Erbe, animali e cieli nella gabbia. Lettere dal carcere di Rosa Luxemburg tra 1915 e 1918 [di Stańczyk]

Un ardente desiderio di primavera. Erbe, animali e cieli nelle lettere dal carcere è una raccolta di lettere dal carcere scritte da Rosa Luxemburg tra il 1915 e il 1918, curata da Danilo Baratti e Patrizia Candolfi e pubblicata da Edizioni Casagrande nel 2025.

Rosa Luxemburg (1871-1919) è stata in carcere per le sue idee politiche per circa quattro anni della sua vita. I periodi di detenzione iniziarono quando aveva trentatré anni, nel 1904, e la accompagnarono a intermittenza fino a poco prima della sua morte, sopraggiunta nel gennaio 1919, quando fu assassinata dai Freikorps al servizio del governo socialdemocratico di Ebert. Nove carceri diverse, certune più umide e anguste, altre più spaziose e luminose, sono state alcuni dei luoghi delle riflessioni politiche della rivoluzionaria. Ma Rosa Luxemburg possedeva un lato che all’epoca passava inosservato, un lato privato, discosto dalla personalità incendiaria che caratterizzava i suoi discorsi pubblici. Amava piante, animali e condividere ore all’aperto con altri compagni e amici.

La primavera scorsa avevo ancora un compagno in queste passeggiate: Karl L[iebknecht]. Forse sa come ha vissuto per molti anni: solo parlamento, sedute, commissioni, colloqui, sempre di corsa, sempre in movimento, saltando dal treno urbano al tram e dal tram all’auto, con tutte le tasche strapiene di taccuini di appunti, con le braccia cariche di giornali appena comprati, che non poteva avere il tempo di leggere, corpo e anima coperti di polvere di strada, eppure sempre con quel sorriso amabile e fresco sul viso. La scorsa primavera lo avevo costretto a prendersi una piccola pausa, a ricordarsi che c’era un mondo oltre al Reichstag e alla Camera dei rappresentanti di Prussia, e aveva bighellonato più volte con Sonja [Liebknecht] e me nei campi e nei giardini botanici. Felice come un bambino davanti a una betulla con i giovani amenti![1]

Sicuramente la nostra generazione ha in qualche modo perso questa capacità di contemplare i fiori, i prati, i boschi e ascoltare il cinguettio degli uccelli e il gracidio delle rane. Quante volte passare una giornata nella “natura”, è stato valutato come un evento d’eccezione? Del passo soprastante, colpisce la nostra maggiore affinità con Karl Liebknech, sempre impegnato a rincorrere la politica dei maschi dentro il Reichtag, piuttosto che con Rosa Luxemburg, teorica, insegnante e felice perdigiorno dei parchi botanici. Purtroppo, la terra, le bestie e i fiori, non suscitano più molto interesse, e quando lo suscitano è un sentimento da esteti. È sincero quando si tratta di qualcosa di domesticato, contenibile, che miagola e abbaia, o di qualcosa che è ordinato, tagliato e tracciato secondo le piccole astuzie dello Schablone. Il desiderio di sdraiarsi biotti a contatto diretto con l’erba è cinematografico e si sente la necessità di proteggersi dalla crudeltà dei suoi fili con delle coperte per evitare di irritarsi la pelle e sporcarsi i vestiti. Il prato è diventato un letto di fachiro. Ai Giardini Margherita, che non è che una pozza di prato siringato, non si interagisce con gli alberi, non si conoscono i nomi delle piante, né si ha qualche conoscenza del Popolo dell’erba.[2] La questione però è più complessa, e non riguarda solamente l’incapacità di chiamare le cose con il proprio nome. Personalmente, non credo sia fondamentale sottomettersi al regime della nomenclatura scientifica per rivolgere uno sguardo verso le piante. Io mi riferisco ad un altro tipo di mancanza, una mancanza che è circoscritta al rapporto di interazione degli individui con la flora e la fauna, un’interazione più riservata, che ora esiste solamente in una sua versione diminuita. Il problema si potrebbe risolvere con la semplice considerazione che abbiamo ereditato un mondo che non prevede che tale esperienza sia necessaria, un mondo impacchettato senza nastri né istruzioni per l’uso, uno spazio con delle regole che non riusciamo a cambiare in virtù della loro arcaicità. È però proprio nella loro spaventosa vecchiezza che individuiamo incoscientemente l’autorevolezza che le rende longeve e valide ancora, anche se hanno poche decine di anni. Si direbbe che ci vada bene così e che non abbiamo voglia di cambiare, o che non possiamo farlo per l’eccessiva compartimentalizzazione con cui sono pensate le vite. Tuttavia, c’è qualcosa di profondamente inquietante in questo: si tratta della consapevolezza di essere esclusi da un laboratorio esperienziale generatore pace e di comprensione della realtà, neghiamo a noi stessi una forma di medicina gratuita, la ricetta di una torta dolce ma senza zucchero. Pensare che un’orda di Mus bibliothecarius non sappia distinguere un ratto da un topo o che non abbia la certezza di quanto sia morbida una bruga ad aprile mi lascia disfatto. Però questo non vuole essere un banale invito a uscire dalla biblioteca del dipartimento per riappropriarsi di qualcosa che non è più nostro, no, questo è un consiglio che mi guarderei bene dal dare, soprattutto agli antropologi e alle antropologhe. In questo senso, effettivamente, la mia riflessione manca di prospettiva. Diciamo che è piuttosto un capriccio ricorrente che sopraggiunge quando a gennaio, da questa città disumana guardo verso le Alpi, sperando di scorgerne i profili argentati senza vederli mai. Per fortuna ho genuinamente trovato consolazione nel leggere le lettere di qualcuno che ha saputo mettere in parole questo amore personalissimo per flora e fauna. È Rosa Luxemburg.

Queste parole d’amore le ho trovate in alcune lettere scritte tra 1915 e 1918, anni che passò per la maggior parte in carcere a causa della protesta antimilitarista e contro i crediti di guerra. Le lettere sono raccolte in un libretto lilla, curato da Danilo Baratti e Patrizia Candolfi, intitolato Un ardente desiderio di primavera. Erbe animali e cieli nelle lettere dal carcere (2025) che, come si evince dal sottotitolo, si concentra su un aspetto della vita della rivoluzionaria che esula dall’impegno politico. Queste lettere mettono in risalto la dimensione privata di Luxemburg, sottolineando il modo in cui si interfacciava alle compagne imprigionate, agli amici e alle amiche che erano liberi, rivelando i modi originali di parlare di ingiustizie, del dolore e della gioia di umani e animali dimostrando una sensibilità profonda alla base della sua lettura della realtà. Il libro non mostra in maniera riduttiva chi è l’autrice, al contrario, aggiunge dei dettagli alla costellazione luxemburghiana permettendo di far emergere, tra le identità che coabitano in lei, quella più discosta che ci è dato conoscere. Le lettere rivelano la rete di cui faceva parte, mostrano il contesto in cui operavano i rivoluzionari e le rivoluzionarie degli anni Dieci, raccontando quali fossero le persone di cui si fidava, nonché la sua capacità di usare stili di scrittura agitati che seguivano tuttavia il ritmo dell’altra e dell’altro.

Il testo è avviato da una introduzione che circoscrive il contesto politico e biografico all’interno del quale sono state scritte le lettere. Al centro c’è lo sguardo di Luxemburg rivolto verso l’esterno, obliquo alle sbarre, dal quale emergono i ricordi delle passeggiate tra i prati del Südende o nelle vegetazioni del parco botanico di Berlino e che si mischiano all’esperienza della flora e della fauna carceraria. Dai testi emerge l’empatia e la sensibilità nei confronti degli alberi, dei fiori e delle bestie. Sono questi tratti caratterizzanti che hanno fatto parlare di lei come della prima ecofemminista, o come un antispecista ante litteram. Sono tutte qualità che sembrano opporsi all’intransigenza e alla severità della Luxemburg teorica politica e militante «senza partito»[3], in contrasto sia col bolscevismo che con la socialdemocrazia tedesca, capace di litigare spesso e di rompere rapporti politici importanti, ma io non sono d’accordo, non c’è un vero contrasto. La trappola in cui facilmente si cade è leggere figure quali Luxemburg come icone dell’assoluto, quando, al contrario, come gli altri esseri umani la sua personalità è caratterizzata da un intreccio di contraddizioni, da pozzanghere d’ambiguità che bisogna abituarsi ad attraversare. C’è un passaggio denso d’ironia, in una lettera a Sophie Liebknecht del maggio 1917, che restituisce questa dimensione di complessità del personaggio che mi ha colpito:

Naturalmente devo essere malata se tutto adesso mi sconvolge così profondamente. Oppure, sa? A volte ho la sensazione di non essere affatto un vero essere umano, ma un uccello o qualche altro animale in forma umana non riuscita; nel mio intimo mi sento molto più a casa in un angolo di giardino come questo[4] o in un campo in mezzo all’erba e ai bombi che non a un congresso di partito. A lei posso dirlo tranquillamente: non andrà subito a sospettare un tradimento al socialismo. Lei sa che spero di morire ancora sulla breccia: in una battaglia di strada o in prigione. Ma il mio io più profondo appartiene alle cinciallegre e ai “compagni”. E non perché io, come molti politici interiormente falliti, trovi nella natura un rifugio, un luogo di riposo. Al contrario, anche nella natura trovo a ogni passo tanta crudeltà che ne soffro molto.[5]

Anche la natura è faticosa e spietata, sia da guardare che da ascoltare. Werner Herzog in un’intervista sostiene che nella foresta si osserva l’oscenità del mondo, la sua infamia e la sua viltà, ed è il punto in cui osservare la miseria, la stessa che circonda gli esseri umani.[6] Cosa c’è di bello in un agnello sgozzato da un lupo o nel cadavere assolato e putrescente di una capra fulminata durante un temporale? Lei prova a combatterla, cerca di salvare uno scarabeo stercorario mangiato vivo dalle formiche, prova a fermare una violenza che era già scritta, e si consumerà suo malgrado. Questa “natura” assume quindi per Luxemburg un duplice ruolo. Da un lato, non si può negare, vi si rifugia e vi osserva la bellezza delle cose, dall’altro, specularmente, le serve come via d’accesso alle crudeltà del mondo che, indipendentemente dal suo volere, si consumeranno incessantemente fornendole, forse, la porta d’entrata del mondo che sta fuori.

Le lettere sono piene di immagini forti di questa malvagità, non solo delle malvagità presenti nel regno animale non umano, ma anche di quella che si esprime con l’oppressione operata dall’uomo nei confronti degli animali. In una delle ultime lettere Luxemburg descrive una scena osservata nel cortile del carcere di Breslava nell’inverno del 1917. L’immagine, riprodotta fedelmente anche da Margarethe von Trotta nel film Rosa L., vede due bufali rumeni presi a frustate fino a sanguinare.

Nel cortile dove passeggio arrivano spesso carri dell’esercito, stracarichi di sacchi o di vecchie casacche e camicie militari, spesso macchiate di sangue…, e vengono scaricate qui, distribuite nelle celle, rattoppate, poi caricate di nuovo e riconsegnate all’esercito. L’altro giorno è arrivato uno di questi carri tirato da bufali invece che da cavalli. Per la prima volta ho visto questi animali da vicino. Sono più grossi e robusti dei nostri buoi, con teste appiattite e piatte corna ricurve, un cranio dunque più simile a quello delle nostre pecore, completamente neri e con grandi, dolci occhi neri. Vengono dalla Romania, sono trofei di guerra… […] Sono stati bastonati orrendamente finché hanno imparato che hanno perso la guerra […] abituati ai ricchi pascoli della Romania ricevono ora un foraggio misero e scarso. Vengono sfruttati senza pietà per trainare tutti i carichi possibili e si logorano presto. – Dunque, qualche giorno fa, è arrivato un carro pieno di sacchi, accatastati così alti che i bufali non potevano varcare la soglia della porta carraia. Il soldato che li accompagnava, un tipo brutale, ha iniziato a picchiare gli animali con il manico della frusta, tanto che la guardiana l’ha apostrofato chiedendogli indignata se proprio non avesse un po’ di compassione per gli animali. «Anche di noi uomini nessuno ha compassione», ha risposto con un sorriso cattivo, colpendoli ancora più forte… Gli animali hanno dato infine uno strattone e hanno superato l’ostacolo, ma uno sanguinava… Sonitschka, la pelle del bufalo è proverbiale per spessore e resistenza, ed era lacerata. Durante l’operazione di scarico gli animali, esausti, se ne stavano muti, e uno, quello che sanguinava, guardava davanti a sé con un’espressione, nel volto nero e negli occhi neri e dolci, come di un bambino che ha pianto a lungo. Era esattamente l’espressione di un bambino che è stato punito duramente e non sa per cosa né perché, non sa come sfuggire al supplizio e alla violenza bruta… Mi sono messa davanti a lui e l’animale mi ha guardata, mi sono scese le lacrime – erano le sue lacrime; non si può fremere più dolorosamente per il fratello più amato di quanto non fremessi io, impotente, davanti a quella sofferenza muta.[7]

Indipendentemente da come viene interpretato questo passo, in cui si può leggere una metafora dell’oppressione della classe operaia da parte dei padroni, o degli schiavi da parte degli schiavisti, è importante sottolineare la capacità di Luxemburg di percepire il dolore degli altri e la crudeltà delle leggi che governano il mondo, la spirale del capitale che si espande nella sua libertà costrittiva e che riguarda sia i rapporti tra umani che i rapporti tra umani e non umani. Questa crudeltà genera profonda infelicità, che la accompagna a singhiozzi durante la prigionia. Ai suoi interlocutori difficilmente parlava delle condizioni del carcere, o della tristezza che provava rinchiusa dietro le sbarre, di fatto le lettere sono spesso felici, o tragicomiche. C’è un’eccezione però, su cui mi va di calcare, ovvero la corrispondenza intrattenuta con Hans Diefenbach, un medico e compagno, con il quale lascia uscire il profondo sconforto. Alla dolcezza della compagnia dei fiori e degli uccelli, si opponeva una forte sofferenza, in particolare durante i rigidi inverni. Ad Hans racconta del senso di depressione, solitudine ed impotenza che la schiacciava per lunghe ore nel suo letto di prigioniera. Scrive: «[…] nel mezzo del mio equilibrio faticosamente costruito, ieri, prima di addormentarmi, sono stata di nuovo assalita da una disperazione molto più nera della notte. […] Nel frattempo combatto i diavoli dentro di me come Lutero, con il calamaio».[8] O ancora, sempre a Diefenbach: «Hänschen, sta dormendo? Eccomi qui con un lungo stelo di paglia per farle il solletico all’orecchio. Ho bisogno di compagnia, sono triste, voglio confidarmi. In questi giorni sono stata cattiva, e quindi infelice e quindi malata»[9]. Eppure, anche nell’angoscia, e nell’agonizzante oscurità della fortezza, Luxemburg scopre una forza interiore, una sua insita capacità di provare gioia, generata in un luogo segreto, di cui nemmeno lei conosce la localizzazione. Scrive a Sophie Liebknecht nel dicembre del 1917:

Io giaccio lì, sola, in silenzio, avvolta nei molteplici panni neri dell’oscurità della noia, della privazione di libertà, dell’inverno – eppure il mio cuore palpita di un’incomprensibile, sconosciuta gioia interiore, come se camminassi su un prato fiorito nella luce radiosa del sole E sorrido nel buio alla vita, come se conoscessi qualche segreto magico che sbugiarda tutto il male e la tristezza e li trasforma in puro splendore e felicità.[10]

E questa felicità emerge sempre nel rapporto con le piante e con gli animali e nelle ore passate seduta al suo scrivano a lavorare agli erbari, prodotti con fiori e piante da lei coltivate o, come nella maggior parte dei casi, donategli da chi la visitava. In quasi tutte le lettere, infatti, dedica dello spazio ad alcune richieste, che non riguardano solamente libri o vestiti, ma anche semi per poter coltivare le piante oppure foglie e fiori di specifiche specie da far essiccare per poi arricchire i suoi lavori.[11] Credo che nel suo stretto rapporto con la natura, al contempo spontaneo e scientifico, si intraveda una necessità di tenere il mondo umano a una certa distanza, concentrandosi sul suo piccolo giardino privato, che rappresentava un contraltare alle bestialità degli uomini e a quella dimensione di natura più grande e incomprensibile. Quel piccolo fazzoletto di prato che le era permesso lavorare a Wronke era la sua casa sull’albero, un eterotopia in cui sedersi con calma, distante dai grovigli delle foreste, e dai macabri fossi e delle Fiandre, un artificiale luogo dove la cattiveria non poteva entrare e in cui aveva il completo controllo.

Nella parte finale del libro sono allegate sedici tavole scelte dai suoi erbari che rappresentano le piante citate nelle lettere tradotte dai curatori. Da questi fogli d’erbario si può estrapolare il metodo utilizzato dall’autrice per la conservazione e la catalogazione. Queste piante sono rappresentative della vegetazione della fascia climatica della regione polacco-germanica in cui Luxemburg aveva passato quegli anni. Il botanico Nicola Schoenenberger, nella parte conclusiva del libro, con un breve saggio che introduce una riflessione sugli erbari come fonte per la storia del clima, fa delle considerazioni sui luoghi in cui viveva Rosa Luxemburg e in cui crescevano le sue piante.

Shoenenberger ci racconta che questi erbari furono creati con rigore seguendo la metodologia scientifica del sistema di classificazione delle piante del botanico tedesco August Wilhelm Eichler (1839-1887) illustrato in un trattato del 1880. All’autrice bisogna anche attribuire un certo grado di precisione nell’identificazione delle specie poiché raramente si sbaglia, mentre le famiglie identificate risultano sempre azzeccate, come lo sono le note sulle piante che compongono il documento. Ragionando sul valore di questi oggetti, la prima annotazione di Schoenenberger è la seguente: «un campione d’erbario con data e luogo è […] la prova fisica immediata della presenza di una specie in un posto e un momento precisi» e questo ha già di per sé un valore scientifico.[12] Un esempio riguarda il fatto che molte delle specie collezionate da Luxemburg e che allora rappresentavano delle piante e dei fiori molto comuni, nei seguenti cent’anni sono diventate specie rare o minacciate. L’erbario, quindi, è in primis una fonte che ci permette di comprendere la storia del clima e della diffusione e dei cambiamenti di habitat di molte piante e il lavoro di Luxemburg, avendo anche una certa autorevolezza, aiuta chi lo consulta a muoversi nella storia della flora regionale della Germania e della Polonia di inizio Novecento. Un esempio concreto è la saxifraga granulata colta da Gertrud Zlottko nel quartiere di Südende di Berlino e portata a Luxemburg nel centro di detenzione. Si tratta di un fiorellino allora molto comune e che oggi è specie protetta poiché in pericolo d’estinzione. Schoenenberger prosegue dicendo che servendosi del suo erbario si possono anche comprendere alcuni cambiamenti del clima attraverso la data di fioritura della pulsatilla a Weimar, che oggi sarebbe già in frutto a inizio aprile, mentre nell’erbario di Luxemburg venne colta il 9 aprile del 1915 in piena fioritura. L’ultimo esempio preso in esame da Schoenenberger è la presenza tra le pagine dell’erbario del luppolo del Giappone, di cui Luxemburg registra molto verosimilmente una delle prime testimonianze in Polonia.  Questo luppolo fu introdotto a Parigi a fine Ottocento e a partire dagli anni Dieci divenne molto comunemente coltivato su graticci e pergolati. Partendo da queste considerazioni, quello che il botanico si propone di fare è utilizzare gli erbari come una fonte su cui sono registrate le informazioni degli ecosistemi delle prigioni in cui l’autrice era rinchiusa, comprenderne le umidità e le esposizioni al sole, il ritmo dei venti e l’altitudine. Le piante che compongono gli erbari, infatti, quando non donate dai visitatori, appartenevano ai cortili delle prigioni, o ai prati direttamente limitrofi alle fortezze. In una certa misura, ricostruendo la geografia della flora attraverso queste fonti, è possibile ricostruire il mondo naturale che vide lei dalla sua cella.

Lenin, in uno scritto del 1922, rievoca la figura di Rosa Luxemburg sostenendo che «il suo ricordo sarà sempre prezioso per i comunisti del mondo intero» e nonostante le forti divergenze politiche che caratterizzavano il loro rapporto, egli la celebra scrivendo che «anche la sua biografia e le sue opere complete […] costituiranno una lezione utilissima per l’educazione di numerose generazioni di comunisti del mondo intero».[13] Nello stesso scritto Lenin, elencando gli errori di Luxemburg, si rifà alle parole di una fiaba russa dicendo che le aquile sono animali capaci di volare più in basso delle galline, ma che le galline mai riusciranno a raggiungere l’altitudine alla quale volteggiano le aquile. Con questa similitudine Lenin – lanciando un monito ai i critici del suo tempo, sia bolscevichi che socialdemocratici – veste Luxemburg con la livrea e la forza dell’aquila. Lei è un’aquila del marxismo, e un animale di tale maestosità non va disturbato, bisogna solo osservarlo formare silenziosi cerchi sulle tele del cielo. Lei però non avrebbe risposto con uno strido, non avrebbe gridato come un rapace. Basandoci su queste lettere, Luxemburg avrebbe risposto con uno allegro zvi-zvi[14], svolazzando nel cortile di un carcere, a bassa quota, cercando le «lacrime umane», quelle della sofferenza e della forza, della dolcezza e dell’intransigenza, lacrime severe e morbide che le ricordavano il tepore dell’amore tra compagni. Leggere le sue lettere è crucciante, è una passeggiata nella psiche di una persona alla quale non si è chiesto il permesso di entrare e nemmeno si è bussato al portone. Se si entra lo stesso, bisogna evitare di farlo in guisa di ladri e di spie, portando nella lettura il sentimento dell’illecito e la responsabilità del violento. Bisogna invece farlo disegnando tra le righe traiettorie di cinciallegra.


[1] Rosa Luxemburg ad Hans Diefenbach, 30 marzo 1917, in R., Luxemburg, D., Baratti e P., Candolfi (a cura di), Un ardente desiderio di primavera. Erbe animali e cieli nelle lettere dal carcere, Bellinzona: Edizioni Casagrande, 2025, p. 88.

[2] C., Nuridsany, M., Pérennou, Microcosmos. Il popolo dell’erba (1996).

[3] H., Arendt, Elogio di Rosa Luxemburg, rivoluzionaria senza partito, in “MicroMega”, 3, 1989, p. 43-60.

[4] Tra l’estate del 1916 e quella del 1917, Rosa Luxemburg è rinchiusa nel carcere di Wronke, vicino a Poznan, nell’attuale Polonia. Qui Luxemburg passa un anno in stato di “detenzione di sicurezza” in quanto si voleva contrastare la sua pericolosità sociale di sobillatrice politica e antimilitarista durante la Prima guerra mondiale. Non trattandosi di carcere duro, Luxemburg aveva a disposizione, tra le altre cose, i suoi libri, uno scrivano e poteva ricevere visite ed oggetti dall’esterno. Le fu assegnato un piccolo quadrato di terra da coltivare in cui piantò dei semi che le furono portati durante le visite. L’“angolo di giardino” di cui si parla è proprio questo.

[5] R., Luxemburg, D., Baratti, e P., Candolfi Un ardente desiderio di primavera, ivi, cit., pp. 97-98.

[6] Da Burden of Dreams, a documentary about the making of Herzog’s Fitzcarraldo (1982),

[https://www.youtube.com/watch?v=dvbxh2rLcdo].

[7] R., Luxemburg, D., Baratti, e P., Candolfi Un ardente desiderio di primavera, ivi, cit., pp. 123-125.

[8] Ivi, cit., p. 86.

[9] Ivi, cit., p. 106.

[10] Ivi, cit., p. 122.

[11] Emerge dalle richieste il suo stile di vita borghese, ad esempio: «Il sole comincia ad abbagliarmi all’aperto; forse potrebbe mandarmi in una busta 1 m di velo nero, sottile, con puntini neri!» (p. 77).

[12] R., Luxemburg, D., Baratti e P., Candolfi, ivi, cit., p. 169.

[13] V.I., Lenin, Opere complete, vol. 33, Roma: Editori Riuniti, 1967, p. 189.

[14] Verso della cinciallegra, volatile descritto in varie lettere da Rosa Luxemburg come l’animale che più la rappresenta.

Grafica post Instagram

1.
Un ardente desiderio di primavera. Erbe, animali e cieli nelle lettere dal carcere è una raccolta di lettere dal carcere scritte da Rosa Luxemburg tra il 1915 e il 1918, curata da Danilo Baratti e Patrizia Candolfi e pubblicata da Edizioni Casagrande nel 2025.

2.

«Una sola cosa mi tormenta: che io debba godere da sola di tanta bellezza. Vorrei gridare forte oltre il muro: Oh, la prego, presti attenzione a questa splendida giornata! Non dimentichi, anche se è molto occupato, anche se sta attraversando frettolosamente il cortile nell’affanno degli impegni quotidiani, non dimentichi di alzare rapidamente la testa e di dare un’occhiata a queste immense nuvole d’argento e al calmo oceano blu in cui nuotano.»

3.

In questo libretto sono raccolte anche sedici tavole selezionate dagli erbari della rivoluzionaria prodotti durante gli anni della detenzione e un saggio del botanico Nicola Schoenenberger che studiandoli ne sottolinea il valore di fonte storica.

4.

«Un grazie tutto speciale per i fiori. Lei non sa quanto bene mi ha fatto. Infatti posso di nuovo occuparmi di botanica, che è la mia passione e il modo migliore per rilassarmi dopo il lavoro. Non so se le ho già mostrato i quaderni del mio erbario, nei quali ho inserito circa 250 piante a partire dal maggio 1913, tutte perfettamente conservate.»

5.

Rosa Luxemburg (1871-1919) è stata in carcere per le sue idee politiche per diversi anni della sua vita. I periodi di detenzione iniziarono quando aveva trentatré anni, nel 1904, e la accompagnarono a intermittenza fino a poco prima della sua morte, sopraggiunta nel gennaio 1919, quando fu assassinata dai Freikorps al servizio del governo socialdemocratico di Ebert.

6.

In queste lettere ho trovato la primavera che serve a febbraio, il cui ululato è sbiadito dalla condensa della nebbia e del fumo, eppure si sente, sempre più forte. Negli erbari di Luxemburg c’è un sapere dimenticato, a metà tra il rigore dello scienziato e l’imprecisione dei curiosi, quel sapere che non possediamo più ma che di tanto in tanto ci chiama, quasi istintivamente.

7.

Tra momenti di gioia e di profonda tristezza rimane rinchiusa in carcere per tutto il periodo della Prima guerra mondiale, distillando in tracce d’inchiostro i suoi stati d’animo. C’è il buio dell’inverno, c’è la luce di agosto, ci sono i fiori che sbocciano e i cieli grigi che ricoprono di neve le pianure polacche. C’è oscurità ma anche tanta luce e spirito. C’è l’amore per i suoi compagni e le sue compagne.

8.

«Sono contenta per lei che possa vedere tante cose; per me sarebbe una punizione se dovessi visitare i musei e simili. Mi viene l’emicrania e ne esco a pezzi. Per me l’unica ricreazione consiste nel gironzolare a sdraiarmi sull’erba al sole, dove osservo i più minuscoli, insetti e contemplo le nuvole.»

Questa voce è stata pubblicata in General e contrassegnata con , , . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *