“La mancanza di un approccio critico nei confronti del cibo che mangiamo dimostra fino a che punto la forma merce sia diventata il modo principale con cui percepiamo il mondo: non andiamo oltre ciò che conosciamo, quello che Marx chiamava valore di scambio dell’oggetto reale, e non pensiamo alle relazioni che quell’oggetto incarna e che sono importanti per la produzione dello stesso”. Queste sono parole pronunciate da Angela Davis nel 2012, in occasione della ventisettesima Empowering Women of Colour Conference.
Da persona diventata prima marxista e solo poi antispecista ho sentito e sento un’urgenza che è sempre più impellente: che la sinistra radicale si interroghi, approfondisca e appropri davvero della tematica dell’antispecismo. Ho letto un testo che speravo avrebbe potuto finalmente inserire la questione nel movimento che abito e in cui lotto: ho letto Antispecismo politico. Scritti sulla liberazione animale di Marco Maurizi. È un testo che non ho apprezzato particolarmente, che mi ha fatta addirittura molto arrabbiare (nonostante riconosca come volutamente esagerati e polemici molti punti), ma che trovo comunque prezioso. Mi ero già imbattuta nelle posizioni che porta attraverso l’omonima pagina instagram, e già mi ero posta vari problemi vedendo come fosse seguita da persone che conoscevo e di cui conoscevo l’atteggiamento politico completamente indifferente verso il tema, e ciò mi ha spinta ad interrogarmi al riguardo in maniera più seria.
Ciò su cui mi concentrerò maggiormente è la parte del testo che critica le pratiche antispeciste (veganismo, liberazionismo), secondo me di cruciale importanza per riuscire a interrogarci sul perché nella politica della sinistra radicale canonicamente intesa fatichino così tanto ad attecchire certe questioni, base indispensabile affinché la direzione cambi. Di più, penso che, al di là di quanto convintamente sosteniamo o meno l’antispecismo, insieme al femminismo sia prezioso per interrogarci sul nostro modo di intendere la politica in senso ampio, ed eventualmente arricchirlo e migliorarlo per renderla più efficiente. L’autore si preoccupa della ricezione dei contenuti del testo da parte del movimento antispecista, io trovo più rilevante e preoccupante la ricezione che queste critiche hanno tra esponenti e militanti della sinistra radicale.
La tesi fondamentale è la seguente: lo sfruttamento animale è un problema che richiede un’attenzione che vada al di là di principi e pratiche basate sull’etica. Lo specismo è una struttura di dominio che va compresa nel suo manifestarsi storico-sociale e, proprio in quanto inquadrabile in maniera materialistica, si tratta a tutti gli effetti di una questione eminentemente politica. Come in ogni oppressione, i soggetti oppressi sono esclusi dalla società in cui vivono, senza essere nemmeno considerati appunto soggetti a pieno titolo. La differenza che qui complica il tutto è che gli animali non solo sono esclusi dalla società, ma sono considerati esterni alla società umana (noi persone antispeciste ci riferiamo infatti spesso a loro come animali-non umani, a sottolineare quale sia il discrimine con cui il dominio si giustifica).
Tuttavia, nel testo è portata una distinzione tra quello che si definisce radicalismo, la posizione sopra-riportata, ed estremismo, laddove con quest’ultimo termine si intendono pratiche quali il veganismo, il liberazionismo e l’abolizionismo.
Credo innanzitutto che questo separazionismo abbia come risultato il fatto che il discorso politico viene aggirato e non affrontato sul serio, come avviene ad esempio quando il centro-sinistra si rapporta a un movimento di massa che scende nelle piazze additandone una parte come cattiva e una come buona, al fine di dividerlo internamente e difendersi dalle destre nell’arena del dibattito politico, facendo così il loro gioco. Si perde tempo facendo guerre discutendo sui metodi, e poco si discute sul punto politico.
Beninteso, ciò non significa che tutto debba andare bene ed essere accettato in nome di un’astratta unità, né tantomeno che le pratiche con cui si fa politica non vadano discusse, bensì ritengo che per approfondire davvero questa critica sia necessario avere una solida struttura organizzata, e il movimento antispecista non possiede le caratteristiche per cui questa discussione sia ora possibile. È questa la ragione per cui ritengo dovrebbe essere il movimento organizzato il primo a farsi carico della politicizzazione del tema (ovviamente senza appropriarsene e sovrastarlo) ma, prima di farlo per le persone già sensibilizzate, dovrebbe partire da sé stesso e dalla propria autocritica interna.
Eppure, troppo spesso si cade nel circolo vizioso che parte dalla consapevolezza del piano strutturale dell’oppressione per giungere a svalutare, finanche ad annullare, quello individuale come qualcosa di assolutamente irrilevante. L’equivoco però non sta qui; è pur vero che tanti singoli che individualmente smettono di mangiare carne e derivati non apriranno mai ad una rivoluzione antispecista su larga scala che conduca ad una liberazione totale, tantomeno senza il supporto di analisi e strategia politica a guidare l’azione. Il problema è che limitarsi a constatare ciò puzza un po’ di pigrizia e privilegio da parte di persone che faticano a comprendere che consumare un prodotto animale significa consumare in prima persona il prodotto immediato di un’oppressione. E ciò implica non considerare gli animali non umani come soggetti, non pensare alla vita di un animale come a quella di un essere umano, ovvero abbracciare una logica apertamente specista. Nel testo pare alle volte intendersi che si possa dirsi antispecisti pur consumando corpi di altre specie, come se non si trattasse in prima istanza di una negazione totale del principio di autodeterminazione dei corpi, come se nei corpi animali non si perpetrasse uno sfruttamento che li aliena fino ad ucciderli.
Vengono condannate le pratiche dei gruppi animalisti, senza però comprendere che (come le pratiche nate dai movimenti femministi) si tratta di moti che sfidano la politica per come ci si è abituati a concepirla. Se esistono movimenti che si discostano da essa, che provano a declinarla in modo differente, si tratta di una sfida che apre un enorme campo di tensione. Da questa sfida aperta, ci si dovrebbe interrogare su questo approccio differente, chiedendosi se non sia stata spesso quella stessa politica ad aver tradito soggetti con i quali avrebbe dovuto allearsi, a non essere stata in grado di farsi carico di quelle lotte anche quando avrebbe potuto e dovuto. I movimenti organizzati tendono spesso, invece, ad ignorare queste istanze, o peggio a schernirle.
Inoltre aggiungerei che nessun movimento nasce con una prassi già definita; questa è qualcosa che si sperimenta e sperimenta continuamente: l’analisi teorica è successiva al manifestarsi di un sentimento del dominio, che non si configura da subito come coscienza ma ne è condizione necessaria. Il luddismo è venuto prima che Marx elaborasse la propria analisi, i singoli di fronte a un’oppressione compiono già atti di resistenza e disobbedienza, pur senza orizzonte politico di ampio respiro.
Se è vero, e lo è, che le pratiche individuali non vanno a minare le radici dell’oppressione, e se è vero che la radice dell’oppressione è il modello socioeconomico capitalistico (cosa in cui io, in quanto militante di sinistra radicale, credo), va da sé che la lotta per la liberazione animale dovrebbe legarsi a lotte che già stanno portando avanti questa battaglia, alleandovisi. Ed è qui che i movimenti di sinistra radicale dovrebbero entrare in gioco.
Forse un’idea potrebbe essere ricevere le istanze provenienti dall’antispecismo, integrarle a quelle già esistenti per farle incontrare anziché limitarsi a criticarle e sminuirle; superare la dialettica che vede da un lato il solo piano strutturale e dall’altro il solo piano individuale, prendere in considerazione l’ipotesi di una terza via. Questa è la sfida che il marxismo e le sinistre radicali si trovano ad affrontare, anche se forse inconsapevolmente: portare avanti la lotta di classe contro il capitale, senza per questo sminuire lotte che hanno altri soggetti al centro ma la cui oppressione ha la stessa fonte, costruendo alleanze che non siano solo strumentali. L’ultima volta che questa sfida si è presentata, in primo luogo nel nostro Paese, non è andata benissimo: negli anni ‘70 femministe stanche di vedere il proprio sfruttamento sminuito, quando non direttamente riprodotto, dagli uomini nei movimenti di sinistra, hanno reagito discostandovisi. Vediamo se ora si riuscirà ad essere più lungimiranti.
Tornando al testo, qui si percorre una strutturata e articolata critica a veganesimo, abolizionismo e liberazionismo, come se fossero più nemiche le persone vegane rispetto a quelle che nei movimenti portano avanti posizioni reazionarie verso il tema. la trattazione finisce così per rischiare di essere potenziale strumento di giustifica su come a sinistra la questione venga fondamentalmente ignorata, mettendo le mani avanti su come continuerà ad esserlo. Quando la critica al veganesimo si amplia, lo si arriva a definire una forma di fanatismo, e le critiche che vi si accompagnano hanno lo stile di argomentazioni del tipo “è inutile che critichi il capitalismo perché tanto ci vivi dentro”[1]. La prima e ovvia risposta è: abbiamo alternative? Ma qualsiasi persona conosca l’ambiente e le logiche della sinistra radicale già si rende conto di come la critica sia volutamente mal posta, a meno di una enorme disonestà intellettuale. A prescindere, credo comunque che vivere in un sistema strutturalmente specista non implichi che, solo perché non saremo noi soli a cambiare il sistema, da antispecisti sia una scelta adeguata continuare a consumare prodotti derivati da corpi martoriati da questa oppressione. Vivere in un sistema strutturalmente diseguale implica che, da anticapitalisti, debba essere accettato sfruttare lavorativamente qualcuno? E dire che, di nuovo, le femministe lo hanno ampiamente mostrato come il personale sia politico. La sinistra radicale continua a non recepire? E allora probabilmente perderà alleati e consensi, ma soprattutto credibilità.
Se il veganesimo in sé è insufficiente, va allora scartato? E la trasformazione da dove dovrebbe partire? Se il veganesimo è qualcosa di impossibile a 360 gradi perché la nostra società utilizza i corpi animali per la produzione di qualunque cosa ben oltre il cibo, come il testo evidenzia, ciò giustifica la pigrizia del non volerci nemmeno provare? Che idea di politica abbiamo se vogliamo trasformare radicalmente la realtà tutta ma non siamo disposti nemmeno a trasformare una minuscola parte delle nostre stesse vite?
A questo proposito il testo propugna la distinzione weberiana tra etica dell’intenzione ed etica della responsabilità, in cui nel primo caso le azioni di una persona sono mosse da principi di giustizia che rischiano però di cadere nell’astrazione, e nel secondo l’azione è mossa più da un calcolo degli esiti prevedibili, dando attenzione al singolo contesto ed ammettendo eccezioni. Ritengo fuorviante questa separazione netta e inconciliabile. Il punto di partenza è spogliare il concetto di etica dell’intenzione dall’immediata identificazione con un fanatismo morale che vuole giungere ad un’astratta santità: le persone vegane non necessariamente scelgono di essere vegane per sentirsi personalmente non complici ed ergersi al di sopra di chi non lo è per sentirsi migliori. Possono anche sceglierlo perché, pur lavorando e ragionando su un orizzonte ampio e strategico, scelgono di partire da sé stesse, scomodandosi e volendo vivere già oggi l’orizzonte di un possibile che su larga scala appare irrealizzabile. E non necessariamente ciò coincide con il rifugiarsi in un universo parallelo e idilliaco anarco-primitivo: si tratta di una sperimentazione di spazi diversi e alternativi che non necessariamente si chiudono al mondo e alla trasformazione dell’esistente ma che fungono, anzi, da palestra costante per prepararsi al mondo che verrà.
Perché scegliere tra intenzione e responsabilità? Non sarebbe più politicamente solido un progetto che poggi su entrambe? Un’etica della responsabilità che rimanda al futuro e vede solo il piano strategico senza considerare quello tattico rischia di condurre alla creazione di qualcosa che, una volta realizzato, si blocca in una situazione ferma e stagnante. Se non ci si allena a vivere la politica nel profondo, nel cuore pulsante delle nostre vite, si potranno forse raggiungere obiettivi che appariranno stabili ma difficilmente dureranno. E se anche fortuitamente un obiettivo raggiunto dovesse conservarsi, sarebbe comunque debole ed esposta ad attacchi esterni. È facile fare una politica basata sull’opposizione a un nemico, ma quando il nemico sarà sconfitto e il margine di agibilità politica si amplierà, saremo davvero pronti a edificare il nuovo, il giusto, se prima non lo abbiamo costruito nelle nostre vite e nelle nostre relazioni giorno per giorno?
Se le priorità, intese come piano di prassi attiva del momento, sono altre perché abbiamo già un fronte di lotta aperto che sta avanzando, perdere di vista ciò che non si ritiene ancora maturo per essere affrontato in un orizzonte ampio è prima di tutto rischioso. Si è visto storicamente come le spaccature siano sempre dietro l’angolo, e le spaccature portano a debolezza e meno forze in campo. Secondariamente, ciò implica abbracciare una concezione della politica che finisce per essere astratta, che non parte dal basso e che non si fa anche in prima persona.
Se accettiamo di abbandonare il determinismo che scade in un becero idealismo secondo cui le oppressioni si risolvono lavorando su un livello solamente strutturale, evitiamo anche di relegare il veganesimo ad una velleità borghese come si consideravano in un certo marxismo le questioni di genere qualche tempo fa (e alle volte ancora oggi).
Pratiche come il liberazionismo animale vengono spesso tacciate, nel testo come nei movimenti, come atteggiamenti anarchici incapaci di trasformare il reale; ho già detto che questa concezione non considera la vita di un soggetto animale come una vita che ha valore in sé, quindi vorrei solo ricordare come Angela Davis (quindi non proprio un’anarchica) parlando della storia della lotta alla schiavitù negli Stati Uniti abbia più volte riconosciuto coraggio e spinta trasformativa anche in gesti di singoli, volti “solo” a liberare gruppi di 2-3 persone tenute in schiavitù, o come abbia valorizzato il lavoro di singole donne che hanno aperto anche una sola scuola per bambini neri nell’illegalità. Nel testo al proposito si critica una confusione tra tattica e strategia (che sicuramente c’è davvero nel movimento antispecista) ma lo si fa svalutando la tattica e pensando all’obiettivo strategico come a qualcosa che si raggiunge per magia, o nel migliore dei casi si rimanda.
Perché è così difficile lavorare sui due piani? Io sono d’accordo con il rischio di un perpetuarsi identitario, quello con cui non sono d’accordo è non riconoscere l’identitarismo come una reazione da parte di chi sente quelle questioni a una sinistra radicale che le ignora. E come le si ignora? Esattamente svalutando la prassi dei singoli, sacrificando la sensibilità individuale sull’altare del piano strutturale.
Se il liberalismo prima e il neoliberalismo poi hanno atomizzato, diviso, desensibilizzato e buttato via valori e morale, fare politica appoggiandovisi ponendo al centro le sensibilità dei singoli è certamente ingenuo. Al tempo stesso, è necessario prendere consapevolezza di come una rivoluzione politica senza una rivoluzione culturale e umanista sarebbe precaria, instabile e quindi facilmente smantellabile da un nemico esterno. Le guerre si sa, a parità di mezzi, si vincono quando la causa è davvero sentita.
La forma organizzata è preziosa e non va mai abbandonata, ma il binomio sacro tra teoria e prassi va potenziato dal personale che si fa politico, perché la teoria si forma necessariamente e ontologicamente attraverso la prassi, così come la concettualizzazione attraverso l’esperienza. È detto nel testo[2] che la scelta di diventare vegan sia qualcosa che passa attraverso un canale emotivo più che attraverso un canale razionale: l’asse centrale è questa. Si abbandona il vero materialismo in nome di una separazione tra materialità ed emotività/spiritualità che è astratta, in nome di una sconnessione totale e settaria tra sentire e fare.
Volersi riappropriare del legame che unisce la pratica quotidiana e l’obiettivo a lungo termine, il sentire e l’agire significa riappropriarsi in maniera autentica del binomio teoria-prassi. La durezza, la determinazione, la tenacia nella lotta devono esserci, ma senza dimenticare quel binomio tanto caro alla sinistra radicale tra amore e rabbia.
La questione è una: anche tra di noi, siamo pronti ad una liberazione reale e totale? I nostri movimenti sono davvero allenati a pensarsi già in un orizzonte liberato? Siamo pronti a scomodarci, cambiare e bloccare le nostre vite per davvero? Siamo pronti a sacrificare parti del nostro io per un vero noi?
Finché ci saranno oppressioni basate su discrimini arbitrari, nessuno sarà mai davvero salvo dal giogo dello sfruttamento. È solo la prospettiva di una liberazione totale che può assicurarci che sempre nuove oppressioni nascoste dietro l’angolo non possano venire giustificate e accettate.
[1] A pagina 38 del testo è detto: Nasce così una “filosofia vegan” che è tutt’altra cosa dall’antispecismo benché tenda purtroppo a confondersi con quest’ultimo: tale “filosofia” coincide con lo sforzo di “diventare vegan”… in effetti “essere vegan” è impossibile, dato che il principio che impone di rifiutare le conseguenze violente delle nostre azioni sugli animali non umani sarà sempre possibile immaginare un comportamento più coerente e così all’infinito (ma c’è anche chi salta giocondo i passaggi e passa direttamente al fruttarianesimo radicale e all’estinzionismo: “l’unico vegano coerente è il vegano morto”). Mi risulta più simile all’estinzionismo prendersi gioco di chi prova ad immaginare un mondo più giusto, che impegnarsi anche solo nel piccolo per provare a farlo.
[2] M. Maurizi, Antispecismo politico, Aprilia: Ortica Editrice, 2022, p. 52