Da dove iniziare? È la domanda che chiunque sia intenzionato a comprendere l’attuale situazione in Sudan si pone quando inizia ad addentrarsi nelle vie di questo conflitto. Districare le maglie di un contesto bellico così complesso non è certo un’ operazione da poco, specialmente perché, approcciandosi al tema, si ha l’immediata impressione di entrare in contatto con qualcosa di ben più articolato di un conflitto civile a sfondo etnico. Ma per comprendere meglio, occorre procedere per gradi.
Incastonato tra Egitto, Libia, Ciad, Etiopia e il Mar Rosso, l’attuale Sudan è un grande stato, prevalentemente desertico, entro il quale convivono una miriade di gruppi etnici e religiosi differenti che testimoniano quanto gli influssi stranieri abbiano influito sulla storia e sulle specificità culturali del territorio. Sino a prima dell’avvicendamento di due sanguinarie guerre civili, i confini originari dello stato sudanese comprendevano anche un ampio lembo di terra verde, al confine meridionale del paese, composto di diverse realtà tribali che alternavano i culti animisti autoctoni alla religione cristiana, diffusa dall’influenza della chiesa copta etiope e dal protestantesimo anglicano che accompagnava la penetrazione coloniale britannica. La sezione desertica del paese è storicamente inquadrata nelle vicende dell’Egitto, col quale condivide l’odierno confine settentrionale. Più in generale, gli sviluppi storici e politici della penisola araba hanno sempre coinvolto la porzione settentrionale dello stato, che ha fortemente risentito dei processi di arabizzazione e islamizzazione, entrando nell’orbita dei dominatori turco-egiziani prima, passando poi a forme di autogoverno statuali con la parentesi dell’impero mahdista, seguita infine da una nuova occupazione anglo-egiziana. Sebbene, sino a prima della scoperta dei giacimenti petroliferi nel 1973, il territorio non rivestisse alcuna importanza per l’estrazione di risorse, la collocazione strategica per l’egemonia territoriale dell’impero coloniale britannico e gli storici legami culturali delle elites islamizzate con l’Egitto avevano difatti sottoposto l’area ad un’amministrazione che passerà ai libri di storia col nome di “condominio anglo-egiziano”. La tipica narrativa coloniale riduzionista proposta dai britannici presentava il territorio dell’odierno Sud Sudan come un mosaico di popolazioni arretrate e prive di ogni forma di organizzazione statuale. Se infatti, come detto, la parte nord del paese aveva sperimentato già da secoli l’islamizzazione e si era avvicinata a forme di organizzazione societaria più congeniali al dominio britannico, le tribù del sud vennero giudicate dall’impero del Commonwealth incapaci di giungere ad una forma di organizzazione “moderna”. I britannici ebbero dunque molteplici difficoltà, non riuscendo ad intuire i pattern di composizione sociale delle tribù del sud e spesso, come anche altrove, fallirono nell’attribuzione delle chieftancy locali. Ciononostante, in un lasso di tempo compreso tra il 1930 e il 1947, la cosiddetta “southern policy” del governo coloniale – mirata a preservare la parte sud dall’influenza del nord islamizzato per permettere la diffusione del cristianesimo – fece si che la sezione meridionale del paese venisse amministrata separatamente per circa un ventennio. Al sopraggiungere dei processi d’indipendenza nel 1956, la parte sud venne però reintegrata, sotto pressione dei nazionalisti del nord, nei confini di un nuovo stato sudanese, indipendente e unitario. Il risentimento dei popoli del sud verso le popolazioni del nord, che avevano condotto incursioni mirate al traffico di schiavi e all’islamizzazione forzata della popolazione, avevano causato un primo, incolmabile, divario. Il fenomeno dei raid per il reperimento di schiavi divenne così diffuso da riguardare storicamente anche alcune etnie ad organizzazioni centralizzate del sud, come Baqqara, Bari e Zande, che non esitavano a compiere azioni dirette sui propri vicini – i Baqqara, nome utilizzato per designare un insieme di gruppi accomunati dal semi nomadismo e dall’allevamento di bestiame diffusi lungo la fascia saheliana, diverranno, al termine del XX sec., il principale serbatoio di reclutamento delle milizie Janjawid del presidente al Bashir, poi rinominate Rapid Support Forces come formazione paramilitare ad oggi tristemente nota.
Dal canto loro, le popolazioni islamizzate negavano gli elementi di etnicità africana presenti nella loro storia in favore di un’appartenenza al mondo arabo, portando avanti una narrativa marcatamente razzista nei confronti dei connazionali meridionali. Per dirla con le parole di Francis M. Deng: “Northern Sudanese see themselves as Arab and deny the strongly African element in their skin color and physical features. This denial of the African element is grounded on their perception and association of these features with Negriod race and they see it as the mother race of slaves, inferior and demeaned ”.
Al contrario, le popolazioni del sud rivendicavano una piena appartenenza alla cultura “africana” e guardavano con timore al processo d’indipendenza unificato iniziato a partire dagli anni 50’ del secolo XX. Analizzando le due cruente guerre civili che hanno sconvolto il paese nei ventenni 1955-1972 e 1983-1998, molti studiosi hanno rimarcato le responsabilità britanniche nello scoppio del conflitto, concentrandosi in particolar modo sulla segmentazione identitaria dei vari gruppi etnici creatasi tramite l’attribuzione dell’amministrazione territoriale ad una moltitudine di chieftancy; processo che, difatti, trasformò le identità culturali preesistenti in entità politiche e territoriali aggressive e restie all’integrazione nei processi di unificazione nazionale.
Altri hanno invece posto leva sulla mai sopita aggressività del nord islamizzato, che, una volta riappropriatosi del sud, non avrebbe esitato a riportare in auge quel processo di islamizzazione forzata non solo dei gruppi a sud, ma anche delle numerose comunità cristiane e animiste presenti nell’attuale Sudan, attraverso l’operato del fronte nazionale islamico. Nel 1983 infatti la guida del paese, il generale al- Nimeiri, schiacciato dall’opposizione islamica che egli stesso aveva integrato nel corpo politico per necessità di pacificazione del primo conflitto civile, fu costretto a imporre la shari’a. Ciò condusse ad una nuova ondata di violenze e conversioni imposte da gruppi jihadisti, e si manifestò il riapparire di forme di schiavitù che portarono ad altri sconvolgimenti del panorama politico sudanese e allo scoppio della seconda guerra civile.
Altre critiche sono invece state mosse all’SPLMA, partito socialista rivoluzionario per l’indipendenza del sud, per aver eccessivamente insistito sull’elemento della liberazione etnica, senza fornire ai propri militanti un’adeguata formazione dottrinale capace di indirizzare la violenza rivoluzionaria verso un fine ultimo di ricostruzione sociale.
Un altro denso filone di studi si è infine concentrato sul ruolo preponderante di Stati Uniti e Unione Sovietica nello scoppio e nel protrarsi dei conflitti. I due stati si alternarono, con annessi repentini cambi di fronte, nel finanziare il governo sudanese, ufficialmente paese non allineato. Proprio la condizione di paese non allineato portò il Sudan ad essere al centro di interessi economici e geopolitici contrapposti: Se il partito islamista della Umma ricevette il sostegno di Israele durante il decennio 1954-1964 in funzione anti-egiziana, le forze nazionali del generale Al-Nimeiri furono finanziate in maniera alternata dall’Unione sovietica e dagli Stati Uniti sino al termine del decennio 1970-1980. Al termine della guerra fredda, il governo americano continuò a finanziare il governo sudanese sino al 1985, anno in cui al- Nimeiri venne rovesciato e la leadership del paese definitivamente raccolta dal fronte nazionale islamico, poi istituzionalizzato in Partito del Congresso Nazionale. L’inizio della guerra del Golfo segnò il ribaltamento dei rapporti tra Stati Uniti e Sudan, principalmente a causa del presunto sostegno militare fornito dal fronte nazionale islamico all’Iraq, che ebbe come conseguenza l’inserimento dello stato sudanese nella nota lista degli “stati canaglia”.
Una volta giunto al potere, l’ormai Partito del Congresso Nazionale s’impegnò attivamente nella prosecuzione del conflitto contro l’SPLMA, capeggiato da John Garang de Mabior e adesso sostenuto dal governo statunitense. Più che un conflitto etnico, le vicende si configurano come una lotta per il controllo di una larga quantità di riserve petrolifere, scoperte nel 1973 e per larghissima parte situate nell’area sud del paese. Il partito nazionale conobbe poi un cambio di guardia pochi anni dopo, nel 1989, quando subì un colpo di stato militare organizzato dal generale Omar al-Bashir, che mise al bando i partiti di opposizione. La guerra si protrasse sino al 2005, anno di firma del Comprehensive Peace Agreement e dell’instaurazione di un governo di transizione, denominato Governo di Unità Nazionale, che portò, nel 2011, ad un referendum popolare per l’indipendenza del Sud Sudan. Se il carattere esclusivo delle negoziazioni di pace tra i due principali attori – il partito islamista del nord e l’SPLMA del sud – contribuì a far sentire ignorati tutti gli altri gruppi militari che avevano partecipato al conflitto armato, il tentativo di avviare dei processi di democratizzazione – conservando la legge della shari’a a nord e rifiutandosi allo stesso tempo di sostituire il riconoscimento giuridico degli individui a quello etnico – non poterono che condurre a una secessione della parte meridionale del paese.
L’operato delle milizie janjawid, la deposizione di al Bashir e il nuovo conflitto civile.
Parlando delle specificità etniche che compongono il territorio sudanese, ho precedentemente menzionato i Baqqara, gruppo di popolazioni semi nomadi diffuse tra il lago Ciad e il Mar Rosso, prevalentemente concentrate in Sudan. Questi gruppi, sebbene storicamente legati all’allevamento dei bovini, conobbero nel secolo XVIII pratiche del commercio degli schiavi, con incursioni a danno delle vicine tribù non-islamizzate. Spinta alla competizione per le risorse durante le numerose carestie susseguitesi nel periodo delle guerre civili con il sud, buona parte della popolazione di etnia Baqqara, ormai pienamente islamizzata, venne cooptata dal generale al Bashir entro la formazione di un gruppo miliziano jihadista, i janjawid. Secondo numerosi rapporti della corte penale internazionale e una larga documentazione di ricerca, il generale al Bashir avrebbe formato e impiegato tali milizie tra il 2003 e il 2005 per sopprimere le comunità non islamizzate del Sudan, incolpate di aver dato sostegno agli insorti del SPLMA. L’operato dei miliziani portò all’aprirsi di una sconvolgente crisi umanitaria, col verificarsi di azioni genocidarie ai danni dei gruppi Fur e Masalit residenti attorno all’area di Darfur, maggiore città dell’ovest oggi ancora teatro di pulizie etniche e devastazioni.
L’operato di al-Bashir e delle milizie conobbe una fase di arresto nel 2019, al sopraggiungere delle grandi proteste che videro la popolazione – specialmente i ceti inabbienti e le classi medie urbane, coadiuvate dal National Front for Change – scendere nelle piazze chiedendo a gran voce la transizione a libere elezioni e un governo democratico. Il gigantesco ed eterogeneo movimento popolare portò alla caduta di al Bashir e ad un vuoto di potere, riempito da una giunta militare guidata dal capo dell’esercito Abdel Fattah al Buhran. Quest’ultimo, nominalmente al comando di un governo di transizione, salì al potere nel 2019 col supporto determinante delle milizie janjawid, già riorganizzate in Rapid Support Forces, comandate dal generale Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemeti. Entrambi gli attori furono già collaboratori di Al Bashir durante le azioni genocidarie del biennio 2003-2005 a Darfur. L’ambizione di Hemeti, supportato principalmente dagli Emirati Arabi Uniti che, in cerca di percorsi di differenziazione economica post-petrolifera, misero gli occhi sui grandi giacimenti d’oro sudanesi, spinse il comandante delle RSF ad ingaggiare una battaglia contro il formale governo di transizione guidato da al Buhran: inizia così una nuova, sanguinaria guerra civile col massiccio coinvolgimento di potenze estere. A soli sei mesi dallo scoppio del conflitto, nel novembre 2023,i dati parlavano già di una crisi da 5.1 milioni di sfollati interni e di un processo di migrazione forzata che ha costretto 1.4 milioni di persone alla fuga dal paese.Ad oggi, come segnalato da un rapporto di Medici Senza Frontiere, la conta degli sfollati interni sale alla vertiginosa cifra di 8 milioni, mentre in 3 milioni avrebbero già abbandonato il Sudan alla ricerca di asilo nei territori confinanti.
Ciò che nel discorso mediatico viene presentato come un conflitto civile tra due leader militari assetati di potere e accecati dall’odio etnico, è in realtà una guerra multipolare, sostenuta da più attori internazionali già contrapposti su altri fronti di guerra. Ciò è facilmente intuibile quando guardiamo allo scacchiere delle alleanze internazionali delle due fazioni: se le RSF, stanziate a Darfur, hanno ricevuto il sostegno militare del gruppo Wagner – lo stesso Hemeti si era impegnato nella concessione dei diritti di sfruttamento di alcuni giacimenti auriferi a Prigozhin – e dei già menzionati Emirati Arabi Uniti, dall’altro lato la giunta militare di Khartoum ha visto il sostegno di Ucraina, Arabia Saudita, Egitto e Iran. Sullo sfondo di questo devastante conflitto, appare particolarmente gravoso il totale disinteresse diplomatico degli Stati Uniti d’America, esacerbato dalla decisione di Donald Trump di sospendere, nel 2025, gli aiuti al Sudan precedentemente erogati tramite Usaid.
Conclusioni
Colonialismo, riduzione delle specificità etniche e culturali, fallimento dei processi di transizione democratica, risentimenti etnici, finanziamenti internazionali, milizie islamiste trasformate poi in gruppi paramilitari: la questione sudanese è emblema di come la sovrapposizione tra flussi di capitali transnazionali, ingerenze neocoloniali di agency straniere e una mancata pacificazione interna di dissapori pluri-secolari, siano la ricetta assicurata per la creazione di un incubo lungo quasi un secolo. E la morale che possiamo desumere da osservatori privilegiati, che qui ribadisco, è l’invito a non cadere in logiche campiste. Muovendo il nostro sguardo dal locale all’internazionale, rapportando la situazione sudanese alle attuali divisioni geopolitiche, il caso del Sudan testimonia come ogni potenza sia coinvolta in dinamiche di sfruttamento del sud globale, e come nessun attore internazionale possa oggigiorno essere investito del titolo di soggetto anti-imperialista.
Piuttosto che sperare nell’utopico intervento pacificatorio di una potenza regionale – il tavolo per le trattative di pace è aperto in Sudan, ma presieduto dagli Emirati Arabi Uniti, principali finanziatori di una delle due parti in causa – occorrerebbe, qualora si fosse interessati nel mettere un freno alla violenza in maniera concreta, creare reti transnazionali di solidarietà capaci di valicare lo scacchiere geopolitico sul quale gli attori internazionali giocano una partita che ha poco di ideologico, e molto di quei classici processi violenti di estrazione capitalistica. Occorre giungere direttamente al cuore della popolazione colpita, comprendere il punto d’intersezione che accomuna i processi di lotta dei popoli e assumere finalmente una buona dose di responsabilità.
Se quest’articolo è riuscito nell’intento di fornire a chi legge una panoramica degli sviluppi storici, politici e culturali dell’area sudanese, allora sarà chiaro come una liberazione popolare risulti alquanto improbabile, almeno nel breve termine e nell’ottica di una reale transizione democratica. La lunga lista dei paesi coinvolti e atti a finanziare le parti in causa di questa guerra civile, fra tutti Russia, Ucraina, Iran, potenze della penisola araba e la stessa Unione Europea, testimonia come, nell’epoca della subordinazione della politica al mercato, ogni questione ideologica passi in secondo piano dinanzi alle possibilità di arricchimento delle oligarchie economiche e delle classi industriali dei vari attori internazionali. La questione del Sudan, così come quelle di Palestina, Iran e Myanmar, risulta essere una questione di classe: al netto della diversità dei contesti e dell’interfaccia di svariati attori internazionali, il punto comune del discorso resta l’ampio coinvolgimento delle società civili nelle guerre delle classi egemoni per il monopolio di interessi economici e commerciali. È necessario mettersi in gioco; intervenire contro l’azione dei governi non perché mossi da un, seppur sacrosanto, senso di empatia verso popoli lontani che soffrono, ma perché animati dalla profonda consapevolezza che le nostre lotte debbano intersecarsi per riuscire ad essere effettive, e che solo una coordinazione transnazionale tra i popoli può colpire la scellerata competizione per il primato economico che devasta l’ecosistema e riduce in miseria le genti. Quale migliore modo di chiudere quest’articolo, se non quello di appoggiarsi alle parole di Sean Kuti:
”I have an advice for young people in Europe. I know you want to free Palestine, you want to free Congo. You want to free Iran. There’s a new one every week. But free Europe from right wing extremism. Free Europe from imperialism. When you do this job, as soon as you do this job, Gaza will be free, Congo will be free, Sudan will be free, Iran will be free. Forget about us! Don’t worry about us! Free Europe!”
Bibliografia Essenziale
Amnesty International blog, Vent’anni di sofferenze civili in Darfur, 24 aprile 2023.
Articolo di redazione, Sudan: le RSF accettano una tregua umanitaria, Nigrizia – il mensile dell’Africa e del mondo nero, Nov. 2025.
Barry, O., Rivista Africa, La guerra dimenticata del Sudan e la lotta della sua diaspora, Quaderni africani, Nov.-Dic. 2025.
Casola, C., Pertighella, A., Sudan: fine dell’era Bashir, ma la piazza non molla, Istituto per gli studi di politica internazionale, 2019.
Connell, D., Foreign Policy in Focus, Sudan, 1 ago 1997.
Di Liddo, M., Centro Studi Internazionali, La Faida tra Forze Armate e RSF getta il Sudan nel caos, 04-23.
https://www.youtube.com/shorts/f0CDpOtnjAg.
Idris, A., South Sudan: post-independence dilemmas, Routledge, 2018.
Istituto per gli studi di politica internazionale, Sudan, la crisi umanitaria continua, 11-23.
Medici Senza Frontiere Italia, Fondi USAID: i tagli agli aiuti dal governo Usa condannano a morte milioni di persone, Mar. 2025.
Podeh, E., Felsenthal, A., Israel and Sudan: the Origins of Clandestine Relations (1954-1964), Israel Studies, volume 28 n.2, 2023.
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