Flexsecurity e morte della stabilità lavorativa – grazie, Jobs Act!

Che sventurati anni, quelli tra il 2014 e il 2016, quando Matteo Renzi ha svolto la carica di Presidente del Consiglio dei ministri. Genio del gioco politico, infame nella sua ambiguità, il fondatore di Italia Viva non si è risparmiato nulla: Renzi sindaco, Renzi segretario, Renzi presidente del Consiglio, Renzi senatore; Renzi quaquaraquà.

Sappiamo che la sua figura è controversa, e che alcuni sostenitori del Partito Democratico oggi si discostano indignati dalle opere del suo governo. Un po’ sospetto questo improvviso cambio di rotta, dal momento che l’attuale senatore ha rappresentato il PD per ben quattro anni[1], eletto con una maggioranza schiacciante alle primarie del 2013. Di certo, quest’elezione ha reso manifesto ciò che accomuna il PD e l’ex segretario: la capacità di trasformarsi più e più volte, senza un’idea, un programma politico, giocando a braccio di ferro con la destra su chi sia più capace a piegarsi alle dinamiche del neoliberalismo. Infatti, nei tre malcapitati anni in cui Renzi ha “guidato” il Paese, ha distrutto la tutela dei lavoratori in modi che sembrano incontrovertibili, tradendo il voto degli elettori che vedevano nel PD la famosa “alternativa”. Non lo è, ed ecco il mio ruolo in questo disvelamento: accompagnarvi arrabbiati e tristi oltre lo Stige come Caronte con le anime dannate. E come farvi veramente incazzare se non partendo dall’apice della distruzione del lavoro stabile? Sì, partiamo da qui: dal d.lgs. 23/2015, parte più scandalosa del “Jobs Act”.

Cari lavoratori e lavoratrici che siete entrati a far parte del mondo del lavoro a partire dall’8 marzo del 2015, mi rivolgo direttamente a voi in quanto destinatari delle norme del “contratto di lavoro a tutele crescenti”, che poteva benissimo essere chiamato “come eliminiamo per sempre la stabilità lavorativa”. Magari vi sentite sicuri ora che avete raggiunto un contratto a tempo indeterminato, dopo anni di abusi di tirocini non retribuiti, apprendistato e contratti a termine. Forse prima potevate stare tranquilli, ora, grazie alla “sinistra”, no.

Vi ricordate il tanto agognato e sudato Statuto dei Lavoratori?

La l.300/70 ha rappresentato nella memoria collettiva “l’ingresso della Costituzione nelle fabbriche”. Questa conquista è stata una pietra miliare delle battaglie del movimento operaio volte al conseguimento di un lavoro che fosse una vera “attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società” (art.4 Cost.). Finalmente, i lavoratori vedevano riconosciuti i loro diritti fondamentali, individuali e collettivi, nei posti di lavoro.

Era possibile la manifestazione del pensiero, senza la possibilità di essere discriminati per questo, o per motivi legati al genere, all’etnia, al sesso, alla religione, all’orientamento politico e alla partecipazione ad un’associazione sindacale[2]. Le sanzioni disciplinari non erano più rimesse alla libera potestas del datore-padrone, ma disciplinate dalla contrattazione collettiva[3]. Era possibile riunirsi in assemblee e i sindacati avevano il diritto di utilizzare appositi locali per l’esercizio delle loro attività, che dovevano essere messi a disposizione dall’azienda[4]. Insomma, per la prima volta veniva riconosciuta la dignità del lavoro e dei lavoratori, con le dovute conquiste ancora da raggiungere.

L’art.18 S.L. è – o meglio, era –  il fondamento senza il quale gli altri diritti riconosciuti dallo Statuto non potevano realizzarsi. Infatti, rappresentava lo strumento attraverso il quale rivendicare il diritto costituzionale alla stabilità lavorativa contro i licenziamenti ingiustificati. Il meccanismo era semplice: nel momento in cui un lavoratore veniva licenziato senza giusta causa o giustificato motivo aveva il diritto di adire il giudice e chiedere la condanna del datore di lavoro alla reintegrazione e al risarcimento dei danni[5]. Quest’ultimo consisteva di tutte le retribuzioni che il lavoratore avrebbe conseguito presso il datore di lavoro dal momento del licenziamento al momento della reintegra, a cui si aggiungeva il risarcimento per i danni di qualsiasi tipo creati al lavoratore per questo abuso di potere. Erano, insomma, garantiti non solo la stabilità del posto di lavoro grazie alla reintegrazione, ma anche un risarcimento dei danni completo. Per esempio, se il lavoratore aveva appena contratto un mutuo in base alla sicurezza data dal contratto a tempo indeterminato, il datore di lavoro avrebbe dovuto risarcire anche questo danno.

L’art.18 S.L. dava un senso al contratto a tempo indeterminato, era uno strumento contro il precariato, contro le ingiustizie, contro la disoccupazione. Poi, con il tempo, è stato oggetto di picconate da destra, da sinistra, dall’Unione Europea, da governi tecnici come il governo Monti, fino a cadere definitivamente con il Jobs Act[6]. In ultimo, è stato parzialmente rianimato dalla Corte costituzionale. Tuttavia, in questa sede il mio intento è mostrare l’assetto giuslavoristico per come ce l’ha lasciato il nostro amato Partito Democratico, al fine di condividere assieme la delusione recataci da questa – neanche troppo metaforica – coltellata alla schiena, e per comprendere perché le masse popolari scelgono di non esercitare il diritto di voto o di appoggiare l’offerta politica repressiva, antidemocratica e populista della destra.

Giusta causa e Giustificato motivo; probabilmente peccando di troppa puntigliosità – mi scuserete, deformazione da aspirante giurista  – vorrei spiegare cosa sia un licenziamento giustificato, ovvero cosa si intende per “giusta causa” e per “giustificato motivo”, in modo da avere un quadro generale del recesso dal rapporto di lavoro ed evidenziare quanto già scarsamente fosse garantito il posto di lavoro prima dell’intervento del magnanimo governo Renzi.

Nel parlare di Giustificato Motivo dobbiamo distinguere due fattispecie: il giustificato motivo Oggettivo e Soggettivo.

Parliamo di giustificato motivo Oggettivo ogniqualvolta il licenziamento si fonda su “ragioni inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa”[7]. Sono dunque legittimi i licenziamenti dovuti a una diversa organizzazione della struttura o all’opportunità di esternalizzare un’attività (appaltare, ecco il trabocchetto), oppure ancora, cosa più grave, a una scelta volta alla persecuzione del maggior profitto per il datore di lavoro.

Il giustificato motivo soggettivo, invece, si configura quando vi è un “notevole inadempimento degli obblighi contrattuali del prestatore”[8]. Perché il recesso dal rapporto di lavoro sia legittimo, dunque, è necessario che il lavoratore versi in uno stato di colpa per il suo scarso rendimento, riconducibile ad una sua scarsa diligenza, prudenza o perizia.

Per Giusta Causa si intende “una causa che non consenta la prosecuzione, anche provvisoria, del rapporto” [9]. Per distinguere quest’ipotesi dal giustificato motivo soggettivo, la giurisprudenza e la dottrina hanno interpretato la norma nel senso di un “notevolissimo” inadempimento degli obblighi contrattuali del prestatore di lavoro, ma anche come qualsiasi altra circostanza esterna al rapporto di lavoro, idonea a ledere il vincolo di fiducia tra le parti[10].

Ritengo di concludere da questo breve riepilogo che già dalla disciplina precedente all’avvento del Jobs act il datore di lavoro avesse anche troppa libertà di concludere il rapporto, persino quando questo fosse dovuto alla sola ingorda ricerca di un maggior profitto. La tutela del diritto del lavoro era già minima, occorreva davvero spingersi a tutelare i datori di lavoro anche quando licenziano ingiustificatamente? Vi chiedo: può un partito che si dice di sinistra realizzare delle riforme volte alla tutela esclusiva dei datori di lavoro, persino quando questi agiscono contra legem? Avrete capito a questo punto che la mia non è una domanda retorica. Non navighiamo di certo nel mare delle ipotesi: questo è ciò che il governo Renzi ha realizzato, e che il PD ha difeso e continua a difendere. A questo aggiungiamo l’aggravante che i destinatari di questa tutela sono le Grandi imprese (cioè, quelle che vantano più di 15 dipendenti per unità produttiva) e non solo le piccole imprese, dove il rapporto si consuma gomito a gomito. Parliamo di colossi multinazionali, come Eni, Enel, Amazon, ecc… imprese multimiliardarie che non dovrebbero essere tutelate con sfere di immunità, ma messe a ferro e fuoco dai lavoratori in quanto emblema dell’accentramento di capitale nelle mani di pochi padroni capitalisti, dello sfruttamento del lavoro e di territori altrui, e del profitto a qualsiasi costo, ambientale e umano.

 

Come è stata uccisa l’anima dell’art.18 S.L.?

In primis, il d.lgs.23/2015 ha previsto che la reintegrazione nel posto di lavoro a seguito di licenziamento illegittimo potesse realizzarsi solo in ipotesi limitatissime: licenziamento discriminatorio; licenziamento orale; insussistenza dell’inidoneità psicofisica; licenziamento della lavoratrice in stato di gravidanza o entro un anno dal matrimonio; licenziamento ritorsivo (che si configura quando il lavoratore viene licenziato per aver fatto valere i propri diritti); insussistenza del fatto materiale. Riguardo a quest’ultima ipotesi, vorrei sottolineare che prima del Jobs Act, a seguito della riforma Fornero, si parlava di una generica “insussistenza del fatto”. Nella piena, infame consapevolezza del legislatore, l’aggiunta del termine “materiale” ha impedito un’interpretazione estensiva di questa fattispecie, rendendo quasi impossibile una sua configurazione. Vi faccio un esempio per maggiore chiarezza: arrivate con un ritardo di 30 minuti per il crollo di un ponte e non potete in alcun modo arrivare in orario. Prima del Jobs Act, avreste avuto diritto alla reintegra per l’estraneità del fatto alla vostra sfera di competenza. Dopo il d.lgs. 23/2015, non dovreste materialmente essere in ritardo per poter essere reintegrati/e. Non importa se vi è crollata la casa addosso, non avrete comunque diritto al vostro posto di lavoro – avrete, in compenso, tutto il dovere di morire di fame.

Vorrei fare un altro appunto di non poco conto: non è facile dimostrare che il licenziamento sia avvenuto a causa di una discriminazione, nonostante i meccanismi presuntivi instaurati dalla giurisprudenza. E, se possibile, è ancora più difficile provare che si tratti di un licenziamento ritorsivo, perché in questo caso non esistono neanche presunzioni di cui potreste avvalervi.

Sono queste le ragioni per cui sostenevo che l’art.18 sta alla base dell’intero Statuto dei lavoratori. Se non si ha la sicurezza del proprio posto di lavoro, non si eserciteranno più i propri diritti sindacali. Il Jobs Act ha reso la reintegrazione un’eccezione, e carta straccia la maggiore conquista dei lavoratori dalla nascita della Costituzione.

È evidente il rimando alle politiche della flexsecurity provenienti dall’Unione Europea. Più lavoratori in uscita, più lavoratori in entrata! Semplice, no? Peccato che sappiamo fin troppo bene che il lavoro per tutti non c’è poiché nessuno vuole rinunciare a un centesimo di profitto. La flexsecurity è la precarizzazione che diventa regola, obiettivo politico e normativo, ed è inaccettabile una legittimazione dell’instabilità lavorativa da parte di un partito di sinistra. A nulla serve reclamare la buona fede del Jobs act, che avrebbe dovuto semplicemente scoraggiare i contratti flessibili e rendere più appetitoso il contratto a tempo indeterminato per i datori di lavoro. È un controsenso rendere flessibile anche l’unico contratto stabile millantando una lotta alla disoccupazione o alla precarizzazione. La sua illogicità è palese a chiunque viva oggi il mondo lavorativo. Se l’obiettivo fosse stato intervenire sui contratti flessibili, sarebbe stato allora il caso di sopprimerli o, tuttalpiù, di apportare maggiori garanzie per i lavoratori con i medesimi contratti. All’inverso, il governo Renzi ha reso il contratto a tempo indeterminato un contratto con recesso ad nutum [11], e ha anche liberalizzato il contratto a tempo determinato prevedendo che non avesse bisogno di cause giustificatrici per i primi tre anni. Ma i contratti flessibili sono un’altra storia e potete contare sul fatto che la racconteremo.

Se non vi ho ancora convinti, non vi preoccupate. Il viaggio prosegue ancora più mesto e incollerito.

Chiediamoci: cosa succede in tutti gli altri casi in cui il licenziamento è ingiustificato, ma non rientra nelle ipotesi di reintegrazione? Il lavoratore ha diritto ad un risarcimento dei danni.

Ci avete creduto? Non potevano mica prevedere un risarcimento globale, se no chi mai avrebbe licenziato senza motivo? Quindi, per aiutare il povero padrone miliardario, il governo Renzi ha deciso di prevedere in questi casi una mera indennità. Quest’ultima non vuole risarcire i danni creati al lavoratore, ma semplicemente fingere di porre un ostacolo alla tirannia del datore di lavoro. Infatti, il valore di quest’indennità non è legato a fattori inerenti al danno, come l’età o il carico familiare del lavoratore, ma si computa in base all’unico criterio dell’anzianità di servizio. Da un minimo di 2 a un massimo di 12 mensilità, il datore di lavoro sarà condannato a corrispondervi una somma pari a 2 mensilità per ogni anno di servizio. Avete lavorato 3 anni presso di lui? Bene, se – e, ripeto, se – vincerete la causa, avrete diritto a 6 mensilità. Vi sembrano tante? Anche al governo Renzi sono sembrate troppe. Quindi, ha introdotto un altro meccanismo di distruzione del diritto al lavoro: l’offerta di conciliazione. Nel momento in cui manifesterete la volontà di instaurare una causa contro il licenziamento, il datore di lavoro avrà il diritto di proporre quest’offerta, agevolata da esenzioni fiscali, che sarà pari alla metà della somma a cui avreste diritto nel remoto caso di vittoria del processo. Preferireste 3 mensilità subito o 6 mensilità tra 7/8 anni di spese processuali? Condizioni strutturali impongono a tanti di optare per il primo termine. Non è da biasimare chi accetta, lo è chi ha previsto una tutela tanto irrisoria del diritto al lavoro. La sinistra dovrebbe essere fatta dai lavoratori per i lavoratori. Non dai padroni per i padroni.

Eccovi ora dall’altra parte, e l’inferno alla fine è un po’ meglio di come ve l’ho descritto, perché sul Jobs Act è intervenuta la Corte costituzionale. Non c’è alcun merito della politica parlamentare. Neanche quelle cose inutili[12] del Movimento 5 Stelle sono riusciti a intervenire. Il focus della protezione dei diritti si è spostato ufficialmente dalle Camere alla Magistratura nelle sue varie forme. Quasi tutti gli aspetti dignitosi della disciplina lavoristica che ancora – e chissà per quanto – conserviamo sono il frutto del lavoro di giuristi che credono nella Costituzione. È evidente come il loro sforzo isolato non sia sufficiente, è necessaria una rappresentanza che combatta davvero per la salvaguardia dei lavoratori per tentare quantomeno di riequilibrare le dinamiche del mercato del lavoro.

In parte vi ho già parlato delle questioni del d.lgs. 23/2015 illegittime da un punto di vista costituzionale, preferisco dunque riportare direttamente alcune parole di questa lodevole (stavolta non ironicamente) sentenza[13]:

[…] Il «diritto al lavoro» e la «tutela» del lavoro «in tutte le sue forme ed applicazioni» (art. 35, primo comma, Cost.) comportano la garanzia dell’esercizio nei luoghi di lavoro di altri diritti fondamentali costituzionalmente garantiti. Il nesso che lega queste sfere di diritti della persona, quando si intenda procedere a licenziamenti, emerge nella già richiamata sentenza n. 45 del 1965, che fa riferimento ai «principi fondamentali di libertà sindacale, politica e religiosa», oltre che nella sentenza n. 63 del 1966, là dove si afferma che «il timore del recesso, cioè del licenziamento, spinge o può spingere il lavoratore sulla via della rinuncia a una parte dei propri diritti». […]

[…]Alla luce di quanto si è sopra argomentato circa il fatto che l’art. 3, comma 1, del d.lgs. n. 23 del 2015, nella parte appena citata, prevede una tutela economica che non costituisce né un adeguato ristoro del danno prodotto nei vari casi, dal licenziamento, né un’adeguata dissuasione del datore di lavoro dal licenziare ingiustamente, risulta evidente che una siffatta tutela dell’interesse del lavoratore alla stabilità dell’occupazione non può ritenersi rispettosa degli artt. 4, primo comma, e 35, primo comma, Cost., che tale interesse, appunto, proteggono. […]

Dunque, la disciplina del licenziamento ingiustificato nelle grandi imprese, a seguito della pronuncia di illegittimità della Consulta, è parzialmente cambiata. Le causali necessarie per la reintegrazione nel posto di lavoro, purtroppo, rimangono le stesse. Tuttavia, l’indennità che il datore di lavoro deve corrispondere a titolo di risarcimento dei danni non è più legata al solo criterio dell’anzianità di servizio, perché questo automatismo è contrario agli articoli 4 e 35 della Costituzione. Si rimette invece al giudice la determinazione dell’indennità entro i parametri previsti dal Decreto Dignità del M5S: da 6 a 36 mensilità. La scelta dell’entità indennitaria tiene conto di diversi parametri così da fungere da adeguato ristoro al danno subìto. In ogni caso, si tratta di un gravissimo passo indietro nella tutela del diritto al lavoro, se consideriamo che il risarcimento previsto dallo Statuto dei Lavoratori poteva ammontare a entità superiori alle 50 mensilità, oltre alla necessaria reintegrazione.

Vi chiedo, per l’ultima volta, un partito sedicente di sinistra, “paladino dell’interesse dei lavoratori”, proporrebbe mai una disciplina che si pone nettamente in contrasto con le disposizioni costituzionali di tutela del lavoro? Concludiamo che il PD si è delegittimato come rappresentante della sinistra. Non è un’alternativa valida, ed è proprio l’assenza di un punto di riferimento forte a piegare le masse popolari ai più beceri nazionalismi. È la paura che dilaga e ci inonda. La fragilità dell’oggi dovuta alla disoccupazione, al precariato, alle guerre, alla crisi ambientale, non ci deve atterrire e paralizzare, ma spingere a creare per noi stessi questa famosa alternativa. Capisco il senso di impotenza, ma abbiamo ancora una flebile voce: l’8 e il 9 giugno si terrà un referendum. Saremo chiamati a pronunciarci su cinque quesiti: uno di questi sarà proprio l’abrogazione del Jobs Act. Mi auguro che quanto avete letto possa esservi utile per sfruttare al meglio uno dei pochi spazi democratici che possiamo ancora – e, anche qui, chissà per quanto – rivendicare.

Zia Polly

 

Bibliografia e fonti

  • Carinci, R. Tamajo, P. Tosi, T. Treu, Diritto del lavoro. 1. Il diritto sindacale, 8° edizione, Utet Giuridica, Milano, 2018
  • Carinci, R. Tamajo, P. Tosi, T. Treu, Diritto del lavoro. 2. Il rapporto di lavoro subordinato, 10° edizione, Utet giuridica, Milano, 2019
  • Legge 20 maggio 1970, n. 300 – Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale, nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento. GU n.131 del 27-05-1970
  • Decreto Legislativo 4 marzo 2015, n. 23 – Disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, in attuazione della legge 10 dicembre 2014, n. 183. GU n.54 del 06-03-2015
  • 3 decreto-legge 12 luglio 2018, n. 87 (“Decreto-dignità”) Disposizioni urgenti per la dignità dei lavoratori e delle imprese. GU n.161 del 13-07-2018. Convertito con modificazioni dalla legge 9 agosto 2018, n. 96. GU n.186 del 11-08-2018.

 

[1] Dal dicembre 2013 al febbraio 2017

[2] Artt. 15 e 16 l.300/70; art. 13 l.907/77

[3] Art.7 l.300/70

[4] Art.27 l.300/70

[5] Art.18 l.300/70 “Reintegrazione nel posto di lavoro”: Ferma restando l’esperibilità delle procedure previste dall’articolo 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604 il giudice, con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento ai sensi dell’articolo 2 della legge predetta o annulla il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo ovvero ne dichiara la nullità a norma della legge stessa, ordina al datore di lavoro di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro.

Il lavoratore ha diritto al risarcimento del danno subito per il licenziamento di cui sia stata accertata la inefficacia o l’invalidità a norma del comma precedente. […]

[6] D’ora in poi, sineddoche per indicare gli artt. 1-9 d.lgs. 23/2015

[7] art.3 l.604/66

[8] art.3 l.604/66

[9] Art.2119 c.c.

[10] Santoro Passarelli

[11] Ad un semplice cenno della mano; A volontà

[12] Italianizzato dal dialetto siciliano “cos’enutile”: insignificante, vile, fannullone; appunto: inutile, non serve a niente.

[13] Corte Cost. italiana, sent. 194/2018

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ASSEMBLEA AREA SCETTICA – GIOVEDÌ 27 MARZO

FINALMENTE CI VEDIAMO: GIOVEDÌ 27 MARZO ALLE 16:00 IN AULA SEMINARI 2.

Racconteremo cosa è il Coordinamento Area Scettica e discuteremo insieme delle indicazioni nazionali per i programmi scolastici pubblicati dal governo, che sostiene posizioni sull’insegnamento e sullo scopo della storia inaccettabili, contro le quali dobbiamo mobilitarci in quanto studenti e studentesse, dottorand3, ricercator3 e docenti.

«Solo l’Occidente conosce la storia»
Abbiamo letto queste parole molte volte in questi giorni, increduli sulla viltà che ci vuole non solo per sostenerle, ma persino per scriverle, nero su bianco, e farne l’introduzione alle direttive per l’insegnamento della storia nelle linee guida per l’insegnamento del 2025. Una sequela di assurdità, fortunatamente lontane da quello che abbiamo imparato nelle aule di questa università e che non siamo disposti a ritrattare. Non possiamo pensare che chi di noi lavorerà nelle scuole sarà obbligato a insegnare una storiografia nazionalistica e reazionaria. Non accettiamo che il valore critico e trasformativo del nostro mestiere sia distrutto con un colpo di spugna.

«Gli altri le hanno queste cose?»
Per il ministro Valditara e per Galli della Loggia è chiaro come il sole il primato della tradizione occidentale sulle altre, le quali infatti non trovano minimo spazio nei programmi ministeriali. Una presunta superiorità europea compare, non a caso, anche nel discorso di Vecchioni nella piazza blu e gialla di questo sabato 15 marzo: Socrate, Manzoni e Shakespeare non sono ingenui portavoci di una cultura comune europea, ma diventano ciò che, in virtù di un valore intrinsecamente occidentale, giustifica la nostra elevazione a continente superiore agli altri. Niente di diverso dal solito e criminale paradigma coloniale, che adesso rischia di diventare il perno orgoglioso della nostra identità europea e italiana.

Almeno una cosa positiva c’è nelle indicazioni scolastiche di Valditara. Sono “materiali per il dibattito pubblico”, e noi lo chiamiamo giovedì 27 marzo nella nostra sede. Ci vediamo in aula Seminari 2 di San Giovanni in Monte.

 

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Posizionamento manifestazione 15 marzo

Il 15 marzo 2025 a Roma, città eterna, si sono svolte due manifestazioni: l’una in favore della Terza guerra mondiale e l’altra contro la Terza guerra mondiale. Della prima, indetta da Michele Serra, frequentata da Carlo Calenda, Elly Schlein, Nicola Fratoianni, Maria Elena Boschi, e poi Luciana Litizzetto, Claudio Bisio, Fabio Fazio, eccetera, non ci preme parlarne. Sono incommentabili e non meritano alcun commento. Basti pensare che hanno deciso di riunirsi a Roma per festeggiare uno dei più grandi crimini sociali mai compiuti dai tempi del draghiano Whatever it takes: 800 miliardi da destinare alla guerra, e non alla pace, non alle scuole, non al lavoro, non alla transizione energetica, non all’università, alla sanità, all’istruzione. Soldi chiesti e celebrati per LeonardoSPA. Ci sembra così assurdo, che non vale la pena perdere tempo a discuterne.

Vogliamo raccontare piuttosto che c’è un’altra Italia. Che, mentre l’analfabetismo borghese festeggiava uno dei più colossali investimenti nel mercato bellico della Storia dell’Unione Europea, altrettante migliaia di persone sono scese in piazza: lavoratori, Sindacati di base, organizzazioni studentesche, parti del movimento hanno attraversato Roma per gridare un secco NO alle politiche del riarmo.

Dopo l’assemblea nazionale di Potere al Popolo!, il corteo svoltosi a qualche isolato dal raduno piddiano della borghesia radical chic italiana con l’elmetto ha dato voce a quella parte del paese che non vuole la guerra e che non vuole che neanche un euro venga destinato alle multinazionali delle armi. Questa parte del paese cresce sempre di più e, ad oggi, corrisponde al 39% dei cittadini, secondo un sondaggio Ipsos presentato dal Corriere della Sera. È una buona notizia. Rilanciamo per questo la necessità di organizzare una manifestazione nazionale contro la guerra e contro un’Unione Europea produttrice di morte, genocidio e devastazione.

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Di quando Caparezza smerdava la politica

Era il 2014 e avevo dodici anni quando regalarono a mia sorella un CD stranissimo: la copertina recava una massa di capelli ricci e neri sulla sommità di un alberello davanti al mare, come a fare da chioma; intorno, alcuni animali (dell’arca di Noè?) osservavano questa strana pianta circondata da una corona di luce (lo spirito santo?), mentre il mare si spaccava in due lasciando intravedere l’orizzonte (Mosè? Le acque del mar Rosso?). Il titolo era anch’esso particolare: Museica, il museo, la musa, o le due cose assieme. Ed infatti quell’album era proprio un museo, si capiva fin dalla canzone introduttiva, la Canzone all’entrata, un ammonimento alla libertà e alla scorrettezza dell’album. Nei titoli delle canzoni, espliciti e impliciti riferimenti al mondo delle arti visive, a grandi artisti, a correnti famose come il dadaismo. Chi diamine è l’autore di questo concept album così allucinato? Caparezza. E chi è?- pensai. Un rapper, anche se nessuno ormai lo chiama più così. Mio padre ridacchiò, accostandolo istintivamente ai suoi pezzi più inflazionati di inizio anni 2000, Fuori dal Tunnel su tutti. Ma il museo mi aveva rapito, e rientrai subito per passeggiare e perdermi tra le tele-canzoni. Il primo contatto con la profondità della musica di Caparezza era avvenuto.

Capisco perfettamente che tutto ciò può sembrare altisonante, decisamente troppo. Il nome è buffo, capa-rezza, la “testa riccia”; è un rapper, e il rap ha quasi sempre qualcosina di cringe, anche per noi che ci siamo cresciuti in mezzo. La voce nasale, questi motivetti strani, l’immediata associazione al ritornello tarantellato di Vieni a ballare in Puglia: per gli adulti è un piacevole passaggio in radio, per molti tra noi un guru conosciuto al massimo superficialmente, cui guardare con un minimo di distacco per la pesantezza dei testi e delle canzoni. Un po’ a metà insomma, non un rapper di quelli classici e neanche un musicista che si possa separare completamente dall’hip hop. Ma se cerchiamo di abbandonare i vari topoi musicali che consideriamo gusto personale (e che spesso sono invece abitudine), le canzoni, gli album e i testi di Caparezza aprono una botola verso più profonde stratificazioni di significato. Non che debba piacere per forza, ovviamente, né deve essere universalmente considerato geniale: questo che state leggendo è un semplice esercizio di sguardo suggerito da un fan di lunga data, cioè io, perché si possano apprezzare assieme i significati che Caparezza dissemina nei suoi brani.

Dovremmo restare qui un bel po’ per completare quest’opera. È chiara la “svolta interiore” che la discografia di Capa sta prendendo, almeno da Prisoner 709, con un maggiore fuoco sul suo percorso e su argomenti più introspettivi che pure lo hanno sempre accompagnato (Capa sente di stare invecchiando e diventa sempre più “brontolone”? La politica lo ha deluso particolarmente?). Ciò che mi interessa sottolineare qui e ora è piuttosto un certo carattere delle sue canzoni, anche di quelle meno esplicite, che talvolta è negletto o ridimensionato per comodità intellettuale: il loro carattere politico. Wikipedia afferma che Caparezza «è di tendenza politica comunista», probabilmente esagerando un po’ grossolanamente certi aspetti del suo modo di vedere il mondo e la società. Forse è vero, anche se Capa, da quel che so, non si è mai esplicitamente definito tale. Ad ogni modo, nelle sue canzoni emerge una profondissima consapevolezza della realtà di classe, specificamente di quella italiana, e delle sue problematiche sociali, trattate spesso con grande radicalità. Non pretendo esaustività, né di trasformare Caparezza in un eroe del proletariato, ma solo di condividere qualche elemento per vederlo con occhi diversi: e andate a recuperarvi dischi e canzoni, spaccano.

Caparezza era partito da Molfetta, in Puglia, a metà degli anni ’90, per studiare belle arti a Milano, dove aveva sperimentato l’infame antimeridionalismo che in quegli anni veniva peraltro alimentato dalla Lega Nord, il partito populista di estrema destra nato qualche anno prima: a questa realtà è consacrato l’ironico Inno Verdano, in cui Caparezza prega di poter entrare a far parte dello stato della Verdania, cioè la Padania secessionista di Umberto Bossi, che entra anch’egli implicitamente nell’inno (All’inizio quel tizio che s’attizza al comizio / pare un alcolista alla festa di San Patrizio). Anche l’inflazionatissima Vieni a ballare in Puglia contiene, tra gli altri elementi, un nerbo di critica all’atteggiamento tipicamente nordico nei confronti dei pugliesi, simboleggiato dal turista vacanziero coi sandali che osserva e idealizza superficialmente una regione piagata dall’inettitudine dei politici, degli imprenditori e dalla mafia. Tutto ciò accompagnato da una strumentale vicina alla tarantella, un richiamo sì alla tradizione pugliese, ma anche all’origine di quel tipo di danza, ispirata alle convulsioni malate di chi era morso dalla tarantola: danzando ci si libera dal male, si tramandava. La canzone di per sé è una critica evidente alla politica regionale e nazionale, alla mala edilizia, alla distruzione del paesaggio e dell’ambiente (l’Ilva di Taranto come esempio eminente), oltre che alla mafia, ed era questo l’aspetto critico che interessava al suo autore; il pubblico più mainstream e persino le radio lo oscurarono spesso e volentieri, riproducendo solo il ritornello simpatico e incalzante per nascondere, coscienti o no, la tragicità del brano.

Vieni a ballare in Puglia è il brano più famoso dell’album del 2008, Le dimensioni del mio caos, il mio preferito: consiglio di ascoltarlo dall’inizio alla fine, perché è un concept album incentrato sulla società italiana del 2008, con le dovute trasformazioni liriche e artistiche, puntellato da skit e racconti teatrali. Una ragazza, Ilaria (sì, quella di Ilaria Condizionata) viene catapultata in un “varco spaziotemporale” dal 1968 al 2008 ed incontra Caparezza, attraversando con lui e senza di lui l’Italia del governo Berlusconi III. Naturalmente, c’è il tema del ’68 tradito (o realizzato?): in Ilaria Condizionata, la protagonista in poco tempo si trasforma in una giovane adulta moderna e stereotipica, frivola e superficiale, drogata dalle prime apparizioni dei social network e dalle sirene del consumismo, con le relative contraddizioni della società del 2000 (L’hanno vista al corteo con la maglia del Che /Urlava, “No, alla vostra mercé” / Mentre ingoiava cioccolata Nestlé). Tra questa e la tarantella pugliese, La Grande Opera. Nella narrativa del disco, il nuovo marito di Ilaria deve costruire lo “spazioporto pugliese” una grande opera infrastrutturale di quelle che garantiscono uno sbocco di capitale verso le tasche di mafiosi e imprenditori abbottonati con la politica. Tutti la vogliono, è l’opera della provvidenza: una grande opera / macchina economica / che i massoni rifocillerà / È la grande opera / stupido chi sciopera / quante bastonate prenderà / Grandi opere che iniziano / ma che non finiranno mai. Stupido chi sciopera: e il terzo personaggio di questo viaggio, introdotto solo dopo qualche canzone, si chiama Luigi delle Bicocche, un nome nobile per una vita immiserita ma eroica. Fa il muratore, ed è verosimilmente la controparte del padre di Caparezza, Giovanni. In un’epoca di progressiva distruzione dei diritti dei lavoratori, in un’epoca di precariato sempre più istituzionalizzato, è lui l’eroe a cui tutti dobbiamo la nostra libertà: Eroe (Storia di Luigi delle Bicocche) è il capolavoro di Caparezza. La costruzione musicale della canzone, il canto lirico di sottofondo, l’intro di tromba da marcia militare, gli accordi malinconici, il testo, tutto restituisce la profonda difficoltà esistenziale di una condizione di sfruttamento e di precarietà: Su, vai a vedere nella galera / Quanti precari sono passati a malaffari / quando t’affami ti fai nemici vari. Tra gli altri, il richiamo al call center sembra una eco de Il mondo deve sapere di Michela Murgia, uno dei racconti fondanti della sottocultura (e ormai cultura) del precariato. Ma allo stesso tempo c’è la forza, la resilienza, la capacità di ribaltare questa situazione. Una trasfigurazione eroica: Sono un eroe perché lotto tutte le ore / Sono un eroe perché combatto per la pensione / Sono un eroe perché proteggo i miei cari / Dalle mani dei sicari, dei cravattari. E poi un richiamo interessante in fine di ritornello: Ti mostrerò che cosa so fare con il mio superpotere; quale superpotere? La semplice forza individuale o qualcosa di più?

Cerco di avvicinarmi ad una sorta di conclusione, ma desidero menzionare qualche altro brano che potrebbe stimolare la sensibilità politica degli ascoltatori. Caparezza s’è sempre occupato tematicamente della vanità dei media e del loro sempre progressivo scadimento nella più totale superficialità: Io diventerò qualcuno è la riproposizione capovolta del costituente Partito dell’Uomo Qualunque, che dalla “normalità” ricercata al di là dei partiti tradizionali post 1945, passa nel brano alla gloria ricercata spasmodicamente e a qualunque costo attraverso la fama mediatica, dall’Uomo Qualunque all’Uomo Qualcuno. Ma questa fama mediatica sarà comunque oggetto di un monopolio economico e contenutistico, come emerge da The Auditels Family (Habemus Capa, 2006): Noi decidiamo chi va in onda / E chi va al diavolo / i conduttori ci invocano / Con i palmi sul tavolo. Pubblicità, programmi spazzatura e un monopolio (persino familiare, vero Mediaset?), in una canzone con un clima vittoriano da fantasmi evocati, visibili ed invisibili, presenti e non presenti ma comunque agenti nel mondo dei vivi. Ma non pare essere solo la televisione o il sistema dei media: è la borghesia – qualunque cosa significhi oggi – ad essere il bersaglio tematico del primo Caparezza; nella sua avidità cieca d’accumulazione, come in Ninna nanna di Mazzarò, dove il personaggio di Verga diventa la costante della vita del protagonista della canzone, una personificazione del capitalismo dal quale bisogna guardarsi (Ninna nanna, ninna nò, sta arrivando Mazzarò / Resta sveglio che sennò, porta via quello che può). Nella sua vanità ed eccessività pasoliniana, come nel matrimonio fastoso di Felici Ma Trimoni (gioco di parole col pugliese trimone, stupido o idiota), la messa in scena di un moderno matrimonio combinato non su base familiare ma patrimoniale tra un ricco e viscido imprenditore e la superficiale figlia di un altro imprenditore: Caparezza è il prete che osserva e celebra la fetida unione. La Chiesa Cattolica ritorna ironicamente in Messa in Moto, dove il vero Dio sgrida l’istituzione ecclesiastica e le pratiche vetuste e pompose dei fedeli su una strumentale rockeggiante, per poi sgommare via in motocicletta. Non siete stato voi è un’accusa diretta alla classe politica, al suo marciume e alla sua corruzione, sulla quale non mi dilungo perché è di per sé molto esplicita (Non siete Stato voi / Col busto del duce sugli scrittoi / E la costituzione sotto i piedi, onorevole La Russa è lei?).

Insomma, gli spunti sono numerosi, e ne ho lasciati fuori molti per non annoiare. Sono andato ad impressioni, senza seguire un ordine cronologico preciso, rischiando magari di fare un po’ di confusione. Il mio consiglio è ovviamente di ascoltarsi le canzoni, ma più gli album interi: certi sono davvero delle opere narrative da seguire nel loro svolgimento, come nel caso di Museica. La musica ci può dare qualcosa di più del semplice sollazzo auditivo. Caparezza è sempre stato considerato un rapper “elevato” e talentuoso per i suoi incastri e le sue rime pregne di contenuto. Ma se è questo che pensiamo, allora facciamo il passo in più: osserviamo, nei suoi brani, cosa dice, cosa critica, a chi fa riferimento, quali sono i suoi modelli. Non è un’operazione del tutto semplice, perché sia chi legge queste parole, che chi le ha scritte c’è dentro fino al collo. Ma si parte dalle piccole cose no? Perché non cominciare quantomeno dalla musica?

Jean Cujun

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8 MARZO

Una grande scritta “TRANS” svetta sul corteo dell’8 marzo di Bologna. È evidente che l’attacco violento della lettera scritta da ArciLesbica – e sottoscritta da UDI nazionale – dello scorso 28 febbraio non ha ottenuto gli effetti sperati. Almeno non qui, non a Bologna, dove un corteo ruggente è sceso in piazza a fianco delle sorelle trans e sex workers, alle quali Area Scettica esprime pieno sostegno e solidarietà.

Bologna, 8 Marzo 2025

Nonostante gli innumerevoli tentativi di silenziare il portato conflittuale delle rivendicazioni dell’8 marzo, questa giornata di lotta è riuscita a rompere il falso clima da festicciola anche questa volta, portando alla luce le pesanti contraddizioni che attraversano le piazze transfemministe italiane. Il clima già teso degli ultimi mesi è stato ulteriormente appesantito dalla già citata lettera aperta, scritta da un gruppo di donne che da anni ha reso la “critica al femminismo trans” il suo cavallo di battaglia. Ci riferiamo ad ArciLesbica Nazionale, che lo scorso 28 febbraio ha rinnovato il suo invito a destoricizzare il corpo, riaffermare il binarismo e identificare il dato biologico con il genere, individuando la “donna biologica” come unica degna destinataria delle lotte femministe.

Alla luce del clima grottesco creato dalle TERF (Trans-Exclusionary Radical Feminism) italiane, è necessario oggi più che mai storicizzare la piazza dell’8 marzo, ribadendo con forza che le nuove istanze di lotta – che hanno finalmente conquistato un nuovo e dovuto spazio in seno al movimento – non sovrascrivono le rivendicazioni e i traguardi raggiunti nei decenni passati. Proprio attraverso questa necessaria operazione storica Area Scettica si discosta e si oppone a qualsiasi movimento volto a parcellizzare ed escludere con mezzi violenti tali istanze.

 Dà speranza la piazza dell’8 marzo di Bologna, dove si è respirato un clima di rabbia generale, rivolta tanto verso la violenza patriarcale e machista quanto verso quel femminismo TERF che strizza sempre di più l’occhio alle destre. Prendere posizione pubblicamente e tematizzare gli slogan dell’8 marzo è più che mai fondamentale in mobilitazioni storicamente eterogenee come quelle femministe.

La voce transfemminista non potrà mai essere silenziata.

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Metamorfosi della memoria: Njinga Mbande

Di Bronsa Cuerta

Cosa rende la Storia così attraente? Certo, a tutti sarà capitato di incontrare chi, al contrario, non sopporta sentir parlare di date e di eventi, ma questi non sono altro che la punta di un enorme iceberg. La Storia è indubbiamente altro. Le ragioni che spingono al suo studio possono essere le più svariate, eppure, devo ammettere che il mio avvicinamento puberale alla disciplina è stato dettato soprattutto dall’imprescindibile mutabilità della stessa. La Storia non è statica. E, per tale ragione, mi piace immaginarla come un fiume in piena (da cui le mie origini polesane), dove nuovi alvei si formano, altri seccano e nuove isole nascono. Tuttavia, non si tratta di un flusso del tutto incontrollato. Esistono degli argini: il tentativo antropico di controllare questo moto, di dargli una direzione, un orientamento.

Allo stesso modo, i personaggi illustri della storia sono soggetti alle oscillazioni interpretative, innalzati a idoli o rigettati in una profonda damnatio memoriae. È naturale: ogni epoca avrà i suoi paladini e i suoi mostri sotto al letto. Ma queste oscure ombre talvolta riemergono, trascinate a forza per farne opportuno uso politico. Così, il paladino è cacciato, spogliato del suo trono e del suo valore di orgoglio, mentre ci si accorge che quel mostro –  il reietto – in verità, non incuteva così paura. Non credo sia possibile opporsi a tale mutamento tout court. Fa parte dello stato delle cose. Credo, tuttavia, che spetti allo storico il compito di preservare la memoria dalla menzogna, consapevole della mutazione dei valori e capace di discernere in una fonte documentaria le sue finalità dichiarate dalla presenza di elementi incontrollati e dichiarazioni non esplicite.

Pertanto, adottare una dose sana di scetticismo non dev’essere una delegittimazione della disciplina storica in quanto mera narrazione – una favoletta da raccontare – ma significa essere consci del rapporto ambivalente e traballante tra verità e finzione, del fatto che dalla finzione è possibile trarre discorsi veri e agire per mantenere aperto uno spazio di riconsiderazione, contro narrazioni dogmatiche e fisse. Oggi, in seguito alla rivoluzione storiografica e ai processi di decolonizzazione (intendiamoci, spesso di sola facciata) della seconda metà del Novecento, lo storico si ritrova dinanzi all’immenso compito di rivalutare quanto ci è stato tramandato da una disciplina storica ottocentesca ancella dei nazionalismi e dell’eurocentrismo. Molti, troppi, sono stati esclusi da questo racconto, rigettati sotto tappeti e rinchiusi in armadi dall’odore di naftalina. Sono la scuola di Storia Globale e i subaltern and post-colonial studies a tentare di dischiudere una realtà ignorata, di riabilitare quanti hanno subito vessazione e di ripagare un debito che, nella sua enorme portata, richiederà ancora molto, molto lavoro. Ma ciò non costituisce solamente il tentativo di perseguire una narrazione storica più completa, più realistica o, si presume, veritiera. Si assiste, invece, alla traduzione in pratica storica dei nuovi approdi politici.

Ma veniamo al dunque: il continente africano fu, più di tutti, danneggiato dalla narrazione teleologica imperialista, prescritta in pillole giornaliere non solo agli europei, ma agli africani stessi, affinché interiorizzassero un costrutto d’inferiorità e concordassero nella necessità della colonizzazione. Naturalmente, quale diretta conseguenza di questa scellerata ricerca di giustificazione, fu necessario apportare radicali mutazioni narrativa: la manipolazione della Storia. Ne consegue che tali trattazioni storiche appaiono (oggi, ai nostri occhi e dinanzi all’evidenza dei fatti riconsiderati) deliberatamente mirate ad occultare l’esistenza di una ricca storia africana, costituendosi, al contrario, come una faziosa storia di europei in Africa, intenzionata a erodere la memoria del continente, corromperla, disgregarla. Facciamo un esempio e pensiamo ora ad un caso piuttosto celebre: il personaggio della regina di Ndongo-Matamba Njinga Mbande (1583-1663). Per quale ragione? Perché della sua persona si è detto e scritto di tutto (pure Netflix ci ha dedicato una serie), e da diabolica idolatra, aberrante mostro e perfetto contrario della “civiltà europea” (in questo luogo ci interesserà determinarne l’uso politico esercitato da tali categorie), è divenuta motivo di orgoglio nazionale angolano e patrona della nazione. Ma prima di procedere a tracciare questo breve (lo è?) riepilogo delle distorsioni e manipolazioni subite dalla sua figura, dirò il giusto necessario per inquadrarne il contesto; dunque, della ragione per cui di lei si scrisse e si disse molto.

MANIPOLARE

Giunta nel 1624 al trono del regno di Ndongo – regione storica attualmente locata in Angola, il cui nome è dovuto proprio al titolo di Ngola, sovrano di Ndongo – dovette subito fare i conti con l’emergenza della piovra coloniale e nella sua sottospecie lusitana. Per tutta la sua vita dovette respingere l’aggressione portoghese, ma, dinanzi ad oculate scelte di tipo politico-religioso (sarebbe erroneo considerare queste due sfere quali compartimenti stagni), riuscì nel preservare l’autonomia del regno. A tal fine, fu assolutamente necessario slegare il regno dal monopolio commerciale e diplomatico lusitano, costudito gelosamente dalla unificata corona iberica asburgica prima e di Braganza poi.  Njinga, inserendo il proprio regno nel contesto globale della guerra dei Trent’Anni (1618-48), trovò come proprio (ma effimero) alleato le emergenti Province Unite e la loro apparentemente inarrestabile compagnia commerciale. Tuttavia, se questa esperienza durò brevemente, considerata la ritirata improvvisa degli olandesi, essa insegnò alla regina che gli europei, seppur di religioni e lingue diverse, non differivano in merito alle intenzioni: riempire le proprie navi di schiavi [1]. A questo punto, la vera soluzione provenne dalla sfera religiosa. Non a caso, la condizione di idolatra di Njinga permise in primo luogo ai portoghesi – in accordo alla bolla papale Dum Diversas del 1452 – di muovere guerra legittima contro nemici di Cristo e, di conseguenza, di «ridurre in perpetua schiavitù le loro persone, e di annettere e conquistare anche i regni, i ducati, le contee, i principati e gli altri domìni».

Era dunque necessario procedere secondo una strada alternativa: divenire cristiani seguendo, in un certo senso, le orme dei vicini re del Kongo. Al pari di questi, Njinga intuì le potenzialità legittimanti del cristianesimo quale elemento consolidante del potere sovrano e, circondatasi di ferventi missionari alla ricerca di prodigiose conversioni (una vera e propria ossessione!), riuscì a mettersi in contatto con il papa stesso, a tal punto che papa Alessandro VII (1655-67) in una lettera le si riferì come «nostra amatissima figlia in Cristo Regina Anna Singa». Pertanto, non sarebbe erroneo affermare che il Pontifex Maximus avesse compiuto un’azione contro gli interessi del monarca lusitano. E, in effetti, ciò si spiega in un cambio di registro delle politiche papali, le quali, diversamente dalle bolle quattrocentesche, tentarono di arginare lo strapotere iberico nel mondo coloniale, rivendicando la propria universalità spirituale e la propria autorità di pastore ecumenico.

Al di là delle divagazioni contestuali (temo di avervi già annoiato…), a detenere penna e inchiostro furono in primo luogo i missionari, i quali trasmisero al pubblico europeo il primo immaginario della persona di Njinga: una regina in origine selvaggia e diabolica ma che, a seguito della conversione (come fosse una pozione magica!)  si trasformò in una pacata e devota sovrana cristiana. Gli scritti missionari costituiscono una tipologia di fonte documentaria estremamente peculiare, tuttavia, consapevoli della marcata parzialità di ogni testo, esse ci ricordano come la storia delle missioni sia altrettanto una storia di potere, di disparità dei sessi, ma anche di resistenza e di sincretismo.

Consideriamo, ad esempio, la relazione del cappuccino Antonio da Gaeta, La maravigliosa conversione alla Santa Fede di Cristo della regina Singa, pubblicata nel 1669 a Napoli da Francesco Maria Gioia. La conversione, tema onnipresente nei racconti missionari secondo lo schema tipico del topos letterario, era da intendersi come momento di cesura tra un prima e un dopo: una vera e propria «metamorfosi» dell’individuo. Oltretutto, nel caso in cui il convertito fosse un sovrano – come nel nostro caso – si lasciava presupporre la prossima adozione del cristianesimo da parte dell’intero popolo. Ciò aveva indubbiamente un effetto rassicurante nei confronti di un vasto pubblico di lettori, in quanto comprovava con i fatti la validità del cristianesimo quale unica e vera fede. Infatti, l’accezione propagandistica del documento emerge chiaramente nel momento in cui la conversione è definita «meravigliosa»: termine che rievoca la dimensione miracolosa, quasi inspiegabile, dell’evento. Infatti, se da un lato la regina Njinga appariva come un essere feroce e sanguinario: «[…] beveva il sangue humano, e se ne vantava, e aspergeva il corpo all’hora, che per offerir sacrifici al Demonio uccideva come bestie gli huomini, e quando si faceva dare il giuramento di fedeltà da’ suoi vassalli, gli costringeva à bere anch’essi, com’ella faceva, di detto sangue.»

Dall’altro, a seguito della conversione, la regina appariva come radicalmente mutata: «Nell’istesso modo havendo io ritrovato la Regina del tutto diversa da quello, che mi era stato rappresentato, dico, e & affermo, ch’ella non è più quella, ch’era; è divenuta un’altra, tutta piacevole, cortese, affabile, pacifica, pia, e divota; mercè alla virtù del Santo Crocifisso, che sà operar queste metamorfosi, e queste maraviglie.»

Si assiste ad un passaggio da una totale estraneità ad un’ideale somiglianza; una tecnica stilistica in cui, quanto più l’avversario veniva enfatizzato in termini disumani o diabolici, tanto più aumentava la grandiosità della vittoria ottenuta su quest’ultimo, vale a dire la conversione. Naturalmente, gli autori della conversione – i membri dell’ordine dei cappuccini – si servirono di questo tipo di relazioni per riportare in Europa le proprie storie di successo, comprovando l’efficacia e l’utilità del loro operato.

Questo genere di racconti fece largo utilizzo di categorie stereotipizzanti e di argomentazioni proto-razziste. Troviamo così delle tassonomie dell’indigeno: dal buon selvaggio disposto ad accogliere il messaggio cristiano all’uomo-bestia dedito al cannibalismo. Inoltre, la presenza di imprese perigliose, digressioni su condizioni ambientali al limite tra inferno e paradiso e illustrazioni di riti diabolici trovava un riferimento stilistico nella letteratura cavalleresca di viaggi in terre e popoli distanti, al fine di alimentare nell’immaginario europeo la straordinarietà delle missioni. Un altro tipo di relazioni, destinate ad una circolazione più ristretta e spesso richieste da parte delle autorità stesse, mirava invece ad una dettagliata indagine di tipo geografico ed etnografico sulla base di un’osservazione diretta dei fatti. Si trattò di informazioni cautamente riportate, da non confondere come un esercizio di libera curiosità, ma in virtù della loro utilità nel rendere più efficace l’intervento in un luogo di missione. È il caso della Istorica Descrizione de’ Tre’ Regni Congo, Matamba, et Angola scritta dal cappuccino Giovanni Antonio Cavazzi da Montecuccolo, in cui, diversamente dalla precedente opera di Antonio da Gaeta, scompare la dicotomia di Njinga-diabolica e Njinga-cristiana. Evidentemente, la monumentale opera in tre volumi non fu pensata per un vasto pubblico, ma per educare i membri del proprio ordine ad una conduzione più efficace della missione, fornendo ogni dettaglio utile acquisito nel corso della sua esperienza di missionario.

Ad ogni modo, la fortuna letteraria di Njinga sopravvisse, a tal punto che il marchese di Sade in La Philosophie dans le Boudoir scrisse: Zingua, regina dell’Angola, la più crudele delle donne, immolava i suoi amanti non appena venivano tra le sue braccia; spesso faceva combattere i guerrieri davanti ai suoi occhi e diventava il premio del vincitore; per lusingare il suo animo feroce, si divertiva a pestare in un mortaio tutte le donne che rimanevano incinte prima dei trent’anni. Oltre a testimoniare come la sua figura fosse divenuta parte di un comune (e in forma terribile) immaginario culturale europeo, la pratica sessualizzante la rigettò (quale sineddoche per l’Africa intera), in una sfera “altra”, inferiore, perversa. Non a caso, anche nella rappresentazione pittorica ad opera di Achille Devéria del 1830, Njinga appare adornata di una maestosa corona e gioielli, quale ogni regina che si rispetti, ma con seno esposto (inusuale ritratto di regalità se confrontato con le controparti europee). È dunque evidente come l’appetito del gusto europeo alimentò quanto fu detto in negativo nella relazione di Antonio Cavazzi, nella quale le descrizioni maggiormente scabrose e immorali circa i costumi africani vennero slegate dal proprio contesto, e rielaborate per trasmettere l’immagine di un perpetuo stato di caos, in cui vigeva ogni legge contraria al codificato diritto naturale: dalla poligamia al cannibalismo, dall’infanticidio all’idolatria.

Achille Devéria, Regina Nzinga Mbande, stampa di François Le Villain, 1830.

L’opera di Cavazzi, tradotta e pubblicata nel 1728 in edizione francese e in tedesco nel 1794, è stata di certo consultata anche dal filosofo tedesco G. W. Friedrich Hegel, considerando il materiale utile in essa contenuto a sostegno del principio di un’Africa esclusa dal movimento della Storia. Infatti, adoperando una rilettura basata sull’ascesa e sul progresso occidentale, Hegel attinse di frequente alle vicende biografiche dell’ormai celeberrima Njinga Mbande. Tuttavia, durante le proprie lezioni universitarie, il filosofo si si guardò bene dal citare esplicitamente il nome della regnante, non solo al fine di deformarne la figura, ma soprattutto per negarne una propria individualità. Secondo Hegel, la regina africana avrebbe comandato un gruppo di guerriere, le cosiddette «furie», poste a capo di un «regno donna» in cui uomini e bianchi venivano massacrati in modo indiscriminato; i bambini uccisi senza rimorso; il concetto di famiglia deriso; e l’ordine “naturale” sconvolto. A ciò seguirono innumerevoli manuali storici del continente africano (specificatamente della sua parte subsahariana), il quale si componeva di società la cui memoria storica veniva preservata per mezzo della tradizione orale: modalità che gli europei giudicarono inferiore in termini di sviluppo. Piuttosto, oggi diremmo che fu scritta una storia dell’europeo in Africa, dove l’anno 0 non corrisponde alla venuta di Cristo, ma all’arrivo del colonizzatore.

RIABILITARE

Il recupero di Njinga (e, con essa, della realtà sommersa e taciuta del continente) avvenne primariamente grazie alla lotta per l’indipendenza degli angolani a partire dal 1961. Chi, più di lei, si ingegnò con ogni mezzo contro l’occupante colonizzatore? Chi più di lei poteva incarnare una figura eroica, simbolo di resistenza? I fasti di un glorioso passato vennero così riesumati dalla stessa memoria orale che, precedentemente, fu considerata sintomo di arretratezza. Emerse così una nuova Njinga: non una deviata sessuale o spietata cannibale, ma una leader orgogliosa, vittoriosa in guerra e pilastro della resistenza al mostro colonialista.

L’indipendenza dal Portogallo, riconosciuta nel 1975, fu seguita da un’atroce guerra civile, secondo il tipico schema delle guerre per procura della Guerra Fredda. Tra gli schieramenti, fu il People’s Movement for the Liberation of Angola (MPLA) ad appellarsi nuovamente alla mitica regina angolana, tanto che, al fine di saldare l’unità del paese, vennero piantate le radici identitarie della nazione proprio nella storia seicentesca di Njinga. Se mai visiterete Luanda, noterete che ella appare pressoché ovunque: il suo ritratto è inciso nella moneta e la sua statua (opportunamente rimosse quelle coloniali) eretta dinanzi al museo nazionale di storia militare.

Moneta di 20 Kwanzas commemorativa del 2014, riportante il profilo di Njinga con le date di nascita e morte.

Tuttavia, anche in questo caso, il paradigma rimane lo stesso: si tratta di un racconto utile, di una versione modificata a trasmettere una determinata idea e a richiamare un determinato ideale. Sorge spontaneo chiedersi: chi fu veramente Njinga? Difficile dirlo, e, probabilmente, all’uso del singolare andrebbe contrapposto un plurale simbolico. Qualcuno però, di recente, ci ha provato. La realizzazione della serie Regine dell’Africa: Njinga a produzione yankee (Netflix) è indicatore di quanto la sua figura sia divenuta conosciuta, a tal punto da generare profitto. Ad ogni modo, per quanto ricordo di questa miniserie, ogni aspetto eticamente non conforme alla cultura egemonica occidentale è taciuto. Dove sono i riti? Dov’è la poligamia? Ancora una volta ci ritroviamo dinanzi a una riproduzione parziale e mediata in cui, evidentemente, lo scopo encomiastico appare storpiato secondo sterili principi di omogeneità culturale. Evitare intenzionalmente di rappresentare l’intero percorso di Njinga (di fatto abbandonò la poligamia per aderire a pieno alle prescrizioni cristiane in materia di sessualità) rischia inevitabilmente di non rappresentare l’enorme valore delle sue scelte, oltre che essere una grave inaccuratezza.

In una considerazione a latere, la storia di Njinga risulta oltremodo utile nella comprensione di come alcune categorie non siano altro che costrutti. Infatti, poiché donna, i portoghesi usarono il suo sesso come fattore delegittimante della sua sovranità, importando nell’orizzonte culturale del Ndongo categorie che gli erano estranee. Per Njinga risultava dunque necessario richiamare a sé i propri sudditi, e, nel farlo, si alleò alla tribù nomade-mercenaria degli imbangala (confondibili con gli Jaga del Kongo). Questi codificarono una serie di leggi (ijila), le quali regolarizzarono un rituale che avrebbe permesso il riconoscimento sociale di una donna nel rivestire il ruolo di guerriero, status tipicamente attribuito alla mascolinità. Il rituale consisteva nel sacrificio di un proprio figlio (da intendere come rinuncia alla propria fertilità femminile?), da cui, dopo averne pestato il corpo in un mortaio, si otteneva il maji a samba, un olio “sacro”. Questo, mischiato a erbe e carbone polverizzato, veniva versato sull’iniziata, indotta in uno stato di coscienza alterato dall’ausilio di musiche, tamburi e danze. A questo punto, il rituale poteva dirsi completato, e l’iniziata – ora guerriero – attraversava vera e propria transizione di genere.

Lo stesso rito fu pertanto sostenuto da Njinga allo scopo di farsi riconoscere come leader presso i suoi, permettendole di sfuggire dall’opera di delegittimazione portoghese, basata proprio sul suo essere donna. Probabilmente Hegel faceva riferimento proprio a questo episodio: Njinga, secondo l’inversione del ruolo di genere, decretò da un lato che i suoi sudditi le si riferissero al maschile e, dall’altro, che i numerosi concubini – dovendo a loro volta rispettare il nuovo status di genere – vestissero con abiti femminili e abitassero nelle stesse stanze delle guardie personali (principalmente donne). La posizione sociale di guerriero non fu dunque esclusa a corpi femminili, pur rimanendo prerogativa sociale maschile. Si tratterebbe dunque di una scissione chiarissima tra ruolo sociale e corpo sessuato, in cui l’una cosa non esclude l’altra.

Lascerò alle vostre coscienze ulteriori riflessioni sul peculiare caso di Njinga. Tuttavia, proprio mentre l’amministrazione trumpiana (nel suo delirio di ordini esecutivi) opera l’infame cancellazione storica delle identità trans dai moti di Stonewall, queste vicende ci invitano a rimanere all’erta dinanzi ai sempre più ricorrenti tentativi di manipolare il passato, rendendo evidente come la Storia possa essere il campo di gioco per eccellenza di politiche volte alla repressione e al silenzio.

Bronsa Cuerta

Fonti e bibliografia essenziale:

Antonio Cavazzi, Istorica Descrizione de’ Tre Regni Congo, Matamba, Angola, ed. Giacomo Monti, Bologna, 1687.

Antonio da Gaeta, La Maravigliosa Conversione alla Santa Fede di Cristo della Regina Singa, Napoli, ed. Francesco Maria Gioia, 1669.

Adriano Prosperi, Missionari: dalle Indie remote alle Indie interne, Bari-Roma, Laterza, 2024.

C. McCaskie, Exiled from History: Africa in Hegel’s Academic Practise, Cambridge University Press, 2018.

M. Heywood, Njinga of Angola: Africa’s Warrior Queen, Harvard University Press, 2019.

Jeremy Ball, Staging of Memory: Monuments, Commemoration, and the Demarcation of Portuguese Space in Colonial Angola, Journal of Southern African Studies, 44:1, 77-96, 2018.

John K. Thornton, L’Africa e gli africani nella formazione del mondo Atlantico (1400-1800), Bologna, Il Mulino, 2010.

[1] Evitiamo fraintendimenti: la pratica del commercio di schiavi in Africa Subsahariana era insita nell’economia africana ancor prima del contatto con gli europei. Tuttavia, è doveroso sottolineare come questo meccanismo non debba essere confuso con forme di schiavitù indiscriminata, in quanto vigevano precise indicazioni a regolarne il procedimento. Pertanto, la partecipazione del potere politico locale alla tratta degli schiavi sarebbe stata, in un primo momento, del tutto volontaria. L’insaziabile domanda di schiavi da parte europea ruppe questi equilibri, ne alterò i presupposti e si rivelò deleteria nel lungo termine, causando un crollo demografico nei paesi soggetti.

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Sulla piazza del primo marzo

Parliamoci chiaramente: l’università pubblica è un’istituzione in stato comatoso. Il DDL Bernini (DdL 1240), l’ennesima “riforma” del sistema universitario, staccherà definitivamente la spina che da una parvenza di vita ai nostri atenei. Parliamo di tagli che si aggirano intorno ai 700 MILIONI di euro, che tradotti in termini pratici significano meno posti per borse di dottorato o di ricerca e ancora meno posti di lavoro stabili nell’università a fronte della moltiplicazione di figure contrattuali estremamente precarie. In risposta a questo DDL sono nate delle Assemblee Precarie di ricercatori e studenti in vari atenei italiani, accomunati tutti dalla frustrazione nel vedere un’università che offre sempre meno sicurezze e che allo stesso tempo è sempre più asservita alle logiche di mercato e belliche. Dopo l’assemblea nazionale che si è tenuta a Bologna a inizio febbraio, è stato dichiarato uno stato di agitazione per questo marzo – questa mobilitazione non è solo un percorso contro questo modello di università e il sistema neoliberista che la sostiene, ma anche una corsa contro il tempo. Infatti, sebbene per ora l’esame del DDL da parte del Senato sia stato sospeso, non ci vorrà molto tempo prima che questa riforma diventi legge.

Ed è proprio per questo motivo che il corpo studentesco e universitario era in piazza sabato, in occasione di un momento quasi offensivamente anacronistico conosciuto ai più come “L’inaugurazione dell’anno accademico”: cerimonia in cui si assiste a tanti discorsi altisonanti, propaganda governativa e vestiti sfarzosi nella loro cerimonialità. Il paragone con “l’università reale” là fuori è ancora meno generoso quando si considera che mentre si svolgeva tale cerimonia, il corteo carnevalesco dei precari veniva fermato a più di un kilometro di distanza e represso con le manganellate. Non ci soffermiamo sulla violenza poliziesca, che sarebbe come indicare la luna e guardarsi il dito, ma concentriamoci invece sulla scelta di fermare il corteo prima dell’auditorium dove si teneva l’inaugurazione dell’anno accademico: non viene da chiedersi il senso di fermare un corteo di un centinaio di studenti e ricercatori vestiti a carnevale che aveva già un accordo con l’Università per fare parlare una delegazione all’evento? La risposta è semplice: la Guerra. Utilizziamo la G maiuscola perché non ci sia nessun fraintendimento: non stiamo parlando solo del conflitto ucraino o del genocidio in corso in Palestina, bensì di un vero e proprio clima di guerra che è alla base della direzione politica ed economica dei governi e padroni europei. In un tale contesto, il fronte interno DEVE essere pacificato e non si può dunque rischiare che una ministra sia contestata e assediata dalle stesse persone che dice di rappresentare.

A maggior ragione, la riforma Bernini in sé è una riforma di guerra: la ristrutturazione dell’università a colpi di tagli e precarizzazione rende la ricerca più ricattabile e piegata alle politiche belliche di questa congiuntura storica. Basti vedere le collaborazioni con aziende della filiera bellica e le università israeliane (i famosi progetti dual use), così come la crescente dipendenza dei nostri atenei sui finanziamenti derivanti da enti privati che poi dettano la linea sui contenuti dei corsi che dobbiamo seguire. Guai dunque a pensare che i tagli dell’università siano unicamente il seguito naturale di una crisi economica che porta il governo a togliere fondi all’università seguendo una logica utilitaristica.  Al contrario: il taglio dei fondi è il grimaldello con cui il governo unisce le esigenze finanziarie a quelle politiche. Non si deve credere a chi scrive per quanto detto finora, basta il DDL 1660 con la sua apertura all’ingresso dei servizi “segreti” in università a confermarlo, perché in un regime di guerra, chi mette in discussione il sistema universitario rappresenta una minaccia nazionale. Tornando all’assemblea precaria, non possiamo che esprimere solidarietà nei suoi confronti e invitare chiunque stia leggendo ad affacciarsi ad essa, perché le basi per costruire l’università che vogliamo vanno gettate ora, in diretto conflitto con chi desidererebbe vederla come un laboratorio permanente di politiche elitarie, escludenti e belliche.

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De omnibus dubitandum est: storia e privilegio

È un logorio che ci perseguita, che ci insegue affaticando le nostre coscienze, mormorando la nostra desolante inutilità. È mostruoso il mondo che attraversiamo. Immersi nel nostro privilegio, circondati dall’accogliente ambiente di Bologna la rossa, la comunista, la partigiana, ogni santa mostruosità sembra verificarsi all’infuori di noi. 

Certo, ci vuol consapevolezza per mettersi in gioco. Ci vuole, come dire, una certa vergogna, per accogliere la responsabilità dell’azione. Ci vuole anche un po’ di stanchezza. Ecco cosa ci vuole: bisogna essere avviliti. Del tutto avviliti. E bisogna superare quell’inetto silenzio, che costantemente ci ricorda che non abbiamo il diritto di parlare di sofferenza. Che non abbiamo il diritto di lamentarci di niente e di nulla. Che altri, mentre noi scriviamo, si nascondono dalle bombe; altri ancora sono in carcere o sono morti per la difesa del proprio popolo; altri non han dove dormire, dove rincasare, che cosa mangiare, di che cosa sperare. C’è chi, a differenza nostra, non conosce il dolce desiderio della futilità. 

Ed è qui che mettiamo in atto la nostra vergogna. È qui che intendiamo mobilitare il nostro privilegio; che lo ridimensioniamo, che lo pieghiamo al dovere dell’azione. Non c’è nulla di più importante in questo momento; non c’è nulla da fare, se non mobilitarsi, se non lottare. Ecco il primo passo: dobbiamo riconoscerci come studenti universitari e, con questo, dobbiamo riconoscere l’arco di traiettorie che si staglia dinnanzi a noi.

Stiamo assistendo alla degradazione più totale della cultura: Storia, Filosofia, Letteratura annaspano sovrastate dall’imperante logica del mercato. Inutili, nell’inutilità si degradano, scompaiono. Ad esse non è destinato nessun fondo, nessun lavoro, ma solo tanta, tanta precarietà. 

Stiamo assistendo al processo di smantellamento del sistema universitario nazionale a profitto della privatizzazione neoliberista e del sistema della guerra. Ci siamo dentro fino al collo e non possiamo renderci complici. Non possiamo più accettare la favola che narra dell’università come di un luogo intrinsecamente democratico in cui cercare il nostro valore a suon di voti, titoli e scambi all’estero. Questa menzogna drogante che ci rende deboli e sordi di fronte alle ingiustizie che si ripetono attorno a noi deve finire.

Scriviamo per rifiutare tutto questo. Scriviamo perché sappiamo che il tempo di questa fantomatica democrazia liberale sta per finire. Scriviamo perché vogliamo costruire un luogo realmente, radicalmente democratico. Un luogo da cui possa organizzarsi il desiderio di un attacco al governo, all’amministrazione universitaria, alla sua complicità con lo Stato genocida di Israele e alle istituzioni politiche che hanno foraggiato la distruzione dello Stato sociale nel nostro paese da destra a sinistra. Scriviamo perché vogliamo inseguire la chimera di una mobilitazione politica nazionale contro il governo, contro l’università del profitto e la sua borghese eccellenza. Scriviamo perché vogliamo rompere gli argini di una cultura performativa, opprimente, che svilisce il semplice gusto della critica. Vogliamo dotarci di un luogo reale in cui poterlo fare.

Scriviamo, dunque, perché si scriva. Perché in quanto studenti veniamo adesso a sfruttare il nostro privilegio, imparando a storicizzare le categorie d’analisi che ogni giorno utilizziamo per comprendere una realtà intrinsecamente politica. Lo facciamo per noi stessi e lo facciamo per chiunque altro voglia unirsi a noi. 

Partiamo da qui, dal nostro dipartimento. Studiamo la Storia, la Filosofia, scoviamo i metodi d’indagine dell’Antropologia, della Sociologia: le scienze sociali s’intrecciano e compongono per noi un mosaico di strumenti, che pare servano a comprendere la realtà. Una, una soltanto: la “realtà reale”… Di fronte ad una tale (e rassicurante) apparenza, noi abbracciamo il dubbio. Così vogliamo far politica: liberando la potenza della critica, costruendo un luogo in cui essa possa dispiegarsi in tutta la propria forza. Indagandone il carattere politico, in questa sede affermiamo che la Storia è La disciplina della politica. 

Bisogna fare attenzione, poiché le parole scelte per dimostrare la veridicità dei fatti, così come le gerarchie implicite che vengono tramandate insieme con il modo in cui la Storia è stata raccontata e viene raccontata, nascondono la postura politica dei regimi che l’hanno prodotta. Ma essa è grande. Non si può sfuggire alla Storia. Che ci piaccia o meno, agiamo in essa, per conto di essa. E noi sentiamo il suo fiato sul collo. Il desiderio di renderle onore ci perseguita. E allora? 

Allora:

Il rimpinguarsi del mostro fascista a suon di colpi di stato ed elezioni (sempre più grasso, sempre più schifoso); la corruzione della politica e dei media, genuflessi, gambe all’aria e faccia sul culo delle classi dominanti per raccontare il bel paese; più urgente, più atroce di ogni altra cosa, lo spettro della Terza guerra mondiale e il genocidio in Palestina. Dinnanzi a noi, il mondo va a rotoli. Ci mancava l’art.31 del rinomatamente infausto Decreto sicurezza (approvato alla Camera e in discussione al Senato) che obbliga chi lavora nelle università e negli enti della ricerca a punire il dissenso, segnalandolo ai Servizi segreti, rischiando di trasformare i luoghi del sapere in meri contenitori di sorveglianza. Non possiamo, perciò, non partire dall’Università. Non possiamo non partire da San Giovanni in Monte. 

L’abbiamo scritto nel nostro manifesto, lo ribadiamo nel nostro primo articolo: il sapere serve a prendere posizione, ad agire. E noi siamo affamati di sapere. Vogliamo deporre l’abito dello studente formalmente politicamente impegnato, ma reazionario, perché tace, non agisce, non si organizza. Vogliamo finalmente fare uso comune del sapere che apprendiamo: vogliamo far politica, vogliamo rendere politico un luogo sempre sembrato impenetrabile come San Giovanni in Monte. Vogliamo abbinare la pratica allo studio, il sapere all’azione, la lotta al pensiero. Ci lanciamo in questa grande sfida scolpendo nelle nostre coscienze il carattere intrinsecamente, innegabilmente politico della Storia. D’altronde, come ebbe a dire Fernand Braudel, se il presente è preda per metà di un passato ostinatamente determinato a riemergere, e il passato altro non è che la migliore chiave di lettura per comprendere questo tanto tragico quanto comico presente, quella della mobilitazione politica nella cultura e nell’università, per noi, resta l’unica via. 

Ci sentiamo parte di un grande movimento e vogliamo fare la nostra parte con le nostre pratiche di lotta.Apriamo per questo un Coordinamento studentesco qui al Disci, lo chiamiamo Area Scettica e lo rendiamo (anche) una piattaforma di scrittura. Se siete giunti fin qui, avrete inteso quali sono i nostri scopi. L’unico requisito è il desiderio della critica e l’odio nei confronti di tutti quei leccaculo che sono ancora convinti che il Capitale sia un tenero gioco delle pari opportunità. 

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