Sui fatti del 16 ottobre e le mobilitazioni per la Palestina

Un’infinità di gocce può cadere in un bicchiere senza conseguenze, ma una singola goccia, pur cadendo esattamente come le altre, alla fine ne fa tracimare il contenuto. Le piazze sono tornate ad essere popolate, in massa, dopo anni di passività. Il genocidio a Gaza ha messo a nudo le contraddizioni del sistema imperialista, permettendo la rottura di un argine già fragile, ora non più ricostruibile, obbligandoci a fare la storia. 

A partire da settembre, un’ondata di mobilitazioni innescate da una combinazione – non fortuita – di elementi, come la Global Sumud Flotilla, ha riportato al centro dell’attenzione pubblica la realtà materiale dell’apartheid israeliano. La partecipazione e la visibilità della Flotilla hanno contribuito a trasformare la solidarietà con la Palestina da sentimento diffuso ma atomizzato a terreno di conflitto politico concreto.

In questo contesto si è inserito l’appello alla lotta di classe lanciato dal Collettivo Autonomo dei Lavoratori Portuali di Genova (CALP) durante la grande manifestazione del 30 agosto, con la parola d’ordine «BLOCCHIAMO TUTTO». Un appello che ha rappresentato un salto di qualità decisivo: dalla denuncia al blocco navale israeliano e la solidarietà umanitaria alla messa in discussione diretta dei meccanismi materiali che rendono possibile il genocidio: la logistica, i porti, la produzione e la circolazione delle merci e delle armi.

Questi elementi hanno innescato un effetto domino che ha portato allo sciopero generale del 22 settembre, lanciato dall’USB, le grandi mobilitazioni dei giorni successivi all’attacco israeliano alla Flotilla, lo sciopero generale del 3 ottobre e la manifestazione nazionale del 4 ottobre a Roma. Un ciclo di lotte che ha segnato una rottura netta con la fase precedente, per dimensioni e partecipazione, esprimendo una radicalità che supera le posizioni del cosiddetto “campo largo” della sinistra parlamentare; un movimento che ha preso di mira direttamente il governo Meloni nella sua complicità, politica ed economica, con il  genocidio del popolo palestinese.

Il movimento ha espresso il peso, l’urgenza, e l’efficacia dello strumento dello sciopero generale, promosso dai sindacati di base, capace di  paralizzare le città italiane per giorni. Alla chiamata ha risposto immediatamente il corpo studentesco: è in questa fase che è emersa con chiarezza la funzione strutturale delle istituzioni accademiche nella riproduzione dell’apparato bellico e della guerra imperialista. 

A Bologna, lx studentx hanno dato vita a molteplici fronti di lotta nei dipartimenti.

UniBo si è confermata più affezionata agli interessi legati all’economia di guerra che alla tutela del diritto allo studio e a una produzione del sapere libero, spalancando le porte a investimenti bellici e, contemporaneamente, riducendo il numero di borse di studio per studentx idonex. È nella fase mobilitativa che il movimento studentesco ha saputo reagire.. Il blocco al corso di filosofia dedicato all’esercito, la sospensione dell’esercitazione “NATO Model Event”, le mozioni, nei dipartimenti e in senato accademico, per il blocco degli accordi con le università e i progetti di ricerca israeliani, e le vittorie dellx studentx nei dipartimenti di Fisica, di Filosofia e di Storia, culture e civiltà.

Come studentx del DISCI,  anche noi abbiamo preso parte all’ondata di proteste di questo autunno, organizzando in prima linea la lotta a partire dal plesso di San Giovanni in Monte, la sede in cui studiamo e ci troviamo ogni giorno. A distanza di qualche mese sentiamo che è arrivato il momento di fare un bilancio della mobilitazione a cui abbiamo partecipato, tenendo in considerazione degli aspetti critici quanto degli elementi positivi che hanno contraddistinto questa esperienza di lotta.

Nelle settimane precedenti al blocco illegale della flottiglia e al picco delle mobilitazioni, come coordinamento di Area Scettica, ci eravamo già attivatx per preparare la mobilitazione all’interno del DISCI. In particolare, nei giorni immediatamente precedenti alle manifestazioni oceaniche del 3 e del 4 ottobre, avevamo organizzato un presidio nel chiostro per far sì che anche il nostro dipartimento prendesse una posizione netta nei confronti della collaborazione con le università israeliane, rescindendo ogni legame con lo Stato genocida di Israele. Dopo il presidio del 2 ottobre, organizzato insieme al FGC, e dopo le manifestazioni del 3 e del 4 ottobre, abbiamo vissuto delle settimane intense, fatte di assemblee e iniziative continue.

Insieme alle altre organizzazioni studentesche che hanno collaborato con noi, il Fronte della Gioventù Comunista e Cambiare Rotta, abbiamo tentato di far passare al consiglio di dipartimento una mozione studentesca che prendesse una posizione netta contro le complicità dell’Unibo, che sviluppa numerosi accordi con le università israeliane. Come parte integrante di questa mozione abbiamo tentato di coinvolgere tutta la comunità studentesca in un percorso di discussione collettiva e di mobilitazione, costellato di iniziative e di assemblee, che è culminato con l’occupazione del plesso di San Giovanni in Monte il 15 e il 16 di Ottobre. Nel fare questo, abbiamo tentato di realizzare una convergenza tra le varie organizzazioni che hanno preso parte alla mobilitazione, mettendo da parte ogni identitarismo per il conseguimento di un fine comune: la rescissione degli accordi e il passaggio della mozione. 

Sotto molti punti di vista, il percorso che abbiamo intrapreso ha dato risultati sorprendenti e inaspettati. Considerando il contesto di San Giovanni in Monte, una sede periferica e poco frequentata, la mobilitazione studentesca ha visto partecipare molti più studentx di quanto ci aspettassimo. La partecipazione diretta di tuttx lx nostrx compagnx di studio è sempre stata proattiva, con interventi stimolanti e non rituali in ogni assemblea e con un coinvolgimento attivo molto più largo delle strette cerchie di militanti. Per un altro verso ci ha sorpreso l’essere riuscitx a costruire quella convergenza fruttuosa tra i vari soggetti politici che hanno dato vita alla mobilitazione.

Inoltre, un altro dato estremamente positivo che dobbiamo registrare è quello di essere statx in grado di non appiattire la mobilitazione su un semplice ed astratto elemento solidaristico, individuando piuttosto la connessione che passa tra i nostri luoghi di studio e il genocidio. Caratteristica comune alle mobilitazioni che si sono susseguite per mesi nelle nostre università è stata la capacità di individuare  responsabili e complici a noi più vicini (il governo e i rettori), indicando il nesso strutturale tra l’economia di guerra e i luoghi della nostra formazione. Si tratta di un risultato tutt’altro che scontato se si mettono a confronto le mobilitazioni di questo autunno con quelle del decennio precedente.

Il giorno della discussione della mozione studentesca, il 16 ottobre, abbiamo dato vita a un presidio molto partecipato, provando la forza e la determinazione dellx studentx del nostro dipartimento. E questa è stata, in ogni caso, una dimostrazione notevole e una vittoria di per sé. 

Al termine della seduta di discussione eravamo convintx di aver vinto in tutti i sensi, con l’approvazione della mozione studentesca da parte del consiglio. Purtroppo però, come abbiamo scoperto qualche settimana dopo, le cose erano andate diversamente. Infatti, dopo aver analizzato attentamente il verbale della seduta del 16 ottobre, ci siamo resx conto di alcune differenze fondamentali tra la mozione nella sua formulazione iniziale e la versione finale approvata a larga maggioranza. Alla luce di quanto abbiamo potuto constatare, ci pare che l’approvazione della mozione non è stata una vittoria, bensì una sostanziale  sconfitta.

La criticità maggiore riguarda il secondo punto che, come presentato dalle rappresentanze studentesche, recitava:

“Il Dipartimento DISCI prenda una posizione ferma a favore della rescissione di ogni accordo che sia in qualche modo implicato con il genocidio del popolo palestinese e che non ne siano stipulati più in futuro”

La delibera adottata dal Consiglio invece era la seguente:

“Il Dipartimento DISCI si impegna a sospendere o rescindere gli accordi con istituzioni direttamente e indirettamente coinvolte nel complesso militare-industriale israeliano o nella violazione dei diritti umani e del diritto internazionale, salvaguardando al contempo i rapporti accademici fondati sul dialogo e sulla libertà di ricerca.”

La formulazione conclusiva, risultato di vari emendamenti presentati da alcunx professorx, aveva depotenziato completamente le nostre richieste, rendendo impossibile fare leva su questo provvedimento per ottenere la rescissione di singoli accordi. Tutti gli accordi di UniBo con enti israeliani, infatti, sono di natura non militare e quindi non rientrano nei criteri definiti per la rescissione. Pur non essendo di natura militare, ogni accordo con le università israeliane è un accordo con un sistema di produzione del sapere che puntella le strutture di uno stato genocida. La libertà di ricerca non può essere compatibile e deve essere portata avanti al di fuori di un modello di questo tipo. 

Oltre a questo, le modifiche ai punti proposti dalla mozione avevano snaturato completamente la mozione in molti altri punti, rendendola un comodo contentino per quietare lx studentx.

Anche a causa della nostra inesperienza, e per via della comunicazione poco efficace con le rappresentanti che si trovavano dentro a presentare la mozione, non ci siamo resx conto del fatto che quest’ultima  stesse venendo rimaneggiata, cantando vittoria anzitempo e concludendo precocemente l’occupazione.

Nelle settimane e mesi successivi abbiamo partecipato alle piazze in sostegno alla Resistenza palestinese e contro le politiche di riarmo, ma un dato è saltato all’occhio: dopo i numeri impressionanti di settembre/ottobre, eravamo in una decisa e repentina fase di reflusso. Gli scioperi di novembre e dicembre ne sono stati la dimostrazione plastica, dal momento che l’approccio settario di alcuni sindacati ha minato l’unità di queste piazze, acuendo lo scollamento tra le avanguardie e le masse lavoratrici e studentesche che avevano aderito con entusiasmo alla mobilitazione autunnale. Naturalmente non si può imputare il reflusso solamente a questo fattore, dal momento che una riduzione quantitativa nella mobilitazione era prevedibile: tuttavia, crediamo che degli altri scioperi improntati alla convergenza avrebbe aiutato a rinsaldare il rapporto con una parte di queste masse che erano scese in piazza. 

Questa non vuol essere una critica sterile e fatta dall’alto, piuttosto desidera essere un invito alle persone che ci conoscono e con cui abbiamo condiviso gli spazi in facoltà nell’ultimo anno. Un invito a continuare a lottare unitamente, con lo sguardo volto ai prossimi scioperi che stabiliranno una continuità sostanziale col percorso di lotta delineato finora: basti pensare allo sciopero internazionale del 6 febbraio dei portuali contro la guerra. Il dato positivo dei percorsi intrapresi insieme fino a questo momento è la forza propulsiva che ha dimostrato il nostro protagonismo. Infatti, sebbene spesso ci ritroviamo davanti a scenari (locali ed internazionali) sempre più cupi, abbiamo mostrato di avere la capacità di reagire unitamente contro un sistema che ci pone davanti a delle contraddizioni ormai esasperate.

Un simile grado di protagonismo e convergenza può continuare, a patto che si continui a rinfocolare l’identificazione immediata della guerra imperialista come il primo nemico contro cui scagliarsi, dalle nostre facoltà fino alla Palestina. Il successo delle piazze per la Palestina è dipeso infatti anche dalla prontezza dimostrata da masse e movimento a mobilitarsi contro guerra e genocidio, individuando e attaccando i legami tra le nostre istituzioni, la filiera bellica e il genocidio in Palestina. Crediamo che mantenendo come l’obiettivo l’attacco unitario alle politiche belliche della nostra classe dirigente sia il modo migliore di riannodare i fili delle mobilitazioni autunnali, continuando a lottare nei nostri luoghi di studio e posti di lavoro, rinfocolando i legami che abbiamo creato con lx studentx e lavoratorx che hanno condiviso questo percorso di lotta con noi. Questo va fatto perché questi mesi non vanno derubricati ad un caso straordinario, un “io c’ero” da raccontare tra 20 anni: piuttosto, è stata la dimostrazione che siamo in una situazione esplosiva in cui la propensione a mobilitarsi contro le politiche guerrafondaie del nostro governo è più forte che mai. Sta semplicemente a noi rilanciare queste lotte, senza temere reflussi o battute d’arresto.

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