De omnibus dubitandum est: storia e privilegio

È un logorio che ci perseguita, che ci insegue affaticando le nostre coscienze, mormorando la nostra desolante inutilità. È mostruoso il mondo che attraversiamo. Immersi nel nostro privilegio, circondati dall’accogliente ambiente di Bologna la rossa, la comunista, la partigiana, ogni santa mostruosità sembra verificarsi all’infuori di noi. 

Certo, ci vuol consapevolezza per mettersi in gioco. Ci vuole, come dire, una certa vergogna, per accogliere la responsabilità dell’azione. Ci vuole anche un po’ di stanchezza. Ecco cosa ci vuole: bisogna essere avviliti. Del tutto avviliti. E bisogna superare quell’inetto silenzio, che costantemente ci ricorda che non abbiamo il diritto di parlare di sofferenza. Che non abbiamo il diritto di lamentarci di niente e di nulla. Che altri, mentre noi scriviamo, si nascondono dalle bombe; altri ancora sono in carcere o sono morti per la difesa del proprio popolo; altri non han dove dormire, dove rincasare, che cosa mangiare, di che cosa sperare. C’è chi, a differenza nostra, non conosce il dolce desiderio della futilità. 

Ed è qui che mettiamo in atto la nostra vergogna. È qui che intendiamo mobilitare il nostro privilegio; che lo ridimensioniamo, che lo pieghiamo al dovere dell’azione. Non c’è nulla di più importante in questo momento; non c’è nulla da fare, se non mobilitarsi, se non lottare. Ecco il primo passo: dobbiamo riconoscerci come studenti universitari e, con questo, dobbiamo riconoscere l’arco di traiettorie che si staglia dinnanzi a noi.

Stiamo assistendo alla degradazione più totale della cultura: Storia, Filosofia, Letteratura annaspano sovrastate dall’imperante logica del mercato. Inutili, nell’inutilità si degradano, scompaiono. Ad esse non è destinato nessun fondo, nessun lavoro, ma solo tanta, tanta precarietà. 

Stiamo assistendo al processo di smantellamento del sistema universitario nazionale a profitto della privatizzazione neoliberista e del sistema della guerra. Ci siamo dentro fino al collo e non possiamo renderci complici. Non possiamo più accettare la favola che narra dell’università come di un luogo intrinsecamente democratico in cui cercare il nostro valore a suon di voti, titoli e scambi all’estero. Questa menzogna drogante che ci rende deboli e sordi di fronte alle ingiustizie che si ripetono attorno a noi deve finire.

Scriviamo per rifiutare tutto questo. Scriviamo perché sappiamo che il tempo di questa fantomatica democrazia liberale sta per finire. Scriviamo perché vogliamo costruire un luogo realmente, radicalmente democratico. Un luogo da cui possa organizzarsi il desiderio di un attacco al governo, all’amministrazione universitaria, alla sua complicità con lo Stato genocida di Israele e alle istituzioni politiche che hanno foraggiato la distruzione dello Stato sociale nel nostro paese da destra a sinistra. Scriviamo perché vogliamo inseguire la chimera di una mobilitazione politica nazionale contro il governo, contro l’università del profitto e la sua borghese eccellenza. Scriviamo perché vogliamo rompere gli argini di una cultura performativa, opprimente, che svilisce il semplice gusto della critica. Vogliamo dotarci di un luogo reale in cui poterlo fare.

Scriviamo, dunque, perché si scriva. Perché in quanto studenti veniamo adesso a sfruttare il nostro privilegio, imparando a storicizzare le categorie d’analisi che ogni giorno utilizziamo per comprendere una realtà intrinsecamente politica. Lo facciamo per noi stessi e lo facciamo per chiunque altro voglia unirsi a noi. 

Partiamo da qui, dal nostro dipartimento. Studiamo la Storia, la Filosofia, scoviamo i metodi d’indagine dell’Antropologia, della Sociologia: le scienze sociali s’intrecciano e compongono per noi un mosaico di strumenti, che pare servano a comprendere la realtà. Una, una soltanto: la “realtà reale”… Di fronte ad una tale (e rassicurante) apparenza, noi abbracciamo il dubbio. Così vogliamo far politica: liberando la potenza della critica, costruendo un luogo in cui essa possa dispiegarsi in tutta la propria forza. Indagandone il carattere politico, in questa sede affermiamo che la Storia è La disciplina della politica. 

Bisogna fare attenzione, poiché le parole scelte per dimostrare la veridicità dei fatti, così come le gerarchie implicite che vengono tramandate insieme con il modo in cui la Storia è stata raccontata e viene raccontata, nascondono la postura politica dei regimi che l’hanno prodotta. Ma essa è grande. Non si può sfuggire alla Storia. Che ci piaccia o meno, agiamo in essa, per conto di essa. E noi sentiamo il suo fiato sul collo. Il desiderio di renderle onore ci perseguita. E allora? 

Allora:

Il rimpinguarsi del mostro fascista a suon di colpi di stato ed elezioni (sempre più grasso, sempre più schifoso); la corruzione della politica e dei media, genuflessi, gambe all’aria e faccia sul culo delle classi dominanti per raccontare il bel paese; più urgente, più atroce di ogni altra cosa, lo spettro della Terza guerra mondiale e il genocidio in Palestina. Dinnanzi a noi, il mondo va a rotoli. Ci mancava l’art.31 del rinomatamente infausto Decreto sicurezza (approvato alla Camera e in discussione al Senato) che obbliga chi lavora nelle università e negli enti della ricerca a punire il dissenso, segnalandolo ai Servizi segreti, rischiando di trasformare i luoghi del sapere in meri contenitori di sorveglianza. Non possiamo, perciò, non partire dall’Università. Non possiamo non partire da San Giovanni in Monte. 

L’abbiamo scritto nel nostro manifesto, lo ribadiamo nel nostro primo articolo: il sapere serve a prendere posizione, ad agire. E noi siamo affamati di sapere. Vogliamo deporre l’abito dello studente formalmente politicamente impegnato, ma reazionario, perché tace, non agisce, non si organizza. Vogliamo finalmente fare uso comune del sapere che apprendiamo: vogliamo far politica, vogliamo rendere politico un luogo sempre sembrato impenetrabile come San Giovanni in Monte. Vogliamo abbinare la pratica allo studio, il sapere all’azione, la lotta al pensiero. Ci lanciamo in questa grande sfida scolpendo nelle nostre coscienze il carattere intrinsecamente, innegabilmente politico della Storia. D’altronde, come ebbe a dire Fernand Braudel, se il presente è preda per metà di un passato ostinatamente determinato a riemergere, e il passato altro non è che la migliore chiave di lettura per comprendere questo tanto tragico quanto comico presente, quella della mobilitazione politica nella cultura e nell’università, per noi, resta l’unica via. 

Ci sentiamo parte di un grande movimento e vogliamo fare la nostra parte con le nostre pratiche di lotta.Apriamo per questo un Coordinamento studentesco qui al Disci, lo chiamiamo Area Scettica e lo rendiamo (anche) una piattaforma di scrittura. Se siete giunti fin qui, avrete inteso quali sono i nostri scopi. L’unico requisito è il desiderio della critica e l’odio nei confronti di tutti quei leccaculo che sono ancora convinti che il Capitale sia un tenero gioco delle pari opportunità. 

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