanda riguardante lo sviluppo complessivo dell’umanità tutta, domanda che era stata ignorata o rifiutata da altri approcci tangenti al marxismo.

Una volta scongiurato il “vizio metafisico” (astrarre senza tener presente della totalità, senza partire dal concreto per ritornare al concreto), si deve adattare anche la ricerca storica in questa direzione. Manfredi non si sofferma su queste conclusioni di Labriola esposte nel Discorrendo (nell’articolo sono presenti solo implicitamente), ma è bene sottolinearle di fronte a un pubblico di storici. L’unità della storia, il suo “monismo”, implica anche che la ricerca debba tendere al monismo; con le parole di Labriola una “tendenza critico-formale”.[3] Infatti, se per ogni disciplina è richiesta una sempre maggiore specializzazione (fino alla microstoria), questa specializzazione deve essere successivamente ricondotta a un quadro generale in modo da non cadere nel semplice empirismo. Si tratta di un’indicazione particolarmente importante oggi, in un periodo in cui l’estrema parcellizzazione della ricerca storica rischia di produrre una serie di branche non comunicanti e di compartimenti stagni. Infine, anche se oggi non sembra un rischio effettivo, Manfredi mette in guardia anche dal vizio opposto, ovvero quello dello di partire da una totalità astratta ricadendo nella “storia dimostrata, dimostrativa e dedotta[4], slegata dall’analisi di profondità.

Manfredi ci restituisce un Labriola coerente e profondissimo, capace di analizzare e approfondire i più rilevanti problemi che riguardano il metodo e l’epistemologia storica. Un Labriola che guarda la totalità della storia e che rifiuta schematismi e dogmatismi del marxismo volgare. Un Labriola, insomma, della migliore tradizione marxista e, sotto questo punto di vista, validissimo ancora oggi.

Alcuni problemi, non partendo prevenuti

I problemi sopraggiungono solo quando si inizia a parlare di “senso” della storia e di “progresso”, due termini a cui oggi è difficile guardare senza una certa dose di scetticismo. Chi scrive questo commento però non parte prevenuto, tutto il contrario. Oggigiorno le critiche che vengono mosse alla nozione di “progresso”, nella maggior parte dei casi, sono portate avanti dai sostenitori del relativismo che rifiuta, con la nozione di progresso, anche l’accettazione di qualsiasi criterio oggettivo di verifica scientifica (tanto per i “fatti” quanto per le “interpretazioni”). Infatti, la critica al “progresso” va di pari passo con il bollare di “positivismo” qualsiasi approccio metodico e che ricerca una coerenza di qualche tipo. Se questa è la critica al concetto di “progresso” come categoria analitica per interpretare la storia, è molto debole, anzi, è piuttosto stupida. Il problema del “progresso” nella filosofia della storia (non solo del Labriola, ma di tutte le filosofie della storia), a giudizio di chi scrive, va affrontato partendo da una postura differente, senza il rifiuto del metodo scientifico, analizzando piuttosto altre debolezze strutturali implicite a questo tipo di approccio filosofico.

Manfredi, riprendendo Labriola, rivendica il procedimento scientifico di “astrarre” “forme preminenti” o “momenti decisivi” dalla storia (a parte obiecti) per fornire un modello interpretativo che sia in grado anche di indicare “tendenze e direzioni”. Si tratta, per inciso, dell’“astrazione determinata” che Marx indica come il metodo corretto per approcciarsi allo studio della disciplina storica nella famosa Introduzione a Per la critica dell’economia politica (pubblicata postuma). L’astrazione così concepita, come base per raggiungere una sintesi superiore e una comprensione del particolare nella totalità, è un procedimento che possiamo giudicare come corretto a prescindere dalla previsione delle tendenze, ma difficilmente si può slegare da queste. Difatti, è assolutamente naturale, e in un certo modo inevitabile, rivolgersi alla storia per avere delle risposte sul futuro. Oltretutto, per quanto sia una considerazione piuttosto banale, occorre sottolineare come passato, presente e futuro formino un continuum. Se la domanda di storia guarda oltre la mera fascinazione antiquaria, è inevitabile lo sguardo verso il futuro e quindi anche l’interesse politico.

C’è però un salto logico nel ragionamento che viene proseguito. Riguardo la ricerca della tendenza, Manfredi scrive “Ciò che è implicito è che questo procedimento è sempre in funzione di una narrazione, che il lavoro scientifico sulla storia se non vuole ridursi a un metodo di elencare fatti senza renderne conto deve includere delle tesi e farsi politico: ha bisogno di astrarre un senso dalla storia.”[5] Il problema con questa proposizione è l’affermazione di una immediata identità tra narrazione (e quindi interpretazione) e punto di vista politico e ideologico.

È senz’altro vero, come ricorda Manfredi, che lo storico, e tutti gli uomini, non sono al di fuori della storia e dal contesto che li determina; che non esiste un uomo che possa dirsi super partes rispetto al processo di produzione sociale, che è anche produzione della conoscenza, e che quindi è anche una conoscenza politica, una narrazione da un determinato punto di vista. Ma ponendo in questi termini l’equazione si commette lo stesso errore di quelle posture irrazionalistiche tanto critiche verso la filosofia della storia, ovvero si rifiuta (più o meno consciamente) la possibilità – o quanto meno il tentativo – di una ricerca obiettiva che non sia anche e immediatamente politica. Ne consegue un’accettazione passiva della propria “deformazione ideologica” e si finisce in una spirale che tende a confermare le proprie tesi di partenza con una selezione interessata del materiale, operando un’astrazione che quindi non è più “determinata” ma diventa “determinante” del processo conoscitivo stesso. In altre parole, si giunge alla teleologia, e alla storia “dimostrata, dimostrativa e dedotta”.

Il problema, in realtà, si pone su diversi livelli, per cui è meglio proseguire con ordine.

La “tendenza” e il “senso”

L’analisi del continuum storico, della totalità interconnessa di passato-presente-futuro, pone degli evidenti limiti conoscitivi per l’ultimo termine della terna. Infatti, se il passato si è concluso (ed è “storia”), lo si può osservare ed analizzare in maniera sostanzialmente differente rispetto al futuro. Motivo per cui la previsione, come riconosce Manfredi, è una previsione di tendenza. Si tratta di una tendenza perché ovviamente non sono individuabili “leggi storiche” che regolano il destino umano, se non altro perché, come ricorda Marx “gli uomini fanno la loro storia”, e ne deriva un margine di possibilità ampio che deriva dall’arbitrio e dall’agire umano.

La tendenza si può comunque ricavare dall’astrazione di “forme preminenti” e “momenti decisivi”, che però sono ricavati solo dalla storia a parte obiecti, sulla quale non si può intervenire (in quanto conclusa). E questi “momenti” non derivano direttamente dall’analisi dei dati “crudi”: sarebbe ridicolo pensare che le tesi possano nascere spontaneamente dall’analisi disinteressata delle fonti. Epperò, lo statuto di veridicità dell’interpretazione della storia a parte obiecti (passata) è sostanzialmente differente rispetto alla previsione della tendenza che si può ricavare, tanto più quando questa previsione passa da essere una previsione generica a una previsione specifica.

Si tratta di un problema non solo della previsione “morfologica” – per riprendere le parole del Labriola –, ma del marxismo tutto che ha spesso ricavato un senso (o il senso) dalla storia, figurando previsioni sbilanciate in maniera fin troppo evidente verso la teleologia.

Su questo tema si espresso a più riprese Hobsbawm, il quale ha evidenziato la differenza sostanziale tra le diverse previsioni di Marx, per esempio tra quella che riguarda la tendenza all’accumulazione capitalistica e la previsione dell’avvento della società senza classi. La prima “si basa su un’analisi storico-teorica diversa e più significativa della previsione che lo stesso proletariato in quanto classe diventerà «l’espropriatore degli espropriatori». Le due previsioni per quanto connesse non sono identiche e, anzi, possiamo accettare la prima senza dover accogliere la seconda.”[6] Il problema della seconda previsione è quello già accennato sopra, quello della narrazione che si fa immediatamente politica e che “determina” la lettura della storia stessa. Si tratta del “senso” che figura aprioristicamente un esito della tendenza e che impedisce di considerare altre alternative, che pure sono sempre possibili. Invece, la prima delle due previsioni, come molte altre categorie analitiche che derivano dall’astrazione marxiana, conserva una propria validità in quanto “scientifica”, perché deriva da un’osservazione empirica della storia e del capitalismo. Non è, infatti, necessariamente connessa con il “fine” ultimo del comunismo perché si fonda sull’analisi critica della totalità storica a parte obiecti, e non sul telos.

Concludendo su questo primo punto possiamo sintetizzare quanto segue. Il difetto dell’analisi di Manfredi sta nella sovrapposizione del “senso” specifico, politico e ideologico, con l’analisi di tendenza generale che deriva da un’analisi empirica della storia totale. La concezione materialistica della storia, invece, può e deve essere slegata da un esito teleologico (anche se lo si definisce accortamente come “morfologico”). Infatti, l’analisi della progressiva separazione dell’uomo dalla proprietà (dalle condizioni oggettive della realizzazione del suo lavoro, ovvero l’alienazione), il susseguirsi di alcuni modi di produzione (non necessariamente gli stessi indicati da Marx), le considerazioni generali sulla produzione materiale della vita come filo conduttore della storia ecc. sono tutte considerazioni che mantengono una validità nei confronti della storia a parte obiecti a prescindere dall’avvento del comunismo. Quest’ultimo rientra nell’ambito della possibilità storica, e non della necessità; e non riconoscere questa finestra di possibilità equivale a ricadere inevitabilmente nel determinismo.

Il proletariato e il relativismo storico

Il secondo problema deriva dall’individuazione di “unsenso” nella storia sulla base di un soggetto determinato, e quindi storico. Infatti, come riconosce Manfredi, un senso si può ricavare solamente relativamente a un narratore e a un punto di vista specifico e quindi a un giudizio di valore. Non si tratta, in questo caso, di un soggetto singolo (lo studioso), ma di soggetti collettivi e storici. Si tratta dunque di un relativismo rigorosamente storico che non vuole confondersi con il relativismo soggettivista irrazionalistico. Se non si può ricavare un senso prescindendo da giudizi di valore, e questi sono storicamente determinati, è evidente però, che anche lo statuto veritativo di questo senso diventa di conseguenza “storico”. Allora come è possibile ricavare un’analisi scientifica che abbia un “senso” che ci fornisca qualcosa di più di una conoscenza valida solo per l’hic et nunc? Purtroppo, non è possibile rispondere a questa domanda se si assumono queste premesse.

La rivendicata storicità del “senso” non è problematica solo rispetto al futuro, e quindi rispetto al fatto che una determinata interpretazione connessa a un senso specifico possa essere superata sulla base di un nuovo soggetto storico-sociale che ne elabora una nuova, ma è problematica soprattutto rispetto al passato. Se si estende al passato questo relativismo storico si finisce con attribuire lo stesso statuto di verità – in quanto questo statuto di verità è storico – alla teoria tolemaica e a quella copernicana perché, fino al XVII secolo, la prima aveva una validità relativa ad un momento storico, e quindi era oggettiva nel senso di “soggettivo universale” (riprendendo le parole di Gramsci). Purtroppo però, la terra non ha iniziato a girare intorno al sole dalla metà del XVII secolo.

Certo, l’impostazione del Labriola e di Manfredi non è così ingenua. Non si tratta sicuramente del materialismo storico “marxista-leninista” stampo sovietico (capace di tenere insieme allo stesso tempo lo scientismo e la teleologia, gli aspetti peggiori del positivismo e della filosofia della storia). Infatti, il materialismo storico non è concepito come “la visione mondiale scientifica della classe operaia” (riprendendo la definizione della SED). Della filosofia del Labriola si preferisce sottolineare l’elemento di “tendenza”, aperta e critica rispetto allo studio della realtà concreta e delle sue trasformazioni. Allo stesso tempo però, non è problematizzato a sufficienza il fatto di collegare la “visione scientifica” alla “classe operaia” (o ai suoi intellettuali e al suo partito), visto che questo sarebbe il soggetto storico determinato che attribuisce un senso alla storia. Anzi, nella parte finale dell’articolo sembra quasi che l’angolo visuale della classe operaia possa avere degli intrinsechi vantaggi epistemologici che possono essere universalizzati rispetto ad altri soggetti storici. Ma perché mai un qualsiasi soggetto sociale dovrebbe avere questi vantaggi? Non ci è dato saperlo.

Il “progresso”

Il terzo e ultimo problema è quello del “progresso” che, in quanto intimamente connesso a giudizi di valore, deriva direttamente dal “senso” attribuito alla storia. Come sostiene Manfredi: “Il problema del progresso è legato indissolubilmente al problema del senso della storia e in un certo senso vi si sovrappone: il progresso, sia auspicato e previsto, sia ritrovato in processi passati, è l’individuazione di un movimento in relazione a un senso.”[7] Ma il senso, come si è tentato di dimostrare, non è implicito in alcuna analisi scientifica e di tendenza, e deriva piuttosto da un’attribuzione soggettiva e storica di giudizi di valori, si tratta dunque di un progresso relativo? Non sembra che questa conclusione spaventi in alcun modo Manfredi che, anzi, rivendica la relatività di questo progresso. Il problema è, ancora una volta, il legame con l’analisi scientifica, che c’entra poco con questa connotazione del concetto di “progresso”, ma che si connette con esso attraverso l’attribuzione di un senso.

Il progresso, come sottolinea anche Manfredi, va tenuto distinto dallo “sviluppo”, che invece, secondo una serie di parametri verificabili, è riscontrabile in varia misura. Infatti, se lo sviluppo rappresenta qualcosa di puramente materiale e di per sé neutro, il progresso contiene necessariamente un giudizio di valore. Anche il progresso, come lo sviluppo, sarebbe osservabile nei processi storici. È tuttavia significativo che nell’unica sezione in cui si sviluppa il concetto di progresso, l’unico esempio che viene portato per parlare di come questo si manifesti nella realtà (in modo non lineare, con possibilità di un regresso relativo ecc.) è quello del “progresso tecnico”. Ma cos’altro sarebbe questo progresso tecnico se non uno sviluppo avalutativo?

Il problema, in ultima analisi, è lo stesso del “senso” della storia. Lo sviluppo delle forze produttive lungo il corso della storia, la trasformazione e la complessificazione dei sistemi sociali che regolano la vita dell’uomo ecc. sono fattori di sviluppo empirici della storia a parte obiecti. Le categorie analitiche del materialismo storico – la legge del valore-lavoro, la categoria di modo di produzione e di formazione sociale, l’analisi dello sviluppo del capitalismo – sono chiavi interpretative della storia a parte subiecti, discutibili e opinabili, ma scientifiche. Invece, l’idea di progresso e il senso attribuito alla storia fanno parte di un altro tipo di discorso che non è direttamente connesso all’analisi obiettiva, e che pertanto non può avere lo stesso statuto veritativo e che invece rivendica a tutti i costi.

Conclusioni, la storia e la politica

Questa impostazione filosofica rispetto al senso e al progresso ha come implicito obbiettivo quello di impostare le questioni politiche sullo stesso piano di quelle “scientifiche”. Se il senso deriva dall’analisi di tendenza e dall’analisi obiettiva, anche il progresso è ricavabile scientificamente (per quanto sia relativo a un soggetto) e ne consegue la possibilità di indicare con maggiore precisione cosa sia “progressivo” e cosa “regressivo” o “reazionario”. Ma si tratta di una pretesa non fondata, e, in ultima analisi, pericolosa.

L’approccio appena descritto ricorda, non a caso, quello che adopera Lukács nel suo Lenin dove, esaltando la figura del rivoluzionario russo, si sforza di dimostrare come dall’analisi della totalità storico-sociale derivi immediatamente tutta l’impostazione politica di Lenin (che ha solo applicato coerentemente la dialettica di Marx). Se il soggetto storico rivoluzionario è indubitabilmente il proletariato, e questo deriva da un’analisi oggettiva della realtà, anche la prassi politica conseguente, e la nozione di cosa è e cosa non è progressivo, deriva a cascata da questa analisi scientifica. Ma il salto logico, anche in questo caso, è a monte. La previsione del “proletariato” come soggetto rivoluzionario predestinato a rovesciare il capitalismo non deriva dall’analisi obiettiva della tendenza: è un’inferenza che, per quanto possa essere argomentata, non è “oggettiva” e iscritta nella storia. Ancora una volta può essere utile richiamarsi a Hobsbawm che in una recente introduzione al Manifesto del partito comunista ha approfondito questo problema. In Marx, e di conseguenza in buona parte del marxismo successivo, l’analisi del proletariato come soggetto storico della rivoluzione deriva “da un argomento filosofico, anzi escatologico, sulla natura e il destino umani.”[8] Infatti, se si segue filologicamente lo sviluppo del pensiero di Marx, questo giunge prima al comunismo e al proletariato, e solo dopo al materialismo storico e all’analisi scientifica del “mondo delle merci”. Per questa ragione si può e si deve distinguere tra questi due ordini di discorso differente.

Se quindi può essere legittimo, per quanto arbitrario, stabilire che per un determinato soggetto storico (come la classe lavoratrice) esista un criterio di valore che indica cosa è progressivo e cosa no; non è legittimo sostenere che questo sia scientifico, neanche con tutte le accortezze del caso. Oltretutto, come accennato prima, si tratta di un procedimento molto pericoloso perché, come è già successo in alcuni casi estremi, può minare le fondamenta stesse della ricerca scientifica. È il caso dell’approccio ždanoviano che postulava una totale congruenza tra affermazioni politiche e scientifiche e, quindi, una virtuale intercambiabilità delle proposizioni di entrambe le forme a qualsiasi livello di discorso. Questo si basava sulla considerazione che non esistesse un campo specialistico per il discorso scientifico né un pubblico specializzato per questo tipo di discorso, e finiva con l’attribuire la virtuale superiorità dell’autorità politica su quella scientifica. Non è difficile dedurre la ragione dell’irrigidimento ideologico che, in Unione Sovietica, stritolò il marxismo in un letto di Procuste dogmatico e soffocante.

Queste considerazioni sul progresso e sui limiti teleologici dell’articolo di Manfredi non vogliono però concludere che la storia non serva alla politica, tutt’altro. Chi scrive è un fervente sostenitore della lotta dei lavoratori e degli sfruttati, e si è sempre schierato con loro in prima linea. In questa lotta la conoscenza della storia, così come dell’economia, della filosofia, ecc. è fondamentale perché permette di fondare su basi solide un progetto politico e di rottura. Lo ricorda ancora una volta Labriola: “La conoscenza del passato giova ed interessa praticamente, solo in quanto essa può dar luce e orientazione critica a spiegarsi il presente.”[9] Ma questo non vuol dire che si possa ricavare un “senso” e un “progresso” immanente alla storia e che questo debba guidare le nostre scelte politiche. Se vogliamo che la storiografia ci guidi nel giudizio – questa volta sì, di valore – del presente, dobbiamo far sì che rimanga una scienza, con parametri propri di analisi e criteri di verifica forti. Solo così può illuminarci nella lettura del presente e nella progettazione del futuro.


[1] Manfredi, Labriola e il senso della storia, in Area Scettica (cap. 2)

[2] Eric J. Hobsbawm, De Historia, Rizzoli, Milano, 1997, p. 96

[3] Labriola, Discorrendo di socialismo e filosofia, in Saggi sul materialismo storico, Editori Riuniti, Roma, 1964, p. 222

[4] Labriola, Del materialismo storico. Dilucidazione preliminare, in Saggi sul materialismo storico, p. 93

[5] Manfredi, Labriola e il senso della storia, Area Scettica (cap. 2)

[6] Eric J. Hobsbawm, De Historia, p. 57

[7] Manfredi, Labriola e il senso della storia, Area Scettica (cap. 6)

[8] Eric. J. Hobsbawm, Come cambiare il mondo, Rizzoli, Milano, 2011, p. 122

[9] A. Labriola, In memoria del manifesto dei comunisti, in Saggi sul materialismo storico, p. 62

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Labriola e il senso della storia [di Manfredi]


Se quella della storia non è una scienza dura, da cui trarre posizioni univoche e determinismi, è comunque possibile trovarvi una vera conoscenza? A quali condizioni la storia ha un senso senza risultare teleologica? E infine, in che modo la conoscenza che si trae dalla storia può essere uno strumento utile nel presente e non solo una descrizione?
Le tre domande appena poste sono certamente impegnative, forse le tre domande fondamentali che la filosofia può porsi rispetto alla storia e sicuramente domande molto serie per una filosofia politica. Non c’è da stupirsi che la filosofia politica che dall’Ottocento a oggi più di ogni altra ha cercato di fondare l’azione per il cambiamento radicale della società -il materialismo storico- si sia fondata proprio sulla storia, appunto, in quanto questa offre un principio diacronico e un ricco campo di analisi per chi non voglia fare dell’atto politico una questione morale o l’eternarsi del presente. Allo stesso modo, non c’è da stupirsi di come, con la battuta d’arresto che le forze sociali promotrici di questo pensiero hanno subìto, anche lo statuto della storia sia rimasto menomato. Di fronte alla storia arbitraria, frantumata, deoggettivizzata o già solo trascurata, vogliamo rimettere in luce la visione di una storia fertile e capace di porsi come principio guida dell’azione con il contributo di Antonio Labriola, un pensatore che, a riguardo, ha scritto pagine tanto utili e sottili, quanto ingiustamente dimenticate dal pensiero politico contemporaneo. Labriola, vissuto tra il 1843 e il 1904, è stato uno dei primi veri marxisti italiani, forse il primo grande intellettuale marxista nel paese. Il suo approdo al socialismo è travagliato: passando per Hegel, Herbart e Spaventa giunge a scrivere i testi che prenderemo come contributo in questa esposizione a partire dal 1895. Con questi suoi scritti introdurrà in Italia il materialismo storico in una forma ben più raffinata del socialismo superficiale e positivista che lo circondava al tempo, non senza entrare in contrasto tanto con uomini politici, come Turati, quanto con grandi filosofi come Gentile e Croce, che fu suo allievo. Quando Labriola affronta la stesura dei suoi Saggi sul materialismo storico è già passato da tempo al socialismo e da tempo è entrato in corrispondenza con molti dei più importanti punti di riferimento del movimento operaio europeo, da Kautsky a Sorel fino a Engels. Vediamo allora quanto il pensiero di questo marxista della prima ora può ancora parlarci a ben più di un secolo di distanza, concedendoci la licenza di spaziare anche nei suoi dintorni.

  1. STORIA A PARTE OBIECTI E STORIA A PARTE SUBIECTI
    Quando Labriola fonda il comunismo critico – come lui chiama il socialismo marxista, in opposizione a quello utopistico – sullo studio scientifico della storia, non lo fa in modo volgare, come molti positivisti del suo tempo e dei tempi successivi, pretendendo di trarre dall’analisi della società e della sua trasformazione leggi e teoremi astratti nello stesso modo in cui si possono derivare nella matematica e nella geometria. Non si tratta nemmeno di ritrovare processi regolari e certi nelle cose reali come si trovano nella chimica o nella biologia. Labriola si scaglia proprio contro chi vuole instaurare nessi meccanici nello sviluppo della storia e della società.
    Com’è possibile allora ottenere dalla storia una conoscenza? Per un pensatore inserito, quale è Labriola, sulla scia di Marx ed Engels, la risposta non può essere che l’applicazione di un metodo scientifico all’analisi della storia. Si tratta di superare l’ingenuità delle spiegazioni che noi diamo dei processi fin dall’inizio dei tempi integrandovi l’osservazione metodica e l’esperimento, così da rendere critica la nostra conoscenza. Per vedere cosa questo voglia dire nel caso specifico e non privo di complicazioni della storia, possiamo partire da un dato rilevato negli appunti del corso di filosofia della storia che Labriola tenne a Roma tra il 1902 e il 1903, pubblicati con il titolo di Storia, filosofia della storia, sociologia e materialismo storico. La parola “storia” starebbe per due «ordini di nozioni diverse», un ordine reale che è «l’insieme delle cose [effettivamente] accadute» e un ordine narrativo che è «l’insieme dei mezzi letterarii che sono adoperati per tentarne la esposizione». Insomma, da un lato abbiamo la storia «a parte obiecti», ovvero la «somma degli accadimenti», il piano reale e assolutamente incommensurabile della Storia con la maiuscola che è l’oggetto della nostra ricerca; dall’altro la storia «a parte subiecti» ovvero l’arte di raccontare questi stessi accadimenti1. È utile porre questa distinzione per capire a cosa e da dove stiamo cercando di applicare criteri scientifici, il discorso sulla storia a parte obiecti resta sempre e necessariamente un discorso e, come ogni narrazione, si basa su scelte di valore che non hanno premesse oggettive o esiti univoci. Si tratterà invece di sottoporre al vaglio della scienza ciò su cui si opera la scelta di valore, ossia di dotarci degli strumenti per una analisi corretta dei fatti storici che astraiamo per la nostra narrazione dalla storia a parte obiecti:
    quindi non è la storia nel senso di narrazione che sia diventata una scienza, perché la narrazione rientra sempre nel campo dell’intuitivo, ma è che i nostri mezzi per arrivare al rifacimento del passato sono diventati corretti ossia scientifici.2
    Non solo questo vuol dire trattare il dato di fatto con la massima cura tramite le prassi (ad esempio la filologia, il controllo incrociato con larghi corpus e l’attento esame degli archivi) e gli strumenti (ad esempio la datazione al carbonio e la digitalizzazione dei reperti) più avanzati, ma anche imbrigliare la propria ragione affinché non scada nel “vizio metafisico”. Labriola, riprendendo Engels, dipinge tale vizio nel Discorrendo come l’assenza di metodo genetico, il che vuol dire considerare le cose e soprattutto le categorie senza mettere in luce il processo per cui si sono generate o sono state astratte. Si tratta di prendere le questioni così come vengono, senza che lo studio del loro porsi in essere ne evidenzi l’interdipendenza e la genesi, così che sia possibile, invece, pensarle come isolate o assiomatiche. Nelle parole di Labriola, il vizio metafisico è caratterizzato
    dal fissare, come per sé stanti, e del tutto indipendenti l’uno dall’altro, quei termini del pensiero, i quali in verità son termini solo in quanto rappresentano i punti di correlazione e di transizione di un processo; e, in secondo luogo, nel considerare quei termini stessi del pensiero come un presupposto, un’anticipazione, o anzi un tipo od un prototipo della povera e parvente realtà empirica.3
    Non si può fare di cose come ad esempio la classe una categoria che superi la realtà: perché la classe possa essere usata come una categoria bisogna sempre porla in relazione alla sua realtà effettiva, per cui è composta dalla somma delle realtà storico-sociali da cui è astratta. Questa critica è mossa anche agli stessi “marxisti” che al tempo di Labriola trattavano le leggi della storia come leggi naturali, che postulavano la inevitabilità deterministica del socialismo come una realtà e le categorie da cui la si derivava come assolute piuttosto che relative alla società effettiva.
    Questi marxisti trasformano
    le condizioni, i rapporti, le correlatività di coesistenza economica [in categorie con] un certo che di fantasticamente sovrastante a noi; come se nel problema ci fossero altri dati da questi in fuori: […] uomini e uomini, che, in precise condizioni di tempo e di luogo, trovansi in varia dipendenza tra loro, per l’uso così e così distribuito e collegato dei mezzi necessarii all’esistenza.4
    Proprio come chi, nel darwinismo, passa dall’evoluzione (come processo che riconosciamo nel reale) alla Evoluzione (come legge dello svolgersi delle cose, con la maiuscola), ipostatizzando come idea metafisica quello che è «l’espressione compendiaria di infiniti processi, che dan luogo a tanti problemi circostanziali e non ad un singolo teorema»5.
  2. LO STATUTO DI LEGGI E CATEGORIE
    La critica di Labriola ai limiti di schemi di lettura che vengano imposti alla storia sta nel frammento de Da un Secolo all’altro. Se lo schema preso in causa dallo scritto, non a caso composto al tramontare del XIX secolo, ossia la convenzione del secolo che dividerebbe la storia in porzioni centenarie, può sembrare banale, la posizione di rifiuto consapevolissimo delle strutture tradizionali imposte al flusso della storia sostenuta da Labriola ha esiti tutt’altro che ovvi, anche in relazione alle pieghe che il marxismo già aveva preso con Labriola in vita e che continuerà a prendere dopo la sua scomparsa. Attenzione, non si tratta però di rifiutare la possibilità di usare strutture e categorie per analizzare la Storia, ma di come utilizzare queste categorie sociologiche. Se vogliamo mettere queste categorie in compendio, farne una struttura rigida e quasi una metafisica della storia, allora sbagliamo. Così si critica l’incasellamento, «gl’ismi tutti in fila», dei modi di produzione in una successione lineare (schiavismo, poi feudalesimo, poi capitalismo e infine Dio voglia socialismo) apparentemente scientifica perché spiegata tramite categorie e fatti sociologici, ma in realtà riduttiva e metafisica rispetto alla realtà di un secolo che racchiude «una moltitudine di cose, qualitativamente diverse e dinamicamente difformi». Il risultato di questa impostazione, ce lo dice già Labriola, è l’ «utopismo dell’attendere il prossimo o futuro avvenire» con tutte le sue disastrose conseguenze politiche6.
    Allo stesso tempo, però, si può indicare un senso della storia, una direttiva che sia relativa alla forma del progresso stesso, e su questo progresso individuare quella che Labriola chiama la “data sociologica”. Su come si possa concepire il progresso relativamente senza essere relativisti torneremo in chiusura, ma possiamo già rilevare come l’essenza del materialismo storico nell’affrontare la sua materia non dovrebbe essere l’individuazione di vere e proprie leggi della storia, se non in quanto mantengono la coscienza del loro essere astratte dalla storia, senza che alla storia prescrivano nulla di per sé. Questo non le rende strumenti meno utili, le rende invece strumenti effettivi e non attori. Ad esempio, sempre in Da un secolo all’altro, si afferma, e non si saprebbe come farlo meglio, che
    i criterii […] dell’analisi sociologica devono essere sì i principii direttivi d’ora innanzi d’ogni ricerca storica: ma questa rimane sempre legata alle impreteribili ragioni empiriche della rappresentazione del fatto, e deve rifiutarsi qualunque pretesa di imperativi aprioristici.7
    Lo statuto di leggi e verità nel marxismo in effetti è problematico e non privo di contraddizioni più o meno apparenti. Lo stesso Engels pone la questione delle leggi storiche in termini ambigui in alcuni passaggi dell’Antidühring, testo che Labriola apprezzava al punto di definirlo «il più grande libro di scienza generale che sia uscito da penna di socialista»8. Detto questo, sarebbe sbagliato prendere alla lettera questi passaggi senza contestualizzarli in un testo che non si è risparmiato, d’altro canto, il dovere di problematizzare le condizioni di verità delle scienze tra cui si include il materialismo storico. Engels parte innanzitutto dal rilevare il dato «discretamente banale e molto discretamente inutile»9 che la conoscenza è conoscenza umana e ha come limite i limiti di una umanità non eterna, chiusa nei confini di ciò che può raggiungere. E se il bagaglio collettivo del pensiero dell’uomo è limitato, tanto più il pensiero di ogni singolo è tutt’altro che “sovrano”. La realtà delle cose quindi starebbe fuori da ogni singola pretesa di verità, ma nonostante ciò oltre l’uomo finito
    si realizza in una serie di uomini che pensano in modo assolutamente privo di sovranità; la conoscenza che ha incondizionata presa di verità si realizza in una serie di relativi errori; né l’uno né l’altra possono realizzarsi altrimenti che mediante una durata infinita della vita dell’umanità.10
    Questo pensiero trova forse la sua forma più chiara nella penna di Gramsci, che nel §17 del quaderno 11 ragiona su come «oggettivo significa sempre “umanamente oggettivo”, ciò che può corrispondere esattamente a “storicamente soggettivo”, cioè oggettivo significherebbe “universale soggettivo”». Perché questo universale soggettivo si possa veramente raggiungere servirebbe l’unificazione del discorso dell’uomo, la costituzione di «ciò che gli idealisti chiamano “spirito” [il quale] non è un punto di partenza, ma di arrivo»11. Riportiamo questa versione gramsciana della questione perché supera un effettivo limite della prospettiva posta da Engels, vale a dire l’assunzione che il reale sia autenticamente conoscibile nella sua totalità dall’uomo totalizzato, come se la prospettiva di quest’ultimo venisse a coincidere con la realtà delle cose. D’altro canto, Gramsci mantiene la natura fondamentalmente umana – sociale e storica – di quella che chiamiamo verità anche al suo estremo limite, in quanto è accordabile solo dall’uomo.
    In ogni caso questo approccio all’oggettività mette bene in luce il limite della pretesa di conoscenza esatta del mondo, da parte di un essere parziale nel mondo quale è l’uomo. L’unica risposta possibile è che questa sia un caso limite, raggiungibile soltanto rimandandone il compimento all’infinito, nel caso della verità “sovrana” ricercata da Engels, o rimandandolo all’unità, nel caso dello “spirito” ricercato da Gramsci. Nel frattempo però, dovendoci attenere a questo limite per mantenere il fondamento materiale, e quindi operativo, della conoscenza, ci resta altro da fare se non accodarci a Wittgenstein e dichiarare che «su ciò di cui non si può parlare si deve tacere»?
    Qualcosa in realtà possiamo dire, perché a conti fatti la possibilità stessa di uno sciogliersi all’infinito di questa contraddizione mostra – per Engels – una direzione e una aspirazione alla verità nonostante il suo essere praticamente insolubile.
    In questo il pensiero umano è, nella stessa misura, sovrano e non sovrano e la sua capacità conoscitiva è, nella stessa misura, limitata e illimitata. Sovrano e illimitato per la sua disposizione, la sua vocazione, la sua possibilità, la sua meta finale nella storia; non sovrano e non limitato nella sua espressione singola e nella sua realtà di ogni momento. Lo stesso si ha per le verità eterne, se mai l’umanità arrivasse al punto di non operare che su verità eterne,
    su risultati del pensiero che posseggano il valore sovrano e l’incondizionata pretesa di verità, essa sarebbe pervenuta a quel punto in cui l’infinità del mondo intellettivo sarebbe esaurita tanto in atto che in potenza, e sarebbe compiuto il celeberrimo miracolo dell’innumere numerato.12
    Ma senza prospettarci infinità da capogiro, la scienza può raggiungere “verità di ultima istanza”? La risposta di Engels è che questo è possibile solo nelle scienze matematizzabili e, anche in questo caso, non in modo universale. Già parlando di fisica e chimica le possibilità di trovare questo tipo di verità sicure si fanno esigue e, se poi si raggiunge la scienza degli organismi viventi, «si sviluppa una tale varietà di relazioni reciproche e di causalità che non solo ogni questione risolta suscita un numero infinito di questioni nuove, ma anche ogni nuova questione può essere risolta per lo più solo parzialmente»13. Se poi approdiamo alla terza tipologia di scienze riconosciuta da Engels, le scienze storiche, la corsa alla verità “di ultima istanza” si fa ancora più disperata. Manca, infatti, la ripetizione che dovrebbe permettere l’inferenza, e quindi la conoscenza «è relativa perché essa si limita a penetrare il nesso e la successione di certe forme di società e di stato che vigono solo per un dato tempo e per dati popoli»14. Come avremo modo di notare più avanti, questo vuol dire che ogni legge generale “di ultima istanza” della storia non può che essere sterile.
    Questo non vuol dire però che la storia e, in generale, la scienza quando non raggiunga risultati indubitabili, sia inutile; possiamo rendercene conto ragionando su come una legge può essere trovata e messa all’opera rispetto ad ambiti determinati senza che questo vada a minarne lo statuto di verità. L’esempio portato da Engels è quello della legge di Boyle: scoprendo Regnault che questa non funziona universalmente, avrebbe dovuto quest’ultimo dichiarare: «la legge di Boyle è soggetta a mutabilità, quindi non è una verità pura, quindi in generale non è una verità e dunque è un errore»? Con un realismo basato innanzitutto sulla necessità che la verità, perché possa aiutare l’uomo, deve essere operativa prima che teoretica, Engels ci risponde che «così avrebbe commesso un errore molto più grande di quello contenuto nella legge di Boyle; nel mucchio di sabbia dell’errore il suo granellino di verità sarebbe sparito»15. Si può obiettare che l’errore provi come il modello, nelle sue premesse, non aderisca alla realtà, e questo sarebbe vero! Ma è possibile costruire modelli che effettivamente vi corrispondano? Quando dalla storia si trae un senso, questo è a minor diritto un senso se non coglie il senso, che nella storia può infilare solo la teologia o il moralismo?
    L’obiettivo di trovare questo senso con l’articolo determinativo tramite una legittima analisi scientifica è attaccato da Labriola nel suo secondo saggio. Qui porta una critica alla “dottrina dei fattori”, ovvero quel pensiero secondo il quale invece di una visione unitaria della storia – che come vedremo è invece necessaria per Labriola – si debba individuare una serie di fattori indipendenti che si relazionano tra loro (o addirittura un solo fattore eletto a metro della storia), ad esempio il fattore economico, il fattore Stato, il fattore culturale e via dicendo, che permettano di leggere e comprendere pienamente la storia tramite lo studio del loro interagire. La conseguenza di questa impostazione era la pretesa che, a partire da uno o più fattori, si potesse ricondurre la storia a una dinamica determinata su questo o quel versante, e che quindi si potesse trovare, ad esempio, il senso della storia nel susseguirsi delle forme giuridiche. Un errore simile potremmo trovarlo anche in quelle letture del marxismo che confondono i processi economici individuati da Marx con l’unico fattore che possa spiegare la storia e fondare l’azione (e spesso la mancanza di azione) politica. La critica alla “dottrina dei fattori”
    è significativa per il discorso che stiamo affrontando, perché mette chiaramente nero su bianco il ruolo dell’astrazione narrativa nel pensare e capire la storia:
    ogni storico che cominci a narrare, compie, per così dire, un atto di astrazione. Innanzi tutto eseguisce come un taglio in una serie continuativa di avvenimenti; e poi prescinde da molti e svariati presupposti e precedenti, e anzi spezza e scompone una intricata tela.16
    Ma non si tratta solo di astrazione intesa come taglio sul piano estensivo, non solo, insomma, della necessità di trovare un punto di partenza e un punto di fine, di trovare presupposti da darsi a scapito di altri che saranno taciuti; si tratta anche di astrarre forme e agenti dai fatti e di applicarvi una analisi che li valorizzi:
    e pure in quel complesso bisogna introdurre un certo sentimento di analisi, risolvendolo in varii gruppi e varii aspetti di fatti, od in elementi concorrenti, che appariscono poi ad un certo punto come delle categorie per sé stanti.17
    L’analisi ci porta a individuare le “forme prominenti” della storia e a farne delle categorie che, dal punto di vista della narrazione, ci paiono unitarie e dotate di caratteristiche e qualità d’azione indipendenti; in realtà i confini di questi campi che delimitiamo con l’astrazione sono sbiaditi e mobili proprio per la natura dinamica e unitaria della storia che si sta narrando. Rispetto allo Stato ad esempio, questo «slarga i suoi confini esterni, o altera i suoi limiti interni verso la società, crescendo o diminuendo di poteri e di attribuzioni, o cambiando di forma nell’esercizio di quelli e di queste»18. È quindi profondamente illegittimo usare queste astrazioni, questi fattori, come i termini di una equazione e sperare di potervi trarre un determinismo naturalista.
    L’astrazione evidentemente non toglie la necessità dell’individuazione di categorie e fattori, né toglie valore epistemologico allo studio delle loro interazioni, ma ne richiede una analisi critica. Non basta individuare i fattori immediati che ci appaiono nel considerare questa o quella vicenda: possiamo trovare nel «movimento apparente» della storia considerata in questo modo «delle indicazioni, che rimandano ad altro»19, ovvero a qualcosa che esula dal fattore o dal piano su cui stiamo costruendo la narrazione. E se invece di andare a cercare questo “altro” si ipostatizzano delle astrazioni categoriali, e si fa ad esempio la storia tenendo fermi come «punti di vista» o il diritto, o le forme economiche o la morale, si finisce per «trad[urli] in leggi, imperativi e in principi che st[iano] al di sopra dell’uomo stesso». Un solo fatto «permanente e sicuro» si può scoprire nella storia, ovvero che il suo oggetto sono «gli uomini congregati in una determinata forma sociale, per via di determinati vincoli»20.
    All’altezza del terzo saggio la questione va a toccare esplicitamente lo statuto delle “leggi storiche”, individuate dall’uomo nell’atto del narrare, ma a un livello precedente: non per forza come contenuto bensì come presupposto della narrazione storica. Quindi, dalla storia a parte obiecti si astraggono con cura scientifica «forme prominenti» e «momenti decisivi […] non in quanto siano al di sopra di essa come la sua regola o il suo modello, ma in quanto sono essa stesso in atto»21. Si tratta non di trovare ciò che governa la storia, ma – data come già esposto brevemente l’unità di materia e coscienza nel fenomeno storico – di trarre da essa tendenze e direzioni che ci permettono di spiegarci quella che, senza, sarebbe solo una rapsodia arbitraria completamente in mano a chi la racconta o una tassonomia incapace di esprimere altro che se stessa. Ciò che è implicito è che questo procedimento è sempre in funzione di una narrazione, che il lavoro scientifico sulla storia se non vuole ridursi a un
    metodo di elencare fatti senza renderne conto deve includere delle tesi e farsi politico: ha bisogno di astrarre un senso dalla storia. Bisogna stare attenti a non confondere questa presa di posizione per la necessità del senso attribuito alla storia con la ricaduta in una teleologia, nel pensare che vi sia effettivamente un fine della storia (da distinguere dal fine del progresso) o una struttura superiore alla storia come insieme dei fatti. E sia chiaro che se per forza di cose il senso deve emergere nella narrazione, non vuol dire che sia solo fabbricato da questa. Il senso della storia è il riflesso intelligibile dell’umanità che partecipa nel processo storico, della sua volontà indissolubilmente legata al mondo con cui si rapporta attraverso l’atto del lavoro e, così come non esiste uomo che sia super partes in questo processo, «non c’è storico che possa dirsi imparziale, perché, per essere tale, bisognerebbe che fosse fuori di tutti i punti di vista»22.
  3. OCCORRE FANTASIA
    Abbiamo visto come la conoscenza data dallo studio della storia – e della società – sia scientifica nel senso che viene dall’analisi scientifica dei dati in campo: come da diverse registrazioni della posizione di un corpo nel tempo io posso inferire il suo moto, le forze che lo causano e tentare una previsione sulla sua posizione nel futuro, allo stesso modo l’analisi della storia deve inferire narrazioni dai dati disponibili rilevati con rigore. Già qui, però, la questione si fa più complicata: come è possibile inferire una narrazione storica mantenendo lo statuto epistemologico dello studio sulla storia? Nel caso di un oggetto tanto incommensurabile quanto l’insieme dei fatti e delle forze che costituiscono la storia a parte obiecti poi, ogni dato ha un suo statuto intenzionale che non dipende dal dato stesso; come renderne conto?
    Il rischio è che la «esorbitante empiria» porti ad analisi senza capo, che si finisca «per fare degli eruditi che non sono dei sapienti». E a mano a mano che aumenta la «massa dei particolari», si fa più difficile la loro ricomposizione ad arte, ossia l’attribuzione di un senso tramite la narrazione al dato storico in esame. Come si sviluppa la capacità di accumulare dati affidabili deve allora svilupparsi la capacità di coordinarli e di stendere relazioni tra di essi. Qui non si scappa, «per scrivere la storia occorre sopra tutto la fantasia; il che è il più grande schiaffo che si possa dare agli eruditi del mestiere»23.
    È impossibile infatti trattare la realtà storica senza sovrapporvi la nostra propria filosofia, non importa quanto ingente sia «la somma dei particolari che [si] abbia raccolta e quale che sia la fatica spesa per avvicinarsi alla sentita e intuitiva riproduzione del passato»24. Nell’atto di narrare noi conferiamo inevitabilmente senso, e non conferiamo senso in modo arbitrario, ma su scelte di valore guidate dal nostro interesse e dalla nostra filosofia, le cui domande per il Labriola di Storia, filosofia della storia… sono il binario per il quale attribuiamo i principi direttivi, ossia andiamo oltre il dato per trarre una conoscenza che, se vogliamo farci capire senza pretese di precisione lessicale, potremmo chiamare sintetica.
    Così che voglio dire che le persone le quali si preparano agli studi storici, non si potrà dire che siano veramente preparate con metodo scientifico se non quando, oltre all’impossessarsi dei metodi corretti per l’apprendimento dei fatti, siano anche giunte a farsi una adeguata idea dei principii direttivi degli accadimenti, in quanto quei principii sono negli accadimenti stessi. E voglio dire che lo storico scientificamente preparato deve anche aver raggiunto quel grado di maturità intellettuale, che consiste nel poter rispondere a quei quesiti che costituiscono la somma della filosofia della storia.25
    La narrazione storica stessa è a sua volta un atto storico, che riflette e rimodella il panorama su cui nasce. Non esiste scampo da questa necessità e nella sua ineludibilità sta il criterio di verità che si può accordare al racconto della storia. Può l’uomo smettere di raccontare la propria storia, dal momento che vi ha accesso? E se la risposta – come è ragionevole che sia senza inventarsi future società improbabili – è no, può l’uomo evitare di imporre sé stesso sulla storia? Di nuovo, dobbiamo umilmente ammettere che non è possibile, ma possiamo scusarci giacché non ci imponiamo sulla storia come individui astratti, ma come il frutto della storia stessa. È evidente che non possiamo fare a meno della storia, ce ne serviamo volenti o nolenti per natura, a prescindere che l’uso che ne facciamo sia scientifico e legittimo: in senso positivo, giustifica e guida la nostra azione nel presente e in quanto giudizio di valore pone lo smarcamento tra una forza sociale e i suoi nemici; in senso negativo, attacca le strumentalizzazioni operate da questi nemici e i loro tentativi di delineare un proprio campo come autonomo o moralmente superiore. La verità che possiamo trarre dalla storia è insomma vera non rispetto a qualche oggettività super partes: è essa stessa un atto storico il cui valore facciamo dipendere dalla sua aderenza ai limiti duri dell’esperienza da cui è tratto e dai limiti altrettanto severi dell’uso che se ne vuole fare.
  4. MONISMO E UNITÀ DELLA STORIA
    Se il senso è legittimamente attribuito alla storia, ma la storia in sé non possiede leggi o fini, qual è la base di questa attribuzione?
    Labriola nega, in effetti, la possibilità di applicare un determinismo in senso classico alla storia, ma non per questo è impossibile trarre da essa un’analisi politica valida per l’azione. Labriola parla infatti di un “determinismo storico”, che tiene conto e anzi emerge dalla «interazione tra la componente oggettiva (le cose, la materia) e la componente soggettiva (volontà e prassi) del mondo umano»26. In Un marxismo «alquanto aristocratico» – studi su Antonio Labriola, Burgio scrive che con il determinismo storico di Labriola ci troviamo di fronte a qualcosa di diverso dal determinismo della fisica o della chimica: questo determinismo storico è mediato, tendenziale, per conseguenza di una ontologia monistica che non pone più la materia e la volontà su piani diversi, ma che riconosce la stretta interrelazione tra le due. Se la realtà storica è dinamica (e qui può tornarci in mente l’assenza di ripetizione rilevata da Engels), lo si può attribuire alla «incidenza della soggettività, dell’attività libera e operosa della componente soggettiva della totalità storico sociale»27.
    Concepire un posto per la soggettività nello studio dei processi storici oggettivi e dare a questa soggettività una forma proattiva e non riducibile è un procedimento non scontato, che deve fondarsi sulla natura riconosciuta al lavoro stesso. Questo non porta Labriola a irrazionalismi o misticismi; anzi, Labriola giunge a questa conclusione proprio osservando la realtà effettiva dei processi produttivi in cui vede chiaramente il compartecipare inestricabile di elementi tradizionalmente soggettivi alle dinamiche più elementari della produzione. Il monismo di Labriola consiste nel ruolo del lavoro come “mattone” fondamentale della storia a parte obiecti (il lavoro è «inteso come equivalente al concetto di agire storico»28); è considerato l’attività fondamentale dell’uomo, il vero processo in cui l’uomo costituisce e svolge sé stesso. Attraverso il lavoro l’uomo incorpora la sua soggettività nella realtà oggettiva con cui
    si rapporta, e attraverso questo processo a sua volta l’uomo si oggettiva. Labriola ci dà un esempio pratico di cosa intenda parlando in questi termini del lavoro tramite l’immagine del calzolaio che
    nelle scarpe che produce ci mette via una parte di sé stesso, le sue energie meccaniche, dirette dalla volontà, ossia dirette dall’attenzione volontaria, secondo la forma preconcetta, nella quale si assomma, come in intento ed in proposito, la sua attività cerebrale in quanto egli è in atto di lavorare.29
    Il calzolaio stesso è presente nel frutto della sua opera come la sua forza lavoro che la ha portata a termine, e in questa si include la sua «attenzione volontaria, secondo la forma preconcetta». In modo molto banale, la volontà che ha portato il calzolaio a portare a termine il suo lavoro è parte di quelle forze che hanno trasformato il cuoio in scarpa. Diventa anche rilevante l’idea di “forma preconcetta”: il fatto che si sia prodotta proprio una scarpa, con determinate tecniche, una determinata foggia e un determinato uso, si può ascrivere solo al lavoro accumulato delle conoscenze umane, alla tradizione che è anche questa frutto del lavoro dell’uomo nella sua componente spirituale: «che cos’è il sapere stesso, se non un prodotto della prassi sociale, collettiva – l’espressione, per dirla con il Marx dei Grundrisse, dell’ “intelletto generale”»30?
    Mettendo in luce l’aspetto soggettivo che inerisce al decorso storico e la conseguente impossibilità di trarre previsioni strettamente deterministiche dallo stesso, Labriola non sta affermando anche che allora non è più possibile inferire conclusioni e previsioni dai fenomeni sociali –non sta insomma negando la possibilità di “applicare la storia” ad altro che la descrizione del suo oggetto diretto – sta invece evidenziando la ragione materialissima per cui queste conclusioni e previsioni possono avere un valore tendenziale, di determinismo mediato, ma non un valore assoluto.
    La conoscenza stessa per Labriola è lavoro, è operante e nasce dalle energie investite in un processo reale, posizione che ha le sue radici nei fondatori stessi del materialismo storico. Già dalla Ideologia tedesca Marx ed Engels accordano allo spirito una sua materialità attraverso il linguaggio in cui si oggettivizza. Ma non solo: la coscienza sarebbe un prodotto sociale che emerge dalla necessità di relazioni e rapporti. In questo senso «è innanzitutto semplice coscienza dell’ambiente sensibile immediato e del limitato legame con le altre persone e cose esterne all’individuo che prenda coscienza di sé»31. La coscienza nel suo stato “primordiale” è quindi coscienza della natura in cui si è immersi e coscienza di vivere in una società: dipende dal rapporto con il mondo e con gli altri, perciò è legata alle condizioni materiali della vita. Solo con la divisione tra lavoro manuale e mentale, allora, «la coscienza può realmente figurarsi di esser qualcosa di diverso dalla coscienza della prassi esistente, concepire realmente qualche cosa senza concepire alcunché di reale»32.
    In Labriola il lavoro inteso come oggettivazione degli elementi soggettivi è strettamente legato alla teoria della coscienza come prodotto materiale del lavoro: la visione di Labriola in questo senso è marcatamente monistica. Accompagna questa concezione una visione unitaria della storia come resa diacronica dell’esistenza dell’uomo, e quindi come storia unitaria del processo del lavoro.
    Quella di Labriola per l’unità della storia è una vera propria presa di posizione, un principio che permette all’analisi dei processi storici di risultare rilevante oltre i confini dei dati che
    affronta direttamente. Volendo superare i limiti in cui Labriola imposta direttamente la questione ciò vale anche rispetto all’azione politica che, essendo poietica e non narrativa, non delimita il suo campo a priori ma lo pone nell’azione. Per fondare questa operazione, però, serve una continuità tra le forze storiche, così che la loro opposizione – che resta in ogni caso contraddittoria – abbia un piano su cui svolgersi verso un suo superamento. Se concepissimo, ad esempio, le classi in lotta come totalmente separate da una battaglia che le accomuna solo per il piano sociale dove ha luogo, staremmo distruggendo le basi per una analisi di questa lotta, dei risultati e delle interazioni a cui porta. Infatti sono proprio le classi in lotta a costituire il piano sociale del conflitto, e questo non esiste esternamente da loro. Se volessimo vedere le classi come due eserciti impegnati sul campo di battaglia della storia dimenticheremmo che nella sua forma concreta questi eserciti sono il campo di battaglia stesso, e dovremmo quindi astrarre una storia metafisica dove farli incontrare, perdendo quindi la concretezza dell’analisi e il suo valore epistemologico. Allo stesso modo, non possiamo separare meccanicamente struttura e sovrastruttura, lavoro intellettuale e lavoro manuale, storia dell’occidente e storia dell’oriente ecc… Non senza qualche influenza hegeliana, la dialettica storica per Labriola implica la necessità di concepire la storia come un processo unitario, senza per questo sminuirne la contraddittorietà interna.
    Per l’idea che Labriola si fa del suo stesso percorso intellettuale, il materialismo storico è «in primo luogo» proprio questo principio unitario della storia che permette di comprendere il «variare delle forme» che lui avrebbe tanto cercato già prima della stagione marxista, dallo hegelismo allo herbartismo33. Il materialismo storico insomma è la prospettiva che permette di vedere la storia in modo unitario senza negarne la dinamicità.
    La volontà aperta contenuta in questa concezione è di conferire alla storia una «finalità», di superare una visione empirista dello studio della storia che vorrebbe risolvere quest’ultimo nello studio dei singoli episodi, in «un’elencazione dei fatti». Lo studio della storia necessiterebbe invece di un «punto di vista in base al quale ordinare la materia storica», ma procedendo in questo modo non si può negare una fondazione della storia sull’ «idealismo». Seguendo un’impostazione hegeliana, Labriola concepisce il piano espositivo – la storia a parte subiecti – e il piano della storia reale in un rapporto nel quale «si implicano vicendevolmente» per superare «l’unilateralità delle determinazioni astratte».34
    Io accetto come fondamentale per la filosofia della storia l’esigenza hegelliana del riconoscimento dell’unità storica, e rigetto l’obiezione di coloro che rimproverano ad Hegel di avere introdotto arbitrariamente il concetto dell’unità nella storia. Senza l’unità la storia non avrebbe fine e la considerazione storica si dovrebbe di nuovo risolvere nella esposizione empirica delle varie storie speciali.35
    L’unità della storia serve quindi proprio per dare alla storia un fine, ma non si parla affatto di teleologia: questo va sempre costruito in completa aderenza con il lavoro scientifico sul materiale storico. Non viene meno insomma il rigore sperimentalista (e quindi il fatto che la lettura della storia parte dal dato oggettivo e arriva al senso) che è il vero fondamento rivoluzionario del marxismo come filosofia scientifica della storia e della politica, e che, nel caso di Labriola, ha forti radici in Herbart.
  5. LA SCIENZA ADATTA E L’OGGETTO DETERMINATO
    Il senso della storia che individuiamo rispetto a questo fine, costruito a partire da uno specifico punto di vista, non è però per Labriola generico o aleatorio. Cioè, è relativo in quanto deve essere posto rispetto al suo narratore, ma necessita di rispondere a ciò che può essere scientificamente astratto dalla realtà sociale con consequenzialità rispetto al suo mutamento. Non si può dare un senso alla storia che sia conoscenza legittima traendolo ad esempio dalla psicologia individuale, dalla teologia o dalla matematica. L’unità necessaria a permettere il senso e il progresso non può essere costruita a partire da scienze statiche o slegate dall’avvicendarsi diretto degli avvenimenti. Allo stesso modo, anche questa scienza mutevole non va trattata in quanto legislatrice della realtà, ma in quanto strumento per affrontare legittimamente la comprensione dei fenomeni storici. La scienza in questione per Labriola come per il resto della tradizione marxista è l’economia. Attraverso lo studio del lavoro – che come abbiamo visto è in un certo senso il fondamento della storia in quanto attività dell’uomo, ciò che pone e svolge la realtà dell’uomo – e dei frutti del lavoro possiamo ottenere la conoscenza legittima su cui costruire un sapere storico. Attenzione però, a non credere che si tratti «di ritradurre in categorie economiche tutte le complicate manifestazioni della storia», quella dell’economia rispetto alla comprensione della storia non è un’opera né di legislazione né di traduzione: non stiamo riducendo gli avvenimenti al loro significato per la scienza economica, piuttosto Labriola vuole spiegare come « “in ultima istanza (Engels)36” i fatti storici possono essere spiegati “per via della sottostante struttura economica (Marx)” »37.
    Per tornare a Labriola, «accade nel determinismo storico [che] si cominci[…] appunto dai motivi, poniamo religiosi, politici, estetici passionali e così via, ma poi occorre di tali motivi ritrovar le cause nelle condizioni di fatto sottostanti»38. Questo non rende queste motivazioni estranee allo studio della storia, né le rende solamente accessorie. Si può però sempre ricondurre – e non ridurre! – questi fenomeni alla struttura sociale sottostante, che pure non si nega possano agire su di essa.
    Ne risulta l’importanza della psicologia sociale, da intendersi non come «la fantastica esistenza di una psiche sociale, né [l’] escogitazione di un preteso spirito collettivo [con] proprie leggi, indipendenti dalla coscienza degl’individui e dai loro materiali ed assegnabili rapporti», neppure come una «generalizzazione combinatoria» delle singole psiche. Si vuole invece parlare di «quelle concrete e precise forme di spirito» che caratterizzano soggetti sociali, uno degli esempi di Labriola sono i contadini francesi durante il periodo rivoluzionario: «quei contadini, che divenuti poi liberi lavoratori e piccoli proprietarii, o aspiranti alla proprietà, da vincitori oltre i confini a breve andare si trasformarono in automatici istrumenti della reazione»39. Scelgo di riportare proprio questo tra gli altri perché rende pienamente l’idea della psicologia sociale come psicologia di un soggetto determinato, individuato e caratterizzabile nelle sue vicende e azioni, nei suoi interessi e nelle sue potenzialità. Si tratta insomma della necessità di considerare, a fianco della “fredda” economia, la costituzione di soggetti sociali nella loro vitalità e psicologia. Si intravede qui la tematica della coscienza, del senso comune, che sarà esplorata in modo più conseguente da Gramsci, ma già si presenta come necessario integramento ad una scienza della storia che considera gli attori reali, e non in generale corpi astratti, ritenendo che anche gli aspetti sovrastrutturali ne siano un elemento fondamentale e definitorio.
    L’economia stessa non può essere una economia astratta, ma come già nell’Antidühring Engels delineava scagliandosi contro le “robinsonate”, la scienza economica è tale solo nel momento in cui affronta le situazioni reali. Anche se Labriola non ha mai potuto avervi accesso, lo stesso tema è trattato in modo più elaborato nell’introduzione ai Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, già dalle prime pagine. L’idea che si possa dare una economia naturale basata sugli assiomi delle più semplici relazioni tra individui astratti, per l’appunto i nostri Robinson senza tempo, è pura illusione. Non c’è in realtà in questo paradigma la rappresentazuione di uno stato di cose naturale, si tratta invece del riflesso del terreno sociale su cui crescono queste idee: la società civile borghese. In questa società della libera concorrenza il singolo appare svincolato dai legami naturali ecc. che in precedenti epoche storiche ne hanno fatto un accessorio di un conglomerato umano determinato, limitato [il corsivo è mio].40 La visione dell’uomo astratto, «posto dalla natura stessa» invece che «individuo che sorge storicamente»41 è qualcosa di legato alla società civile borghese nello specifico, dove l’interesse fondamentale è quello del singolo proprietario. Si tratta di una situazione tutt’altro che connaturata all’uomo fuori dalle contingenze della storia moderna, infatti «più ci addentriamo nella storia e più l’individuo, e quindi anche l’individuo che produce, ci appare non autonomo ma parte di una totalità più vasta»42. Questo non perché l’uomo borghese sia separato dal resto della storia e veramente indipendente, ma l’epoca che crea questo modo di vedere, il modo di vedere del singolo isolato, è proprio quella dei rapporti sociali […] finora più sviluppati. L’uomo è nel senso più letterale del termine ζῷον πολιτικὸν, non solo un animale sociale, bensì un animale che può isolarsi solo nella società.43
    Insomma, è vero che ci sono delle costanti nella storia dell’economia e del lavoro, ma nonostante queste abbiano un fondamento nel «fatto che il soggetto, l’umanità, e l’oggetto, la natura sono i medesimi»44, questo non ci può far dimenticare la differenza che intercorre tra momenti diversi dello sviluppo reale dello stesso processo. Che ad esempio «nessuna produzione è possibile senza uno strumento di produzione, anche se tale strumento fosse soltanto la mano»45 non toglie che il mutare di questo strumento porti a cambiamenti radicali nel modo della produzione: asserire che la necessità di uno strumento è una costante del lavoro non dice assolutamente nulla senza che si dia una ulteriore– e tutt’altro che costante – determinazione concreta. In realtà dal tentativo di fondare una economia “generale”, si possono solo ricavare tautologie, e quando sembra non essere il caso ci troviamo semplicemente di fronte a salti logici che naturalizzano fenomeni specifici a interessi e modi di produzione determinati, come nel caso dell’interesse individuale presunto fondamento dell’economia, che a conti fatti è la forma dell’interesse borghese nella moderna società civile.
    L’attribuzione del senso alla storia non solo deve trovare gli strumenti adatti in scienze che si confanno alla sua scala e al suo oggetto, ma deve anche saper usare questi strumenti tenendoli ben stretti a sé stessa, alla realtà di quella storia a parte obiecti che è l’unica materia prima legittima per questa operazione. In modo veramente sottile, secondo Labriola, si può ricondurre questo fatto alla natura del pensiero, che come abbiamo visto è prodotto sociale e di uno sforzo – lavoro – determinato. La forma e lo statuto della nostra conoscenza emergono, allora, nelle parole di Labriola nel Discorrendo, dall’ «esigenza realistica di considerare i
    termini del pensiero, non come cose ed entità fisse, ma come funzioni; perché quei termini hanno valore, solo in quanto noi abbiamo qualcosa da pensare attivamente, e siamo in effettivo atto di pensare, procedendo»46. Costanti astratte o totalizzanti, insomma, sono o sterili o illegittime, il discorso sulla storia e sul lavoro può dare frutti solo se trae sensi e lezioni specifiche a un oggetto più o meno determinato e approcciabile con gli strumenti della storiografia. Allo stesso tempo, questo non porta a una frammentazione – e quindi a una contraddizione del principio di unità della storia – quando il discorso affrontato è ricondotto a un piano comune ed espandibile, a una unità storica che permette alle conoscenze legittime che si possono trarre dallo studio della storia di diventare strumenti in altri contesti, nella lettura del presente o nell’azione politica.
  6. IL PROGRESSO
    Resta un’ultima questione da affrontare: si è visto come, in modo più o meno esplicito, ogni passo della teoria del senso della storia in Labriola faccia riferimento al senso che noi attribuiamo a essa nell’atto della narrazione, più che una pretesa di scoprire un senso intrinseco alla storia stessa. La cosa si fa evidente nel modo in cui Labriola affronta la nozione di progresso.
    Il problema del progresso è legato indissolubilmente al problema del senso della storia e in un certo senso vi si sovrappone: il progresso, sia auspicato e previsto, sia ritrovato in processi passati, è l’individuazione di un movimento in relazione a un senso. Il progresso è essenzialmente posto rispetto a qualcosa a cui si dà valore, non esiste se non in relazione a un metro con cui leghiamo e rendiamo portatori di senso gli eventi storici.
    Il progresso non sarebbe la direzione intrinseca e generale del moto storico. Invece, da un lato sarebbe relativo alle aspirazioni concrete che ci permettono di individuarlo, tracciarlo e perseguirlo; dall’altro sarebbe tutt’altro che costante e teleologico.
    Innanzitutto quindi il progresso è tale in relazione alle aspirazioni morali o materiali del soggetto umano che vuole individuarlo, e perciò è posto secondo certe metriche, certe tendenze rese significative dall’interesse – ad esempio – dell’autore in accademia o della classe. Non si può parlare di un progresso in sé, in Del Materialismo storico, dilucidazione preliminare si legge che
    Il concetto di progresso, per chi lo esamini bene addentro nella sua natura specifica, implica sempre dei giudizi di valutazione; e, per ciò, non è che si possa confonderlo con la nozione nuda e cruda del semplice sviluppo, il quale non include punto quell’incremento di pregio, per cui noi di una cosa diciamo che essa progredisca.47
    Dal punto di vista degli strati sociali consci di appartenere alla propria classe e degli intellettuali a loro organici, si può porre e misurare il progresso a partire dal concretizzarsi degli interessi dei soggetti sociali nelle loro aspirazioni. In questo senso cosa si intende come progresso non è solo soggettivo, ma prende forma dalle aspirazioni effettive delle forze sociali: il progresso ad esempio nel porsi e svilupparsi delle relazioni tra scienza e fede, Chiesa e Stato, proletariato e borghesia .48
    Già da questo primo punto risulta evidente come il progresso non sia garantito «come una carta di assicurazione»49. A maggior ragione se il progresso esiste non come sviluppo
    connaturato alla storia a parte obiecti, bensì come processo individuato per un giudizio di valore relativo all’interesse storico di una classe, nessuna analisi della realtà può garantire il proseguire costante di questa o quest’altra tendenza. Anche volendo prescindere da ciò, per lo stesso motivo per il quale dobbiamo allontanare l’idea di leggi sovrastoriche Labriola afferma invece il carattere accidentato e contraddittorio del processo storico, esprimendo diffidenza per la fede nel progresso come continuo e necessario incedere delle tendenze storiche, prima tra tutte quella allo sviluppo e alla complessificazione del processo produttivo. Labriola aveva in mente l’arretramento dell’Italia nel sedicesimo secolo, che testimonierebbe la possibilità perlomeno relativa del regresso («è da ultimo accertato il regresso parziale e relativo avveratosi più volte nella storia, come ne stette per secoli a documento l’Italia»50). Quello che Labriola esclude è il regresso in senso assoluto: se è possibile che una tecnica o uno strumento finisca perduto, è però ancor più vero che il progresso tecnico tende a sopravvivere ai popoli che lo hanno messo in essere.
    Occorre forse di ricordare che la scrittura non fu mai più perduta, per quanto i popoli che ne furono i rinvenitori sparissero dalla storica continuità? Occorre forse ricordare, che noi rechiamo tuttodì nelle nostre tasche, su i nostri orologi, il quadrante babilonese, e che noi usiamo l’algebra che fu introdotta da quegli arabi, la cui attività storica si è poi dispersa come sabbia nel deserto?51
    Non si può fare a meno di riconoscere in questa ultima presa di posizione di Labriola una eccessiva centralità data all’aspetto tecnico – e quindi dei mezzi, piuttosto che dei modi, di produzione – del progresso umano, ma il nocciolo che possiamo trarre ampliandone l’orizzonte è che se un popolo o un paese può soccombere alla storia, il suo contributo al progresso umano, e quindi alla tecnica, alla produzione, all’organizzazione sociale, non scompare con lui. Possiamo dire insomma che in una prospettiva abbastanza ampia, l’uomo tende al progresso e questo può farci da guida nell’intendere la storia:
    Gli è indubbio sì, che il profresso non abbraccia materialmente il succedersi delle generazioni, e che la sua nozione non implica nulla di categorico, tanto che le società han fatto anche regresso, ma ciò non toglie che questa idea possa servirci come di filo conduttore e di stregua, per dare significazione al processo storico.52
    Definito così il progresso, Labriola vi riconosce anche in Storia, filosofia della storia… la facoltà di “dare significazione al processo storico”, di esprimere i giudizi di valore che permettono alla narrazione di un periodo o fatto storico di dire più che la semplice cronaca di quel determinato periodo o fatto. In termini certamente un po’ troppo ottocenteschi, si esprime così:
    Il concetto di progresso, più e più volte applicato alle varie condizioni del vivere umano, si converte come nella idea di una scala, di una ascensione, di un venirsi perfezionando dell’uomo nel cammino della civiltà. Quando questo abito di comparazione s’è formato, ci pare di poter misurare come ad una stregua tipica le differenze che corrono tra i Greci del mondo omerico e quelli della Atene periclea, tra i Romani del primo secolo dell’impero e i barbari Germani, che stavano loro di fronte. Per via di questa, direi qualificazione dei fatti storici, essi acquistano il carattere di valori; e se questi valori non ci fossero, sarebbe inutile affannarsi nella ricostruzione del passato.53
    L’evento storico assume valore rispetto al progresso e, così facendo, diventa un valore, non solo possiamo allora (come qui Labriola che, ricordiamolo, scrive un testo da leggere a
    lezione) comparare diversi momenti storici tra loro; possiamo anche riportare questi valori nel presente, farne una bandiera o una guida per le sfide storiche che ci stanno di fronte. Forse, l’esempio più forte è quella grande rivoluzione d’ottobre che anni dopo, nel biennio rosso e nella resistenza, ma anche più avanti fino al cuore del secolo scorso fu un vero e proprio mito e faro per le masse operaie e al contempo lo spettro più terrificante agli occhi dei padroni nostrani, tedeschi e americani. C’è qui forse l’influsso della spinta mitica di Sorel, ma oltre al valore simbolico, il valore è anche ciò che rende utilizzabile il dato storico nelle scienze sociali, ciò che trasforma la tassonomia in narrazione e la rapsodia in senso.
  7. CONCLUSIONE, IL PROBLEMA DELLA FONDAZIONE
    Abbiamo già parlato di storia come narrazione e quindi astrazione, di come il senso richieda un punto di vista e ora di come l’oggetto storico necessiti di una valorizzazione per individuarvi il progresso. Abbiamo visto come si possa trarre una conoscenza legittima, consapevoli dei suoi limiti, da queste caratteristiche e processi della storia. Già questo potrebbe bastare – di fronte all’evidenza che dallo studio della società passata e presente si sono tratte e si traggono ancora le basi del lavoro delle forze sociali, dalle organizzazioni operaie ai quadri delle istituzioni padronali – come descrizione del modo in cui per Labriola l’uomo si approccia alla storia e vi trae una conoscenza. Questo sarebbe impossibile se si negasse la legittimità di attribuire un senso e una unità all’oggetto storico.
    Tuttavia resta il fatto che non stiamo effettivamente fondando questa conoscenza, l’origine del senso della storia resta indeterminata nelle mani del soggetto. Certo, tramite l’ontologia del lavoro possiamo dare un fondamento al processo per il quale l’operazione di attribuzione di senso è legittima, ma se abbiamo anche notato che questo processo non è mai applicabile “in generale” quello che manca è un fondamento della validità di ogni sua attribuzione particolare.
    Possiamo riconoscere la validità degli strumenti che impieghiamo nel trovare il senso, possiamo ribadire la legittimità della natura soggettiva (e non per questo relativista) del senso della storia, ma non possiamo esaurire in astratto la questione della valorizzazione della storia. Nonostante il riconoscimento, tramite la psicologia sociale, dell’incisività dei caratteri e della costituzione dei soggetti reali, la fondazione del senso nella storia resta in ultima istanza una responsabilità di chi opera la sua narrazione. E il fatto di non aver tematizzato e affrontato pienamente questo aspetto e le sue implicazioni resta effettivamente un tallone d’Achille del discorso labrioliano: non perché non possa reggersi in piedi senza, ma perché così non riesce a toccare fino in fondo l’implicazione politica del dare senso alla storia.
    Se la storia, invece che essere il prodotto della narrazione di un singolo storico, è il prodotto di una forza sociale, se il soggetto non è il generico soggetto del ricercatore ma è la società civile, la classe, un partito, ecco che le fondamenta della conoscenza storica sono gli interessi e le visioni del mondo di questa forza sociale determinata e fondata sulla sua effettiva forma e posizione nel modo di produzione e nella società. Si può parlare di relativismo? Solo se si è disposti ad accettare che “relativo” qui vuol dire “relativo a delle condizioni determinate e reali”, che proprio per la loro realtà e determinatezza possono svolgere la funzione di fondamenta per la storia e per l’azione sociale. La teoria gramsciana degli intellettuali rappresenta probabilmente il terreno più solido e fecondo su cui si potrebbe edificare tale fondazione, in quanto studia come la coscienza emerga dai gruppi umani, come si raffini
    progressivamente e si costituisca in soggetto concreto, in quanto esamina la storia di questi gruppi, la loro genesi e il loro sviluppo. L’analisi della società e della sua storia non potrebbe basarsi su altro che la società e la sua storia.
    Alla luce di questo limite, possiamo comunque provare, a modo di conclusione, a rispondere in base alle riflessioni fatte alle tre domande che ci siamo posti in apertura.
    Possiamo quindi trovare una vera conoscenza nella storia? A condizioni di riconoscere che questa conoscenza non si riferirà mai direttamente alla storia a parte obiecti, a condizione di riconoscere che questa conoscenza non si presenterà in leggi e determinismi, a condizione che questa conoscenza si basi sempre sullo studio effettivo di dati raccolti con il rigore della scienza, possiamo dire di sì, che una conoscenza tendenziale e narrativa della storia può essere validamente ritrovata nella storia.
    Il tentativo di dare un senso a questa conoscenza è legittimo? Possiamo rispondere che non solo lo è, ma risulta necessario e naturale. Il senso che diamo alla storia deve essere considerato come il prodotto della natura umana della storia e della sua narrazione. Ogni narrazione implica un senso determinato dalla posizione del soggetto storico che ve lo attribuisce. La necessità del senso non verrebbe solo da parte del soggetto narrante, ma lo stesso oggetto storico, in quanto oggettivazione di una soggettività, può essere legittimamente letto come intenzionale e sensato.
    Come possiamo fare della conoscenza storica qualcosa di utile e non solo descrittivo? La natura soggettiva dell’attribuzione del senso rende il racconto storico potenzialmente politico: quando la rivendicazione del soggetto valorizza o rende un valore un evento o un periodo storico, questo diventa uno strumento per la lettura partigiana della storia da parte di tale soggetto, che oltre alla scontata conseguenza del trovare una bandiera in questa storia, può trovarvi strumenti realmente validi per affrontare il presente. La storia è utile in modo molto concreto: in quanto valorizzata in funzione delle aspirazioni di soggetti sociali determinati, in quanto orizzonte critico e non dogmatico.

  8. NOTE
    1- A. Labriola, Storia, filosofia della storia, sociologia e materialismo storico, in SFP, pp.794-797.
    2- Ivi , p.795.
    3- A. Labriola, Discorrendo di socialismo e di filosofia , in SFP, p.708.
    4- Ivi, p.711.
    5- Ivi, pp.710-711.
    6- A. Labriola, Da un secolo all’altro, in SFP, pp.851-853.
    7- Ivi, p.852.
    8- In S. Miccolis (a cura di), Carteggio, p.559.
    9- F. Engels, Antidühring, p.92.
    10- Ivi, pp. 92-93.
    11- A. Gramsci, Quaderni del carcere, p.1416.
    12- F. Engels, Antidühring, p.93.
    13- Ivi, p.94.
    14- Ivi, p.95.
    15- Ivi, p.97.
    16- A. Labriola, Del materialismo storico – Dilucidazione preliminare, in SFP, p.564.
    17- A. Labriola, Storia, filosofia della storia, sociologia e materialismo storico, in SFP, p.796.
    18- A. Labriola, Del materialismo storico – Dilucidazione preliminare, in SFP, p.564.
    19- Ivi, p.568.
    20- Ivi, p.569.
    21- A. Labriola, Storia, filosofia della storia, sociologia e materialismo storico, in SFP, p.796.
    22- Ivi, p.798.
    23- Ibidem.
    24- Ibidem.
    25- Ivi, p.799.
    26- A. Burgio, Un marxismo «alquanto aristocratico» – Studi su Antonio Labriola, p.151.
    27- Ivi, p.152.
    28- Ivi, p.126.
    29- A. Labriola, Discorrendo di socialismo e di filosofia – Postscriptum all’edizione francese , in SFP, p.790-791.
    30- A. Burgio, Un marxismo «alquanto aristocratico» – Studi su Antonio Labriola, p.128.
    31- K. Marx, F. Engels, L’ideologia tedesca, in La concezione materialistica della storia, p.80.
    32- Ivi, p.81.
    33- Ivi, p.27.
    34- Ivi, pp.41-42.
    35- A. Labriola, Se l’idea sia il fondamento della storia, in Luigi Dal Pane, Antonio Labriola nella politica e nella cultura italiana, p. 131.
    36- Il riferimento è alla Lettera a Bloch del settembre 1890, dove Engels scrive: “secondo la concezione materialistica della storia la produzione e riproduzione della vita reale è nella storia il momento in ultima istanza determinante. Di più né io né Marx abbiamo mai affermato. Se ora qualcuno distorce quell’affermazione in modo che il momento economico risulti essere l’unico determinante, trasforma quel principio in una frase fatta insignificante, astratta e assurda” in K. Marx, F. Engels, La concezione materialistica della storia, p.185.
    37- A. Labriola, Del materialismo storico – Dilucidazione preliminare, in SFP, p.543.
    38- Ivi, pp.542-543.
    39- Ivi, p.544.
    40- K. Marx, Introduzione ai “Lineamenti fondamentali per la critica dell’economia politica”, p.17.
    41- Ibidem.
    42- Ivi, p.18.
    43- Ibidem.
    44- Ivi, p.19.
    45- Ibidem.
    46- A. Labriola, Discorrendo di socialismo e di filosofia , in SFP, p.708.
    47- A. Labriola, Del materialismo storico – Dilucidazione preliminare, in SFP, p.628.
    48- A. Labriola, Da un secolo all’altro, in SFP, p.850.
    49- A. Burgio, Un marxismo «alquanto aristocratico» – Studi su Antonio Labriola, p.103.
    50- A. Labriola, Del materialismo storico – Dilucidazione preliminare, in SFP, p.629.
    51- Ivi, p.630.
    52- Ivi, p.631.
    53- A. Labriola, Storia, filosofia della storia, sociologia e materialismo storico, in SFP, pp. 800-801.
    BIBLIOGRAFIA
    Alberto, Burgio (2023), Un marxismo «alquanto aristocratico» – Studi su Antonio Labriola, Bologna, DeriveApprodi.
    Franco, Sbarberi (a cura di, 1973), Antonio Labriola – Scritti filosofici e politici, Torino, Einaudi, nelle note abbreviato in SFP.
    Friedrich, Engels (1878), Antidühring, Roma, Editori Riuniti, 1968
Pubblicato in General | Contrassegnato , | Commenti disabilitati su Labriola e il senso della storia [di Manfredi]

Sui fatti del 16 ottobre e le mobilitazioni per la Palestina

Un’infinità di gocce può cadere in un bicchiere senza conseguenze, ma una singola goccia, pur cadendo esattamente come le altre, alla fine ne fa tracimare il contenuto. Le piazze sono tornate ad essere popolate, in massa, dopo anni di passività. Il genocidio a Gaza ha messo a nudo le contraddizioni del sistema imperialista, permettendo la rottura di un argine già fragile, ora non più ricostruibile, obbligandoci a fare la storia. 

A partire da settembre, un’ondata di mobilitazioni innescate da una combinazione – non fortuita – di elementi, come la Global Sumud Flotilla, ha riportato al centro dell’attenzione pubblica la realtà materiale dell’apartheid israeliano. La partecipazione e la visibilità della Flotilla hanno contribuito a trasformare la solidarietà con la Palestina da sentimento diffuso ma atomizzato a terreno di conflitto politico concreto.

In questo contesto si è inserito l’appello alla lotta di classe lanciato dal Collettivo Autonomo dei Lavoratori Portuali di Genova (CALP) durante la grande manifestazione del 30 agosto, con la parola d’ordine «BLOCCHIAMO TUTTO». Un appello che ha rappresentato un salto di qualità decisivo: dalla denuncia al blocco navale israeliano e la solidarietà umanitaria alla messa in discussione diretta dei meccanismi materiali che rendono possibile il genocidio: la logistica, i porti, la produzione e la circolazione delle merci e delle armi.

Questi elementi hanno innescato un effetto domino che ha portato allo sciopero generale del 22 settembre, lanciato dall’USB, le grandi mobilitazioni dei giorni successivi all’attacco israeliano alla Flotilla, lo sciopero generale del 3 ottobre e la manifestazione nazionale del 4 ottobre a Roma. Un ciclo di lotte che ha segnato una rottura netta con la fase precedente, per dimensioni e partecipazione, esprimendo una radicalità che supera le posizioni del cosiddetto “campo largo” della sinistra parlamentare; un movimento che ha preso di mira direttamente il governo Meloni nella sua complicità, politica ed economica, con il  genocidio del popolo palestinese.

Il movimento ha espresso il peso, l’urgenza, e l’efficacia dello strumento dello sciopero generale, promosso dai sindacati di base, capace di  paralizzare le città italiane per giorni. Alla chiamata ha risposto immediatamente il corpo studentesco: è in questa fase che è emersa con chiarezza la funzione strutturale delle istituzioni accademiche nella riproduzione dell’apparato bellico e della guerra imperialista. 

A Bologna, lx studentx hanno dato vita a molteplici fronti di lotta nei dipartimenti.

UniBo si è confermata più affezionata agli interessi legati all’economia di guerra che alla tutela del diritto allo studio e a una produzione del sapere libero, spalancando le porte a investimenti bellici e, contemporaneamente, riducendo il numero di borse di studio per studentx idonex. È nella fase mobilitativa che il movimento studentesco ha saputo reagire.. Il blocco al corso di filosofia dedicato all’esercito, la sospensione dell’esercitazione “NATO Model Event”, le mozioni, nei dipartimenti e in senato accademico, per il blocco degli accordi con le università e i progetti di ricerca israeliani, e le vittorie dellx studentx nei dipartimenti di Fisica, di Filosofia e di Storia, culture e civiltà.

Come studentx del DISCI,  anche noi abbiamo preso parte all’ondata di proteste di questo autunno, organizzando in prima linea la lotta a partire dal plesso di San Giovanni in Monte, la sede in cui studiamo e ci troviamo ogni giorno. A distanza di qualche mese sentiamo che è arrivato il momento di fare un bilancio della mobilitazione a cui abbiamo partecipato, tenendo in considerazione degli aspetti critici quanto degli elementi positivi che hanno contraddistinto questa esperienza di lotta.

Nelle settimane precedenti al blocco illegale della flottiglia e al picco delle mobilitazioni, come coordinamento di Area Scettica, ci eravamo già attivatx per preparare la mobilitazione all’interno del DISCI. In particolare, nei giorni immediatamente precedenti alle manifestazioni oceaniche del 3 e del 4 ottobre, avevamo organizzato un presidio nel chiostro per far sì che anche il nostro dipartimento prendesse una posizione netta nei confronti della collaborazione con le università israeliane, rescindendo ogni legame con lo Stato genocida di Israele. Dopo il presidio del 2 ottobre, organizzato insieme al FGC, e dopo le manifestazioni del 3 e del 4 ottobre, abbiamo vissuto delle settimane intense, fatte di assemblee e iniziative continue.

Insieme alle altre organizzazioni studentesche che hanno collaborato con noi, il Fronte della Gioventù Comunista e Cambiare Rotta, abbiamo tentato di far passare al consiglio di dipartimento una mozione studentesca che prendesse una posizione netta contro le complicità dell’Unibo, che sviluppa numerosi accordi con le università israeliane. Come parte integrante di questa mozione abbiamo tentato di coinvolgere tutta la comunità studentesca in un percorso di discussione collettiva e di mobilitazione, costellato di iniziative e di assemblee, che è culminato con l’occupazione del plesso di San Giovanni in Monte il 15 e il 16 di Ottobre. Nel fare questo, abbiamo tentato di realizzare una convergenza tra le varie organizzazioni che hanno preso parte alla mobilitazione, mettendo da parte ogni identitarismo per il conseguimento di un fine comune: la rescissione degli accordi e il passaggio della mozione. 

Sotto molti punti di vista, il percorso che abbiamo intrapreso ha dato risultati sorprendenti e inaspettati. Considerando il contesto di San Giovanni in Monte, una sede periferica e poco frequentata, la mobilitazione studentesca ha visto partecipare molti più studentx di quanto ci aspettassimo. La partecipazione diretta di tuttx lx nostrx compagnx di studio è sempre stata proattiva, con interventi stimolanti e non rituali in ogni assemblea e con un coinvolgimento attivo molto più largo delle strette cerchie di militanti. Per un altro verso ci ha sorpreso l’essere riuscitx a costruire quella convergenza fruttuosa tra i vari soggetti politici che hanno dato vita alla mobilitazione.

Inoltre, un altro dato estremamente positivo che dobbiamo registrare è quello di essere statx in grado di non appiattire la mobilitazione su un semplice ed astratto elemento solidaristico, individuando piuttosto la connessione che passa tra i nostri luoghi di studio e il genocidio. Caratteristica comune alle mobilitazioni che si sono susseguite per mesi nelle nostre università è stata la capacità di individuare  responsabili e complici a noi più vicini (il governo e i rettori), indicando il nesso strutturale tra l’economia di guerra e i luoghi della nostra formazione. Si tratta di un risultato tutt’altro che scontato se si mettono a confronto le mobilitazioni di questo autunno con quelle del decennio precedente.

Il giorno della discussione della mozione studentesca, il 16 ottobre, abbiamo dato vita a un presidio molto partecipato, provando la forza e la determinazione dellx studentx del nostro dipartimento. E questa è stata, in ogni caso, una dimostrazione notevole e una vittoria di per sé. 

Al termine della seduta di discussione eravamo convintx di aver vinto in tutti i sensi, con l’approvazione della mozione studentesca da parte del consiglio. Purtroppo però, come abbiamo scoperto qualche settimana dopo, le cose erano andate diversamente. Infatti, dopo aver analizzato attentamente il verbale della seduta del 16 ottobre, ci siamo resx conto di alcune differenze fondamentali tra la mozione nella sua formulazione iniziale e la versione finale approvata a larga maggioranza. Alla luce di quanto abbiamo potuto constatare, ci pare che l’approvazione della mozione non è stata una vittoria, bensì una sostanziale  sconfitta.

La criticità maggiore riguarda il secondo punto che, come presentato dalle rappresentanze studentesche, recitava:

“Il Dipartimento DISCI prenda una posizione ferma a favore della rescissione di ogni accordo che sia in qualche modo implicato con il genocidio del popolo palestinese e che non ne siano stipulati più in futuro”

La delibera adottata dal Consiglio invece era la seguente:

“Il Dipartimento DISCI si impegna a sospendere o rescindere gli accordi con istituzioni direttamente e indirettamente coinvolte nel complesso militare-industriale israeliano o nella violazione dei diritti umani e del diritto internazionale, salvaguardando al contempo i rapporti accademici fondati sul dialogo e sulla libertà di ricerca.”

La formulazione conclusiva, risultato di vari emendamenti presentati da alcunx professorx, aveva depotenziato completamente le nostre richieste, rendendo impossibile fare leva su questo provvedimento per ottenere la rescissione di singoli accordi. Tutti gli accordi di UniBo con enti israeliani, infatti, sono di natura non militare e quindi non rientrano nei criteri definiti per la rescissione. Pur non essendo di natura militare, ogni accordo con le università israeliane è un accordo con un sistema di produzione del sapere che puntella le strutture di uno stato genocida. La libertà di ricerca non può essere compatibile e deve essere portata avanti al di fuori di un modello di questo tipo. 

Oltre a questo, le modifiche ai punti proposti dalla mozione avevano snaturato completamente la mozione in molti altri punti, rendendola un comodo contentino per quietare lx studentx.

Anche a causa della nostra inesperienza, e per via della comunicazione poco efficace con le rappresentanti che si trovavano dentro a presentare la mozione, non ci siamo resx conto del fatto che quest’ultima  stesse venendo rimaneggiata, cantando vittoria anzitempo e concludendo precocemente l’occupazione.

Nelle settimane e mesi successivi abbiamo partecipato alle piazze in sostegno alla Resistenza palestinese e contro le politiche di riarmo, ma un dato è saltato all’occhio: dopo i numeri impressionanti di settembre/ottobre, eravamo in una decisa e repentina fase di reflusso. Gli scioperi di novembre e dicembre ne sono stati la dimostrazione plastica, dal momento che l’approccio settario di alcuni sindacati ha minato l’unità di queste piazze, acuendo lo scollamento tra le avanguardie e le masse lavoratrici e studentesche che avevano aderito con entusiasmo alla mobilitazione autunnale. Naturalmente non si può imputare il reflusso solamente a questo fattore, dal momento che una riduzione quantitativa nella mobilitazione era prevedibile: tuttavia, crediamo che degli altri scioperi improntati alla convergenza avrebbe aiutato a rinsaldare il rapporto con una parte di queste masse che erano scese in piazza. 

Questa non vuol essere una critica sterile e fatta dall’alto, piuttosto desidera essere un invito alle persone che ci conoscono e con cui abbiamo condiviso gli spazi in facoltà nell’ultimo anno. Un invito a continuare a lottare unitamente, con lo sguardo volto ai prossimi scioperi che stabiliranno una continuità sostanziale col percorso di lotta delineato finora: basti pensare allo sciopero internazionale del 6 febbraio dei portuali contro la guerra. Il dato positivo dei percorsi intrapresi insieme fino a questo momento è la forza propulsiva che ha dimostrato il nostro protagonismo. Infatti, sebbene spesso ci ritroviamo davanti a scenari (locali ed internazionali) sempre più cupi, abbiamo mostrato di avere la capacità di reagire unitamente contro un sistema che ci pone davanti a delle contraddizioni ormai esasperate.

Un simile grado di protagonismo e convergenza può continuare, a patto che si continui a rinfocolare l’identificazione immediata della guerra imperialista come il primo nemico contro cui scagliarsi, dalle nostre facoltà fino alla Palestina. Il successo delle piazze per la Palestina è dipeso infatti anche dalla prontezza dimostrata da masse e movimento a mobilitarsi contro guerra e genocidio, individuando e attaccando i legami tra le nostre istituzioni, la filiera bellica e il genocidio in Palestina. Crediamo che mantenendo come l’obiettivo l’attacco unitario alle politiche belliche della nostra classe dirigente sia il modo migliore di riannodare i fili delle mobilitazioni autunnali, continuando a lottare nei nostri luoghi di studio e posti di lavoro, rinfocolando i legami che abbiamo creato con lx studentx e lavoratorx che hanno condiviso questo percorso di lotta con noi. Questo va fatto perché questi mesi non vanno derubricati ad un caso straordinario, un “io c’ero” da raccontare tra 20 anni: piuttosto, è stata la dimostrazione che siamo in una situazione esplosiva in cui la propensione a mobilitarsi contro le politiche guerrafondaie del nostro governo è più forte che mai. Sta semplicemente a noi rilanciare queste lotte, senza temere reflussi o battute d’arresto.

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Lettera aperta al Dipartimento: contro il Genocidio, mobilitiamoci per la Palestina!

30 settembre 2025

Al Direttore di Dipartimento, all3 professor3 ordinari3 e associat3, a ricercator3, alla responsabile amministrativo-gestionale, all3 rappresentanti del personale tecnico-amministrativo, dell3 assegnist3 di ricerca e dell3 student3, all3 organizzator3 dell’incontro di giovedì,

a nome del coordinamento studentesco di Area Scettica attivo al DISCI, scriviamo questa lettera in riferimento all’incontro organizzato in dipartimento in data 2 ottobre 2025 nell’Aula Grande dalle ore 17.00 alle ore 19.00.

Dopo quasi due anni in cui il dipartimento non si è esposto sul tema – se non nell’ultima settimana, con la lettera collettiva a firma di docent3 aderenti allo sciopero del 22/09, pur tardiva e di inesistente circolazione tra student3 -, riteniamo necessario che questo momento di confronto su come attivarsi collettivamente rispetto al genocidio in corso a Gaza sia reso pubblico e vi possano partecipare tutt3 l3 student3. Richiediamo inoltre che l’incontro non avvenga nell’Aula Grande, bensì nel chiostro, in modo da facilitare la partecipazione di tutt3. La nostra richiesta nasce dalla volontà di rompere definitivamente il silenzio sul coinvolgimento della nostra università nello sterminio del popolo palestinese.

Infatti, è chiaro che l’Università di Bologna non haeffettivamente rescisso gli accordi con Israele. Nella mozione passata in Senato accademico – non quella proposta dall3 student3 – vengono riconfermati i progetti di ricerca con università e aziende israeliane attualmente in vigore. Per questo motivo è necessario agire e utilizzare il momento di confronto di giovedì per mobilitarsi e organizzarsi con l’obiettivo di far cessare tempestivamente ogni rapporto tra la nostra università e Israele.

Area Scettica esprime la sua piena solidarietà con la missione della Sumud Flotilla, che sta per giungere a Gaza per creare un corridoio umanitario permanente per rompere l’assedio israeliano al popolo palestinese. Nel momento in cui le imbarcazioni non si troveranno più in acque internazionali, riteniamo che i governi debbano garantire con ogni forza possibile l’incolumità di tutt3 l3 attivist3 e che queste raggiungano la destinazione, visti anche i precedenti e ripetuti attacchi al largo della Tunisia e di Creta, avvenuti in violazione di qualsiasi norma di diritto internazionale. Ci sembra fondamentale che tale supporto provenga anche dalle istituzioni culturali come le università, e da un dipartimento che mira a diffondere la conoscenza, e non la distruzione sistematica e genocidaria, di Storie Culture e Civiltà nel mondo.

Inoltre, Area Scettica aderisce alle mobilitazioni che si sono svolte a partire dallo sciopero generale dello scorso 22 settembre in tutta Italia. La nostra solidarietà va anche a tutt3 coloro che si sono impegnat3 nella mobilitazione degli scorsi giorni e di quelli che seguiranno. Rilanciamo anche la partecipazione alla manifestazione nazionale che si svolgerà a Roma sabato 4 ottobre.

Ci auguriamo di avere i destinatari e le destinatarie di questa lettera a nostro fianco nelle future mobilitazioni.


Firme
Area Scettica
Aurora Caporale (CR), Rappresentante degli studenti nel consiglio del DISCI
Chiara Esposito (FGC), Rappresentante degli studenti nel consiglio del DISCI
Viola Ingrosso (CR), Rappresentante degli studenti nel consiglio del DISCI

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Il Pessimismo Attivo di Antonio Gramsci

[di Manfredi]

Nel corso della produzione di Antonio Gramsci a partire dal 1920 ricorre più volte un’espressione di Romain Rolland: “pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà”1.

Nei quaderni si ritrova come critica all’attitudine di chi è pronto a tralasciare di considerare le condizioni oggettive, i fatti e la storia quando gli fa più comodo, per gettarsi in imprese velleitarie in cui la volontà non ha sostanza da cui partire. Al contempo, si volge contro coloro che al primo impedimento si nascondono al riparo di quelle stesse condizioni oggettive, della necessità storica, per gettare la spugna e rimettere il proprio compito a qualche fantomatico automatismo della storia. A questo “ottimismo dell’intelligenza” (dove l’intelligenza è il regno dei fatti e delle leggi storiche, il corpo logico del marxismo) Gramsci contrappone un “ottimismo della volontà”, appunto.

E’ in un certo senso un mantra morale per l’attitudine del militante, destinato a diventare sempre più rilevante con il montare della forza fascista, nel momento più buio in cui aggrapparsi a false speranze

(come nella famosa “svolta” del 1930, che tanto innervosì il prigioniero Gramsci) o lasciarsi affondare nella disperazione diviene più facile: “ogni collasso porta con sé disordine intellettuale e morale. Bisogna creare gente sobria, paziente, che non disperi dinanzi ai peggiori orrori e non si esalti a ogni sciocchezza, pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà”2.

Ma anche in precedenza l’espressione era stata utilizzata nella sua accezione più diretta, morale e quasi pedagogica. Nel 1920 compare nell’Ordine Nuovo esplicitamente come “parola d’ordine di ogni comunista consapevole degli sforzi e dei sacrifizi che sono domandati a chi volontariamente si è assunto un posto di militante nelle fila della classe operaia”3. Gramsci qui si rivolge a un partito, il PSI, che con le sue contraddizioni ci aiuta a individuare il significato di questa frase al di là del suo senso immediato, collocandola nel quadro più ampio delle esigenze politiche del Gruppo dell’Ordine Nuovo e delle conseguenze ancora fresche della rivoluzione d’ottobre. Quello di Gramsci è un pessimismo attivo, come rilevato da Badaloni, che nasce dalla ricezione del leninismo e dal porsi in opposizione alle deformazioni del movimento socialista del suo tempo.

Gramsci è esposto agli scritti di Lenin quando, nel 1918, iniziano ad essere tradotti in italiano e a comparire nel paese; gli daranno gli strumenti per trarre una lezione proficua, capace di svilupparsi in una visione coerente e tattica concreta, tratta dagli eventi dell’ottobre. La rivoluzione russa presenta “una realizzazione politica non mediata dai [ritenuti] necessari momenti del suo sviluppo”, mettendo in crisi a destra gli incancrenamenti parlamentaristi e dottrinali dei grandi nomi della seconda internazionale e al contempo scuote “i revisionisti di sinistra, ai quali, in luogo del mito o della aspettazione del crollo” impone “compiti di costruzione politica”4.

La prima critica è quindi mossa a coloro che avevano abbandonato lo sforzo concreto di preparazione a un momento rivoluzionario per concentrarsi sulla tattica elettorale, concezione che lasciava trapelare un ottimismo dell’intelligenza, e quindi l’attitudine a cercare nell’ordine logico del marxismo una soluzione sufficiente al problema del periodo di transizione al socialismo. Ne seguiva come conseguenza una depressione della volontà, una scarsa cura della costituzione dell’elemento soggettivo che potesse scalzare l’ordine sociale esistente. Se le leggi della storia, nel proprio svolgersi, sono imperturbate da sforzi volontari tanto da parte della nuova classe che sorge quanto da parte della vecchia classe che tramonta, i revisionisti della seconda internazionale pensavano di poter aspettare che le contraddizioni del capitalismo sfociassero nel suo superamento senza che alcuna forza soggettiva dovesse farsene carico oltre alla prospettiva di conquista dell’apparato statale borghese (che si riteneva potesse essere trasformato e mantenuto nella transizione al socialismo) nei limiti della legalità. La smentita verrà prima dall’ottobre poi, tragicamente, dalla capacità della borghesia di organizzare la sua reazione nel fascismo e nel nazismo.

All’interno del PSI, questa critica si può estendere anche ai massimalisti guidati da Serrati. La fiducia cieca nei confronti di uno sbocco rivoluzionario, che dopo la grande guerra sembrava dietro l’angolo, non si traduceva in nient’altro che retorica, mancando una seria volontà di essere l’avanguardia alla testa di questi sviluppi. L’impotenza di fronte alla effettiva crisi rivoluzionaria rappresentata dal biennio rosso testimonierà il potere disarmante della fede nel sol dell’avvenire quando non accompagnata dalla volontà di svolgere un ruolo di avanguardia effettiva e nazionale, di forza soggettiva. Questa posizione intermedia, rivoluzionaria a parole ma riformista nei fatti, aveva conquistato la maggioranza nel congresso di Bologna del 1919 con il 65% dei voti ma rimaneva un corpo inerte, non disposto a cacciare i Turati, Treves e Kuliscioff anche quando l’espulsione dei riformisti era diventata condizione vincolante per l’adesione alla terza internazionale5. Di nuovo un ottimismo della lettura del piano logico del marxismo sbocca in una castrazione dell’importanza data all’elemento “volontario” dell’organizzazione soggettiva.

Anche nelle frange del PSI che convergono a Livorno per costituire il PCd’I nel 1921 però troviamo una situazione problematica. Bordiga è a tutti gli effetti il principale punto di riferimento del nuovo partito, supportato perfino dai compagni torinesi di Gramsci. Togliatti stesso scrive (riferendosi a sé in terza persona) : “ciò che più sorprende e deve essere registrato con attenzione è che finirono per capitolare davanti a una concezione settaria del partito [si fa riferimento alla linea di Bordiga] anche quei compagni come Terracini e Togliatti che, accanto a Gramsci e sotto la sua direzione non solo avevano seguito un opposto indirizzo di lavoro, ma avevano dato un contributo all’elaborazione di ben diverse concezioni e ad esse si erano ispirati nel corso di azioni di notevole rilievo”6. Lo stesso Gramsci fatica a far valere le sue critiche, tanto da limitarle perlopiù (prima del suo richiamo a Mosca) alle occasioni private. Il problema centrale delle tesi di Bordiga in questa fase è il suo antielettoralismo, già criticato da Lenin durante il secondo congresso dell’internazionale7, che è però condiviso dalla maggioranza. Non si tratta che di una conseguenza di una più generale impronta dogmatica data alla lettura del marxismo, che lasciava al corredo logico e ai concetti ben più spazio che all’analisi storica. Risulta centrale il concetto bordighiano di una linea storica invariante del marxismo, un’insieme di “posizioni programmatiche e di principio” (come le definisce Gramsci stesso nei quaderni) a cui il proletariato si sarebbe dovuto naturalmente avvicinare sotto la spinta delle condizioni oggettive. Il prodotto pratico di questa strategia è un sostanziale isolamento dalla massa, aspettando che la montagna vada da Maometto.

Gramsci risponde a questa concezione del partito con una posizione marcatamente leninista: il partito non può svolgere il suo ruolo dall’esterno della società, aspettando passivamente che le leggi storiche la conformino ad esso, al contrario, deve essere un attore organico del processo storico. Questo significa avvicinarsi alla classe con una tattica conforme alla sua condizione presente (ad esempio, mediante la critica in sede parlamentare) garantendosi una posizione di internità e un ruolo di avanguardia. Si tratta sempre di ristabilire il rapporto tra comparto logico e azione politica, rendersi conto che il primo è al servizio della seconda quanto la seconda è finalizzata sulla base del primo. Bordiga non elimina il primato fondamentale della analisi sociale nella politica e filosofia materialista, ma lo declina in modo da non poterne trarre posizioni tattiche adeguate alla situazione corrente: formula una strategia unica “pura” tratta dai caratteri generali del capitalismo contro cui porsi con intransigenza, dimenticando di considerare la maturazione della componente soggettiva e il reale rapporto tutt’altro che monolitico e univoco tra le classi in lotta e quei settori sociali che il proletariato deve vincere alla sua linea (specialmente in un paese rurale come l’Italia di inizio Novecento) per ottenere il successo nella lotta per il potere.

Insomma Gramsci trae dalla leninista “restaurazione della dialettica rivoluzionaria contro l’astratto argomentare formalistico dei pedanti, degli sciocchi e degli sviati […], un solido fondamento [per la] ricerca e la lotta che può essere condotta per inserire nelle contraddizioni del regime borghese la lotta della classe operaia, in modo che apra una via rivoluzionaria”8. La questione è direttamente tematizzata in “Contro il pessimismo”, un articolo uscito sull’Ordine nuovo del 15 marzo 1924. Il titolo potrebbe far alzare un sopracciglio: non si è detto fino a qui che Gramsci è quello che si può chiamare un “pessimista attivo”? La questione è subito risolta: il pessimismo su cui qui si scaglia Gramsci è fin dalle prime righe chiaramente il pessimismo morale e politico che porta all’immobilismo – il pessimismo della volontà, insomma. Si tratta non solo di qualcosa da allontanare, ma del pericolo “più grande forse del momento attuale, per le sue conseguenze di passività politica, di torpore intellettuale, di scetticismo verso l’avvenire”9. Quando si prendono in considerazione le cause di questo pessimismo inibitorio (e inibitorio proprio della “volontà” comunista rispetto alla “tradizione”10 socialista, in riferimento a tutto il ciarpame massimalista e oggettivista che Gramsci voleva il partito di Livorno si lasciasse indietro senza strascichi) è ancora più chiaro come la posizione qui esposta rientri coerentemente nel quadro che abbiamo descritto fino ad ora. Gramsci teme infatti cosa sarebbe dei comunisti se “ci abbandonassimo al fatalismo, ci cullassimo nella dolce illusione che gli avvenimenti non possono che svolgersi secondo una determinata linea di sviluppo”11. Questa è proprio una critica del pessimismo della volontà ed è tanto più tagliente quando si prende in considerazione il contesto in cui Gramsci scrive a un partito ancora largamente ancorato su posizioni bordighiste.

L’appello di Gramsci è a un “maggior senso di responsabilità […] con la preoccupazione fattiva di apprestare forze organizzative e materiali idonee per parare ogni evenienza”12. Responsabilità qui è la parola chiave, perché è la responsabilità delle forze soggettive di fronte alla storia, una responsabilità che frantuma i vecchi e nuovi schemi intellettualistici e dogmatici di fronte all’evidenza politica del ruolo che spetta ai comunisti nel momento presente. E’ una vera e propria rivoluzione copernicana del materialismo storico, che mette il momento del politico al centro, da che orbitava attorno al piano logico.

Ecco che il pessimismo attivo di Gramsci prende una forma tutt’altro che limitata all’attitudine individuale: bisogna, a partire da un’analisi lucida e priva di illusioni della realtà presente (il pessimismo dell’intelligenza), costruire una linea tattica che vi sia aderente e volga a trasformarla mediante un intervento interno ad essa (l’ottimismo della volontà). Con le parole di Togliatti, che parafrasa Gramsci stesso, “la realtà, il presente, diventa una cosa dura su cui occorre violentemente attirare l’attenzione, se si vuole trasformarla”13. Non si tratta più della “parola d’ordine” di ogni singolo militante, ma della natura e dell’importanza della tattica per il raggiungimento del fine strategico, cioè la forma effettiva e reale  che prende la realizzazione del ruolo storico rivoluzionario del proletariato. “La linea politica del partito resta astratta se non si articola in tattica”14, questo era stato a conti fatti lo scoglio posto dai massimalisti prima e dai bordighisti poi ma al contempo non si deve peccare nella direzione opposta. Lo sforzo soggettivo del partito non è volontarismo velleitario. L’aspetto “pessimista” del leninismo sta anche nel ferreo impegno nell’analisi del reale necessaria a sostanziare questa spinta volontaria, è l’impegno quasi violento a non scindere la teoria dalla prassi e la prassi dalla materialità dell’impegno teorico: la realtà e l’azione del partito sono separabili solo nell’astrazione e l’unico modo di mantenere la consapevolezza di questa unità di fatto è incanalare l’esuberanza dell’immaginazione politica della classe fondamentale su binari informati teoreticamente e saldi sulla realtà sociale in cui si opera. “Il solo entusiasmo giustificato è quello che accompagna la volontà intelligente , l’operosità intelligente, la ricchezza inventiva in iniziative concrete che modificano la realtà esistente”16.

Il pessimismo attivo di Gramsci viene sì da Lenin, ma non è un calco del suo pensiero e non è privo di influenze più legate al panorama intellettuale italiano di quel tempo. Per il discorso qui affrontato l’influsso dell’anti-determinismo di Sorel è particolarmente interessante, con la consapevolezza che non si tratta di ridurre a questo la questione, o di stabilire una derivazione privilegiata dell’assetto gramsciano da Sorel. Tra la fine dell’ottocento e i primi anni del Novecento Sorel affronta il rapporto tra effettiva pratica politica e scienza economico-astratta, da intendersi come la forza logica e concettuale del marxismo.

 Per quel che riguarda quest’ultima “si tratta di dare luce completa ai concetti, mostrando come essi si comportano quando funzionano in modo teorico, cioè senza alcuna complicazione estranea”16, ovvero come i concetti, che in questo caso sono le leggi e le forme storiche prese in considerazione dall’analisi sociale, si relazionino e agiscano in un piano logico puro ripulito dall’effettivo svolgimento nella storia. Naturalmente questo modo di intendere l’anima scientifica della filosofia sociale, che Sorel imputa al “socialismo ipergiuridico dei nostri dottori in alta politica riformistica”17 della seconda internazionale non ha implicazioni pratiche e apre di conseguenza la strada a deviazioni revisioniste sulla natura della lotta politica. Sorel sente quindi che per ottenere uno sbocco reale delle lotte è necessario uscire dall’impianto innanzitutto teoretico in cui si era incagliato il socialismo di quegli anni, e ridare invece spessore alla pratica politica. Questo sfocia, nel pensiero del sindacalista francese, in una biasimabile opposizione agli intellettuali tout court, “tuttavia il modello logico non può venir meno senza trascinare con sé la fiducia nel carattere rivoluzionario della transizione”18 al socialismo. Senza una scienza sociale che sappia trascendere la lotta per rivendicazioni immediate si scade, cioè, nell’economicismo senza superare il quadro del corrente modo di produzione. C’è quindi bisogno di ricucire l’ordine logico all’ordine storico-politico dell’azione della classe organizzata. La risposta che troverà Sorel, sebbene avanzata rispetto alle conclusioni che Croce e Pareto avevano tratto dall’inefficacia dell’ordine logico nel rappresentare la storia, resta insufficiente. Fortemente viziata da aspetti letterari, la prospettiva di Sorel è di far rivivere l’ordine logico in un “mito”, in una “spinta volontaria” che si materializzerebbe poi storicamente attraverso l’attività sindacale e innanzitutto lo sciopero generale. Non si accetta la capacità effettiva dell’ordine logico di determinare o predire con sicurezza le forme della transizione al socialismo, ma al contempo volendo mantenere uno sbocco rivoluzionario nel suo fondamento scientifico – e quindi la validità dell’ordine logico – lo si fa riapparire “come mito prospettiva” e “lo [si] ricostituisce sotto la spinta dell’elemento volontario”19. E’ come se, riconosciuta la necessità di una teoria rivoluzionaria che trascenda la azione politica immediata, la si volesse far tornare dalla finestra come utile fede senza spiegarne scientificamente il fondamento.

Questa ricomposizione operata da Sorel sarà ripresa da Gramsci che, attraverso il pensiero di Lenin, saprà individuarne le “deformazioni letterarie”20 e correggerle, mantenendo l’atteggiamento di fondo. Quando la mitologia dello sciopero di Sorel fallirà di fronte al crescente indirizzo riformista delle organizzazioni sindacali, tanto che Sorel stesso si allontanerà amareggiato dal movimento per inseguire la sua “spinta mitica” in derive nazionaliste, mentre i suoi seguaci italiani passeranno al fascismo, Gramsci saprà riaprire la problematica fondamentale dell’ordine logico del marxismo per come inteso dal revisionismo secondinternazionalista. Il problema fondamentale rilevato dal francese stava nel mettere l’ottimismo nei confronti delle leggi storiche alla testa della considerazione dell’effettiva forma e natura dell’organizzazione della classe. Citando Sorel “ciò che vi è di più profondo nel pessimismo è il modo di concepire la marcia verso la liberazione. L’uomo non andrebbe lontano , nell’esame delle leggi della sua miseria e della fatalità, che colpiscono tanto l’ingenuità del nostro orgoglio, se non avesse la speranza di venire a capo di queste tirannie con uno sforzo che egli tenterà con tutto un gruppo di compagni”21.

L’elemento di maturità che Gramsci dà a questa prospettiva sta nel riconoscere il vincolo posto dalla struttura, la sua direzionalità e il legame di questa con i soggetti operanti della storia: niente più salti mortali mitologici, ma una scienza di forze attive in conflitto tra loro, in cui l’azione dei gruppi in lotta per ottenere la vittoria conforme allo sviluppo della struttura non è una necessità libresca, ma una tattica efficace e il primo oggetto della scienza politica. Gramsci riprende il sorelismo per la sua potenzialità antiriformista e antipositivista, ma armato del leninismo ne ricava una tattica concreta (o meglio: una capacità di produrre tattica concreta) per l’azione nel processo storico. Riscopre così l’importanza del politico: mentre Sorel aveva pensato che l’opposizione al determinismo meccanico passasse per una visione narrativa della storia22, Gramsci è invece cosciente che la battaglia si combatte nel campo dello sviluppo delle forze di produzione, ma tramite lo strumento politico dell’organizzazione soggettiva come espressione delle contraddizioni strutturali del sistema di produzione.

Il “connotato di necessità dell’economico” resta saldo e si tratta invece di realizzare il “blocco storico”, ovvero “l’unità dell’articolazione delle forze produttive oggettive e di quelle soggettive”23.  Si rivendica l’unità fondamentale del processo storico già posta da Labriola, e tramite questa unità si riconosce come non solo la sovrastruttura sia determinata dalla struttura, ma anche la coscienza e l’azione delle forze soggettive partecipano a pieno titolo allo svolgersi della storia.

Quello di Gramsci non è un volontarismo radicale, inclinazione che considerava solo un’altra forma di ottimismo puerile, figlio di una mancanza di organicità alla classe e dell’avventurismo piccolo borghese.24 Si tratta invece del rilievo dato alla costituzione di una tattica politica conforme allo sviluppo delle forze di produzione che sappia costruire il “blocco storico” contrapposto a unilateralismi dogmatici o revisionisti e agli sforzi mitici del sindacalismo soreliano. Questo vuol dire anche riconoscere la possibilità di una reazione controrivoluzionaria alla costituzione del corpo soggettivo della classe lavoratrice e constatare che un fallimento nella costituzione del “blocco”, come nel caso del PSI rispetto al biennio rosso, possa portare a disgregazione delle forze di questa classe e aprire la strada alla reazione. Il senso del pessimismo attivo non è un vacuo incoraggiamento a “lavorare di buona lena”, ma l’essere consapevoli che le forze storiche hanno una realtà profonda a cui il partito deve sapersi legare, e che dall’operato di questi attori soggettivi  dipende il successo o l’insuccesso della lotta di classe in una determinata fase. Non lo si può mettere meglio che Gramsci stesso: “L’automatismo storico di certe premesse (l’esistenza di certe condizioni obiettive) viene potenziato politicamente dai partiti e dagli uomini capaci: la loro assenza o deficienza (quantitativa e qualitativa) rende sterile l’automatismo stesso (che non è più automatismo): ci sono astrattamente le premesse, ma le conseguenze non si realizzano perché il fattore umano manca”25. Ecco il punto della questione, che deve aprire serie riflessioni sulla necessità e la natura di un partito comunista in un momento, come quello odierno, di grande arretratezza delle forze soggettive.

 Il valore politico di un partito si valuta nella sua capacità di incidere nella società, ma in questo campo non ha niente a che vedere con le deformazioni operate da Togliatti nel suo pensiero del “partito nuovo”. Quando questi legge nel quaderno tredici che “un partito avrà avuto maggiore o minore significato e peso, nella misura appunto in cui la sua particolare attività avrà pesato più o meno nella determinazione della storia di un paese”26 vuole leggervi un invito a fare del partito comunista una forza capace di incidere nel gioco politico del paese, assumendo che il proletariato, ertosi dopo la caduta del fascismo a classe nazionale, abbia pressoché concluso il processo di costituzione delle sue istituzioni private e si tratti ora di vincere nel campo costituzionale di una “democrazia progressiva” il supporto delle masse a queste istituzioni. Si tratta di un pensiero che non ha nulla a che vedere con quello che Gramsci considerava il ruolo del partito, che culminerà nelle pretese di governo del PCI sotto Berlinguer. Quando Gramsci parla di “determinazione della storia di un paese”, rispetto a un partito Comunista, andrebbe ricordato che l’orizzonte della lotta per Gramsci è la costituzione di un potere separato del proletariato, allargato al campo della politica e della cultura. Gramsci opera questa scissione nell’orizzonte del ricongiungimento nel blocco storico,  è evidente che non c’è nulla qui del politicismo e dell’elettoralismo togliattiano, che viola la concezione ben più correttamente leninista della società come campo dinamico di lotta in cui la politica è strumento per spingere i rapporti di forza tra attori storici titanici quali sono le classi, per una lotta per il potere e l’egemonia che di sicuro non si risolve nell’attuazione della costituzione.

Gramsci ha visto la miseria del riformismo e la necessità di costruire un partito comunista per superarlo, ha visto poi il fascismo smantellare il movimento operaio, la fine delle sue organizzazioni di massa e il letargo che ne è conseguito. Queste esperienze lo hanno reso conscio dell’importanza dell’organizzazione e di una linea politica corretta: di fronte agli esiti catastrofici che la sua mancanza determina, si rende palese l’importanza di un partito di quadri capace di svolgere il ruolo di intellettuale collettivo della classe fondamentale e di agire con abilità nella pratica per attuare e diffondere le proprie linee. Al contempo però, il pensiero di Gramsci non dimentica mai di poggiare i piedi sullo studio della società e del suo modo di produzione, e sa allora che le forze della storia non vanno in letargo, che le contraddizioni del capitalismo non smettono mai di costruire le condizioni per il suo superamento. Allora il compito della classe operaia che marcia verso il socialismo è la produzione di quadri competenti e legati da una linea rigorosa senza essere rigida, per la costituzione di un partito che sappia essere tattico senza perdere di vista il proprio orizzonte strategico. La parola d’ordine degli attori di questo processo, tanto nella loro attitudine militante quanto nella concezione del compito storico della loro organizzazione deve essere ancora “pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà”.

  1. In realtà non è stata trovata nelle opere dell’autore, ma Valentino Gerratana ritiene probabile l’attribuzione di Gramsci sia corretta, visto che un’espressione simile è effettivamente rintracciabile nelle memorie di Malwida von Meysenburg, con cui Rolland era in confidenza.
  2. A. Gramsci, Quaderni del Carcere, Q.1 p. 75.
  3. In A. Gramsci, Quaderni del carcere, apparato critico p.2510, da Ordine nuovo n.404, 4-            N. Badaloni, Il marxismo di Gramsci, p.99.
  4. Addirittura nei famosi 21 punti per l’adesione all’internazionale redatti da Lenin stesso per il suo secondo congresso, al punto 7 si legge rispetto a ciò un riferimento diretto al caso italiano: “l’Internazionale non può più tollerare che dei riformisti dichiarati come ad esempio Turati, Modigiani ecc. abbiano il diritto di considerarsi membri della III Internazionale. Se così fosse l’Internazionale finirebbe per somigliare in larga misura alla defunta II Internazionale”.
  5. In G. Fiori, Vita di Antonio Gramsci, p.179.
  6. “Solo quando si è membri del parlamento borghese si può combattere – partendo dalle condizioni storiche esistenti – la società borghese e il parlamentarismo. Lo stesso mezzo che la borghesia utilizza nella lotta deve essere adoperato – s’intende per fini del tutto diversi – anche dal proletariato. Voi non potete contestare che sia così; ma, se volete contestarlo, dovete prescindere dalle esperienze di tutti gli avvenimenti rivoluzionari del mondo”, dalla replica di Lenin a Bordiga nel secondo congresso dell’Internazionale.
  7. In Gramsci, l’Italia, il Socialismo – quattro scritti di Palmiro Togliatti, P. Togliatti, Il leninismo nel pensiero e nell’azione di Gramsci.
  8. In Il pensiero di Gramsci, a cura di  C. Salinari, M. Spinella, p.175. A. Gramsci, Contro il pessimismo
  9. Ibidem.
  10. Ivi, p.176.

12 –      Ivi, pp. 175, 176.

  1. Ivi, parafrasando Quaderni del Carcere, Q.9 p.1131. L’uso della versione ripresa da Togliatti è ragionato solo sulla maggiore compattezza.
  2. L. Gruppi, La concezione del partito rivoluzionario
  3. A. Gramsci, Quaderni del carcere, Q.9 p.1192
  4. In N. Badaloni, Il marxismo di Gramsci, p.56, da G. Sorel, Introduction à la economie politique.
  5. Ivi, p.58, da G. Sorel, Introduction à la economie politique.
  6. N. Badaloni, Il marxismo di Gramsci, p.58.
  7. Ivi, p.59.
  8. Ivi, p.61.
  9. In N. Badaloni, Il marxismo di Gramsci, p.61, da G. Sorel, Considerazioni sulla violenza
  10. Addirittura il potenziale reazionario per Sorel sta nella possibilità che la storia faccia passi indietro, e vedeva in questo modo il capitalismo monopolistico come un ritorno alle pratiche del mercantilismo.
  11. N. Badaloni, Il marxismo di Gramsci, p.152 24-  cfr A. Gramsci, Quaderni del carcere, Q.13 p. 1624 25-  Ivi, Q.13 p.1627, le parentesi sono di Gramsci.

26-  Ivi, Q.13 p. 1630

BIBLIOGRAFIA

  • A. Gramsci, a cura di V. Gerratana, Quaderni del carcere, Einaudi, Torino 2014. –          N. Badaloni, Il marxismo di Gramsci, Einaudi, Torino 1975.
  • G. Fiori, Vita di Antonio Gramsci, L’Unità / Laterza, Trento 1966.
  • In Il pensiero di Gramsci, a cura di  C. Salinari, M. Spinella, Editori Riuniti, Roma 1977, A. Gramsci, Contro il Pessimismo.
  • In Critica marxista 2-3 1987, Editori Riuniti, Roma 1987, L. Gruppi La concezione del partito rivoluzionario.
  • In Gramsci, l’Italia, il Socialismo – quattro scritti di Palmiro Togliatti, Allegato all’almanacco PCI, 1977, P. Togliatti, Il leninismo nel pensiero e nell’azione di Gramsci.
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Allarme Democrazia! Sulle infiltrazioni in Potere al Popolo e Cambiare Rotta.

Esprimiamo la nostra massima solidarietà all3 compagn3 di Potere al Popolo e di Cambiare Rotta che negli scorsi mesi sono stat3 vittime di infiltrazioni da parte di agenti di polizia sotto copertura.

Nelle scorse settimane Potere al Popolo, con l’aiuto di Fanpage, ha scoperto e denunciato l’infiltrazione di cinque agenti dell’antiterrorismo sotto copertura che si erano inseriti nelle organizzazioni giovanili del CAU e di CR. I cinque agenti si sarebbero infiltrati nel Collettivo Autonomo Universitario di Napoli e all’interno di Cambiare Rotta a Milano e a Bologna, mentre a Roma l’operazione non sarebbe riuscita. Si tratta di un fatto di una gravità inaudita che testimonia la crescente tendenza autoritaria e la preoccupante stretta repressiva portata avanti dal governo Meloni. Infatti, questa operazione di controllo e spionaggio si dimostra perfettamente in linea con l’approvazione del DDL 1660 e con le altre misure volte a inasprire i reati politici e di sciopero nel nostro Paese. Non è un caso, infine, che le infiltrazioni si verifichino dopo le denunce a pioggia che avevano già colpito alcun3 militanti di Cambiare Rotta iscritt3 all’Unibo.

Per questo motivo apprendiamo la notizia con preoccupazione ma non con stupore. Non è un caso che il nostro governo, impegnato su diversi fronti a condurre politiche antipopolari (come il rialzo della spesa militare al 5% del PIL e la prosecuzione degli aiuti a Israele mentre porta avanti il genocidio del popolo palestinese), si preoccupi di colpire le organizzazioni che si oppongono con forza ai suoi progetti criminali. Questo tipo di infiltrazioni nelle organizzazioni di classe non sono una novità se si guarda alla storia del nostro Paese, ma si tratta comunque di un episodio sconcertante che ci deve mettere in guardia.

La notizia, ovviamente, è passata sotto il silenzio stampa dei media mainstream. I nostri giornali e le nostre emittenti televisive, legate ai principali gruppi imprenditoriali italiani (come il Gruppo Gedi, Cairo o Mediaset) hanno dimostrato ancora una volta quali interessi e quali potentati vogliono servire. Anche solo una cinquantina d’anni fa, quando le istituzioni erano più attente alla garanzia dei diritti costituzionali per le classi subalterne e il giornalismo poteva dirsi più indipendente, questa notizia avrebbe fatto scandalo. Nell’Italia di oggi, invece, attentati alla democrazia come questo non trovano più alcuna risonanza. Anche per questo motivo è di fondamentale importanza alzare la voce, diffondere la notizia e fare pressione nei confronti del governo Meloni, che ancora non si è degnato di rispondere alle tre interrogazioni parlamentari che gli sono state rivolte nel merito.

Per tutte queste ragioni anche noi saremo presenti al presidio davanti al rettorato (via Zamboni 33) martedì 1 Luglio alle 17.00 per denunciare l’accaduto e per chiedere delle spiegazioni.

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Femminismi e antispecismi: un’alleanza necessaria [di Ninel]

Troppo spesso le lotte antispeciste vengono vissute come diverse rispetto a quelle femministe. Ma sono realmente tali? Le matrici dell’oppressione femminile e animale sono davvero così differenti tra loro?

Per molti, il concetto di “mascolinità tossica” si esplica nel rapporto che il maschile ha con la controparte femminile, pensando che la sua influenza si limiti al controllo e alla manipolazione delle donne o alla creazione di norme e leggi rivolte agli stessi uomini. Il discorso, in questo modo, risulta esclusivamente antropocentrico. Ma è realmente così?

Lo stretto rapporto tra mascolinità tossica e consumo di carne è, in verità, un aspetto proprio della nostra società. Mangiare carne è una caratteristica che molti uomini ritengono indispensabile ai fini della loro virilità; il consumo di altri esseri viventi è un mezzo di affermazione e dimostrazione di potere. Per questo, come afferma Carol J. Adams, «gli uomini che scelgono di non mangiare carne ripudiano uno dei loro privilegi maschili». Al contrario, il consumo di prodotti vegetali viene spesso associato alle donne, perché la presupposta carenza di nutrienti dei vegetali meglio si addice all’idea del femminile come debole e delicato.

Se, dunque, il “semplice” mangiare carne si maschera da atto naturale, per poi rivelarsi un fenomeno culturale di matrice maschilista, si potrebbe iniziare a intravedere una similitudine tra quelle dinamiche patriarcali che regolano la vita degli esseri umani e quelle che regolano la vita degli esseri non umani.

Esaminando più a fondo questa prima somiglianza, si potrebbe allora individuare, nelle forme più comuni di violenza machista, una pratica condivisa che colpisce sia le femmine umane che quelle di altre specie.

Il primo strumento impiegato nell’istituzionalizzazione dell’oppressione è il linguaggio. La cultura patriarcale ha generato logiche sociali che permettono di utilizzare lo stesso tipo di linguaggio per animali e donne, al fine di materializzarne la presupposta inferiorità. Si pensi a come una stessa parola possa indicare tanto un animale quanto una donna (soprattutto in relazione alla sua sessualità): “vacca”, “cagna”, “scrofa”. Oppure a come le donne stesse, vittime di violenza, si associno agli animali definendosi, per esempio, “pezzi di carne”. Questo atteggiamento, sempre secondo Adams, avviene perché «la politica sessuale della carne è un’attitudine, una prassi che animalizza le donne e sessualizza e femminizza gli animali».

Per di più, sempre citando Adams, «gli animali vengono resi assenti attraverso il linguaggio, che rinomina i loro corpi morti prima che il consumatore se ne alimenti». Di fatto, noi non mangiamo “animali morti”, bensì bistecche, prosciutto, cotolette e così via. Questa logica porta a due conseguenze: da un lato, l’animale viene privato della sua essenza e trasformato in prodotto; dall’altro, si manifesta il tentativo di alleggerire il senso di colpa legato all’uccisione e al consumo di un essere vivente. Questo meccanismo, riflettendo, si riscontra anche nel modo in cui il potere patriarcale minimizza l’oppressione femminile da esso stesso perpetuata.

È chiaro, dunque, come il gruppo sociale dominante abbia realizzato un linguaggio che gli consenta di porsi al vertice, a discapito di una serie di categorie oppresse, come quella animale e femminile.

La violenza discorsiva, però, non è sufficiente per affermare superiorità e operare controllo: è necessaria anche quella materiale. Nelle logiche patriarcali e capitaliste, questo avviene mettendo al centro il corpo. Il controllo di animali e donne avviene attraverso dinamiche di abuso, sessualizzazione e strumentalizzazione, a cui si aggiunge il fine di produrre profitto. Se queste dinamiche, per quanto riguarda i corpi femminili umani, sono molto più difficili da individuare perché ben nascoste, quelle a cui sono sottoposte le femmine non umane sono invece chiaramente visibili. Le femmine animali, costrette a sottostare ai regimi di produzione, subiscono abusi e sofferenze sistematiche, che prevedono l’ingabbiamento, lo stupro, la privazione dei loro corpi e della loro maternità. Tutto ciò fino a quando l’animale è in grado di reggere i ritmi di produzione; quando smette di farlo, il profitto verrà generato dalla sua morte attraverso la messa in commercio delle sue parti.

Continuando sulla via della similitudine, si può allora cercare di trovare somiglianze anche nelle dinamiche di oppressione. L’imposizione della sottomissione, la necessità di rendere la vittima inerme prima di esercitare la violenza e l’immobilizzazione del corpo per affermare la superiorità fisica sono tutte strategie che, non solo rafforzano l’idea di inferiorità di donne e animali, ma permettono anche l’oggettificazione della vittima che, in quanto oggetto, non necessita di consenso, ma anzi invita al possesso.

Privare l’essere non umano di coscienza, volontà e sentimenti ne permette, in più, l’alienazione produttiva. L’animale è visto, nei migliori dei casi, come forma di compagnia (sempre secondo un punto di vista antropocentrico); nei peggiori, come strumento di produzione. Questo ne permette la privazione dell’identità di essere vivente e la conseguente trasformazione in oggetto/ prodotto.

Nonostante, fino ad ora, l’attenzione sia stata posta soprattutto sulla carne e sugli animali femmine, il discorso portato avanti in questo articolo vuole, in realtà, essere generale ed esteso a ogni essere non umano. La creazione di una “categoria animale” colloca qualsiasi essere non umano in una condizione di inferiorità, giustificando così il suo sfruttamento. Questo meccanismo è reso possibile dalla gerarchia di valori imposta dal sistema patriarcale e capitalista, che non si limita a opprimere gli animali, ma applica la stessa logica di gerarchizzazione anche agli esseri umani. In questo modo, sia gli individui umani che quelli non umani vengono resi concettualmente inferiori, legittimando la loro subordinazione e il loro sfruttamento.

Chiunque si consideri femminist*, allora, deve riconoscere nello sfruttamento animale le medesime logiche maschiliste che opprimono le donne. Machismo e Specismo si intersecano: le loro vittime sono associate a un ruolo subordinato e inferiore in modo estremamente connesso e reciproco. Per questo, i Femminismi devono essere antispecisti e gli Antispecismi devono essere femministi.

Non si possono creare gerarchie di oppressi: decidendo di non metterci in discussione, perché non direttamente toccati dalla forma di oppressione in questione, esercitiamo il nostro privilegio e diventiamo complici del sistema che lo alimenta. Dobbiamo abbandonare i nostri privilegi e attaccare la sistematicità e l’istituzionalizzazione dello specismo in tutte le sue rappresentazioni. Solo così si arriverà a una liberazione animale, ma soprattutto universale.

N.B.

Bibliografia

C.J. Adams, (1990), Carne da macello. La politica sessuale della carne. Una teoria critica femminista vegetariana, Milano, 1990.

G. H. Di Loreto, (2021), Perché l’Antispecismo deve essere Femminista ed il Femminismo deve essere Antispecista, Balthazar, 2, Milano, 2021.

R.R. Simonsen, (2014), Manifesto queer vegan, Aprilia, 2014.

S. Dalouli, (2022-2023), Transfemmnismo e antispecismo: analizzare l’oppressione patriarcale tra le specie, Padova, 2022-2023.

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